[Live Report] Vapors Of Morphine @ Parco del Cavaticcio (Bologna) 13/06/2017

Ammettiamolo: al netto del prefisso posticcio, chi di noi non ha arricciato il naso alla notizia della ricostituzione di una band irricostituibile come i Morphine e della sostituzione di una figura insostituibile come Mark Sandman? Com’è possibile rimpiazzare in un colpo solo quella voce da serial killer gentiluomo, quel fretless-slide-bass così sensuale e quella faccia eternamente stropicciata; la faccia di uno che, parafrasando il ritornello di Cure For Pain, le sue droghe non le avrebbe mai gettate via? Forse avremmo preferito continuare ad immaginare i Morphine come una vicenda irreale, torbida e fumosa al pari della loro musica, con quell’improvvisa e suo malgrado iconica interruzione di carriera, maledettamente fascinosa nella sua inaccettabilità.

Con in testa queste perplessità, in una fresca serata d’inizio estate che fatico ad associare alla loro notturna eleganza, mi avvio al Parco del Cavaticcio per assistere alla seconda data felsinea dei bostoniani, a pochi mesi dal sold out autunnale al Locomotiv: visti i trascorsi, per tornare così spesso nel nostro paese deve trattarsi di gente ben poco superstiziosa…

Con relativa puntualità, i tre sfilano sul palco uno alla volta, quasi a voler sottolineare che la marcia in più della loro fabbrica sia proprio la qualità dei singoli ingranaggi: e non è un caso che il primo a comparire sia Dana Colley, il sax più baritono di sempre, l’inconfondibile ingrediente base della ricetta-Morphine; poi arriva Jerome Dupree, il batterista originale della formazione, nerboruto mestierante dallo sguardo psicotico; e alla fine, quasi in punta di piedi, si fa strada Jeremy Lyons, l’uomo che dovrà sobbarcarsi per l’intera serata l’ingrato compito di impersonare qualcun altro.

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Tutti e tre sanno bene che il nutrito pubblico che affolla il parco conosce poco o nulla del repertorio apocrifo e vuole ascoltare solo quelle canzoni: cosa c’è di meglio allora, per levarsi subito d’impaccio, di una Good così fresca, sciolta e rilassata da dissolvere all’istante tutti i miei dubbi? Forse mi sono sovraccaricato di troppi scrupoli feticisti: d’altronde, con un repertorio simile e due membri su tre confermati, non c’era altro da aspettarsi. Se un concerto è piacevole e tecnicamente ineccepibile, la carta d’identità degli esecutori passa in secondo piano. E il punto è proprio quello: i tre suonano così bene della musica così bella che è difficile non essere concentrati solo ed esclusivamente sulle note, con tanti saluti a qualsiasi considerazione accessoria.
Da lì in avanti si sigilla la testa e si spalanca il cuore: e sarà un flusso di libidine, con una sapiente alternanza di registri e una carrellata di classici da infarto, a partire da una The Other Side quasi più spettrale dell’originale, sarà perché l’autore dall’altro lato ci è finito per davvero…
Se Scratch scivola liscia sopra un basso di gomma e Test-Tube Baby/Shoot’m Down galoppa sotto la sferza di un train beat quasi country, la landa oppiacea di Let’s Take A Trip Together mantiene alla lettera la promessa del titolo, prima di sfumare in una Claire sofferta come una dichiarazione d’amore impossibile. Honey White è quasi punk nel suo pestare a due mani, e non le è da meno All Wrong, martellante come una pressa, laddove invece Yes si stempera in un giocoso botta&risposta col pubblico e Candy si libra lieve come una piuma.
Con Mary Won’t You Call My Name i giri del motore tornano ad impennarsi; tutto il contrario dell’omaggio a Skip James della classicissima I’m So Glad, con cui i tre rivendicano le proprie radici blues. Si torna poi sui propri passi con Souvenir, che potrebbe essere un ideale requiem per Sandman, con il suo incedere funereo e i suoi affondi abissali di baritono.
Dopo aver evocato l’ennesima figura femminile da film noir con una Sheila che più strisciante non si potrebbe, una prevedibile Cure For Pain da stadio chiude il primo set.

