[Live Report] Today Is The Day @ Freakout (Bologna) 22/10/2017

TODAY IS THE DAY

Esistono tre tipologie di concerti: quelli a cui si va con curiosità, quelli a cui si va con trepidazione e quelli a cui si va con timore. