Grant Hart (1961-2017) – L’importanza di avere gli Occhi Verdi

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L’8 dicembre 2010 Grant Hart suonò a Roma, ospite del compianto Init, seconda delle quattro date di uno dei suoi rarissimi tour europei. All’epoca abitavo ancora nella Capitale, da cui mi spostavo di rado e in cui ero un assiduo frequentatore di concerti, ma quella maledetta sera non ero in città (se non ricordo male, a causa di un viaggio all’estero con i miei genitori). Ogni volta che ci ripenso vorrei prendermi a schiaffi da solo, e adesso ho un motivo in più per andarci giù pesante.

Che gli Hüsker Dü sarebbero diventati la mia band preferita lo capii ancor prima di averli ascoltati: quell’alone che li circondava come una coltre di feedback colorati era un richiamo irresistibile per un adolescente suggestionabile, e tuttora fatico a dissociarli da una gamma di sensazioni che smuovono oceani profondi e perennemente agitati. Tutto ciò che li riguardava sembrava bellissimo: il nome minaccioso e gutturale, le copertine tribal-rorschachiane, l’esasperato ricorso a colori “interdetti” come il rosa e il viola, le foto in bianco&nero con le tre facce più improbabili della storia del rock, la Flying V, la compressione tragicomicamente anni ’80 del rullante, le tastiere inopportune ma indispensabili, i campanellini che non c’entravano niente ma volevano dire tutto, le chitarre acustiche che spuntavano quando meno te l’aspettavi, due voci che erano magnifiche quando armonizzavano ma sublimi quando stonavano, i testi che parlavano di te ma di chissà quante altre cose e persone, le “rivoluzioni che partono davanti allo specchio”, un suono che era punk ma anche pop ma anche psichedelico perché “finalmente i punk rockers avevano preso l’acido”. A raddoppiare il fanatismo arrivavano poi le considerazioni più “tecniche”, la metà razionale di una venerazione comunque pervasa da massicce dosi di ineffabilità, come tutte le mitologie che si rispettino.

Dall’essermi tatuato il loro logo sull’avambraccio destro all’aver intitolato ben due miei blog con la dicitura “Warehouse: Songs and Stories” passando per i palesi rimandi musicali affioranti nelle canzoni che ho composto nel corso degli anni, la loro influenza sulla mia vita è sgamabile come un pianoforte tintinnante tra una chitarra in overdose e una batteria con un attacco di panico. Il loro ruolo era preciso e insostituibile: se i Germs erano per quando ero strafatto, i Black Flag per quando mi incazzavo e i Dead Kennedys o i Fugazi per quando volevo cambiare il mondo, quando mi chiudevo in cameretta con gli occhi gonfi e la gola roca nel lettore c’era posto solo per Bob Mould, Grant Hart & Greg Norton, moschettieri al servizio della monarchia adolescenziale. Tutte le volte che ne ho avuto bisogno ci sono stati, e nei momenti peggiori ero semmai io ad essere assente, non loro.

La tenace coerenza con cui, fino alla fine, hanno reso chimerica la possibilità di una reunion, negando l’estasi performativa a chi come me se li perse all’epoca, è motivo di ulteriore rispetto anziché di sciocco risentimento da fan frustrato, anche se adesso forse sarà una ragione in più per piangere a dirotto. Perché con gli Hüskers la questione è sempre posta su un piano che scavalca a piedi uniti gli ingranaggi mediocri (dell’idolatria) e meschini (dell’industria culturale), una materia proibita non perché pericolosa ma perché sacra, qualcosa di più legato alle poesie scritte sui muri e ai riti per pochissimi iniziati.

Con queste premesse, come potremo ascoltare senza dissolverci in lacrime la prima antologia autorizzata dai tre, quel Savage Young Dü crudelmente in uscita tra poco meno di due mesi, ritratto degli artisti da cuccioli aperto dalla provocatoria domanda con cui ci interrogano da più di trent’anni (“ti ricordi?”) e che adesso non potrà non assumere un retrogusto tragico?

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Ma ora non voglio certo star qua a blaterare l’ennesimo, trito tributo “esistenziale” alla band più influente e celebrata della galassia alternativa mondiale. Meglio parlare di Grant, piuttosto, così da espiare in qualche modo quell’imperdonabile assenza che da otto anni mi tormenta e da alcune ore mi strazia.

Grant era un un provinciale, un tossico e un gay: identificarmici era pressoché automatico. Ed era un po’ il baricentro estetico del trio: non solo perché c’era lui dietro alle fortunate trovate grafico-cromatiche che tanto ruolo hanno avuto nell’imporre il culto, ma anche per quell’aria da adorabile teppistello che fungeva da raccordo tra i chili di troppo di Bob e la stravaganza proto-hipster di Greg. Come molti amanti dell’hardcore punk, ho sempre nutrito per il grunge un disprezzo viscerale: ma i capelli lunghi e le camicie di flanella, addosso a Grant, si sublimavano in qualcosa di eroico, un’uniforme da disertore col petto in fuori. E quella batteria, la più fantasiosa della storia del punk, non era forse l’imprescindibile spina dorsale di un muro di suono pirotecnico come le sue bacchette?

E poi, ora che ci penso, la fondamentale marcia in più, che gli ha cucito addosso un abito tutto suo e che adesso rende così inaccettabile questa perdita, è la dolce ombra da loser che lo ha sempre accompagnato. Perché, in fin dei conti, nell’immaginario collettivo è sempre stato Bob la star, quello che stava davanti e con cui tutti identificavano la faccenda: non a caso, è stato lui a raccogliere i frutti del glorioso passato con la sua brillante rinascita solista, laddove l’ex-compagno si è dovuto accontentare di una carriera per lo più oscura e marginale. Se uno dovesse associarli d’istinto con una loro melodia magari penserebbe a Makes No Sense At All o These Important Years, ma poi si renderebbe conto che tra le righe c’erano pure Never Talking To You Again e No Promise Have I Made. Workbook è grandioso perché sembra perfetto, Intolerance è prezioso perché sembra clandestino; gli Sugar erano un gruppo per collegiali sfigati, i Nova Mob ERANO dei collegiali sfigati. Quando parli di cose che “potrebbero essere la tua vita”, sono sfumature che a loro modo contano.

Ma la cosa ancora più importante è che, pur nella vitale necessità di tutte le partigianerie stupide (e gli scontri tra pro-Mould e filo-Hart sono schermaglie che manco mod contro rocker), nessun Hüsker-fan si sognerebbe mai di perdere di vista l’obiettivo: ognuno ha i suoi gusti, ma innanzitutto c’erano gli Hüsker Dü, e l’insieme conta sempre più della somma delle parti. E’ ciò che rende irripetibili (e, per rispondere alla domanda che si ostinano a porci, indimenticabili) certe epoche, certi fenomeni e certi personaggi, indiscussi protagonisti dei nostri “anni importanti”.

Forse ho parlato troppo, quando per riassumere la questione sarebbe bastata una sola constatazione: Grant ha dedicato una canzone meravigliosa a un misterioso paio di occhi verdi. Che mi è sempre piaciuto pensare fossero i miei.

3 pensieri su “Grant Hart (1961-2017) – L’importanza di avere gli Occhi Verdi

  1. Pingback: [Pietra Miliare] Hüsker Dü – Warehouse: Songs And Stories (Warner Bros, 1987) | WAREHOUSE: SONGS AND STORIES

  2. Pingback: [Monografia] Ian Svenonius | WAREHOUSE: SONGS AND STORIES

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