A scatenare i bis provvede un’altrettanto attesa Buena che esplode come uno squillo di tromba, in un’estasi psicofisica a base di suoni così bassi e larghi da dilatare la coscienza, prima di calare il sipario con gli spiriti inquieti di You Look Like Rain. Tutti ballano come in trance, scatenati e felici: poco importa che le canzoni evochino spettri tutt’altro che rassicuranti.
Saluti, apprezzamenti di prammatica all’Italia & agli italiani, qualche battuta tanto per e poi tutti a casa, non prima della rituale estorsione della scaletta.

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Tonica anche nei momenti più atmosferici (e viceversa), si tratta di un’esperienza eminentemente rock, pur nella non convenzionalità di un organico in cui a latitare è proprio lo strumento principe del genere.
L’atteggiamento dei tre, che pescano dal jazz il professionismo e dal blues la fiamma diabolica, è lo specchio delle canzoni che suonano: tenebrose ma melodiche, serie ma ironiche, complesse ma semplicissime, tutte uguali eppure tutte differenti – di sicuro somiglianti solo a loro stesse. Il suono del sax di Colley, all’occorrenza affaccendato anche alla voce, è qualcosa di impressionante: primordiale, animalesco e al contempo raffinatissimo, vasto come l’universo quando si carica di effetti, concentrato come un whisky torbato quando se ne denuda. Dupree, apparentemente in secondo piano, è in realtà la pietra angolare dell’alchimia, il collante tra due idiosincratici solisti, una macchina ritmica che dispensa groove sullo sfondo piazzando qua e là piccole e incisive firme. Lyons, consapevole del suo ruolo scivoloso, approccia la materia con apprezzabile low profile, evitando di imitare Sandman ma preservando la corretta filologia, con interpretazioni più che degne sia al basso (?) sia alla voce. E se le nuove composizioni, per lo più strumentali, convincono poco nel loro indulgere in una pigra psichedelia desertica, arrivano subito i vecchi capisaldi a rinfrancare gli animi con la loro cinematografica perfezione: era quello che volevamo, in fin dei conti.

Non ho cronometrato l’esibizione, so solo che potrebbe essere durata tre ore come mezz’ora, che va bene così ma che volendo avrei avuto posto per tante altre portate: come si possa non solo non stuccare, ma addirittura attizzare l’appetito facendo ricorso a tre strumenti tutto sommato limitanti, rimane un mistero che non ho troppo interesse a dissipare. Mark avrebbe approvato tutto ciò? Per il momento riesco a pensare solo che mi sono divertito e ne ho tratto spunti interessanti: tanto basta. Con Mark sarebbe stata tutta un’altra cosa? Possibile, non potrò mai saperlo. Un’unica certezza: se la sostanza originaria ci ha storditi fino all’incoscienza, questi vapori non sono affatto male.

La frivola estate bolognese prosegue imperterrita, ma le nebbie infernali sollevate dai Vapors Of Morphine continueranno ad aleggiare per un bel pezzo.

Setlist
1. Good
2. The Other Side
3. Renouveau
4. Scratch
5. Test-Tube Baby/Shoot’m Down
6. Let’s Take A Trip Together
7. Claire
8. Honey White
9. Dream Irene
10. All Wrong
11. Yes
12. Candy
13. Mary Won’t You Call My Name
14. Red Apple Juice
15. I’m So Glad
16. Souvenir
17. Sheila
18. Cure For Pain

Encore
19. Buena
20. You Look Like Rain

[lo trovi anche su Ondarock]

4 pensieri su “[Live Report] Vapors Of Morphine @ Parco del Cavaticcio (Bologna) 13/06/2017

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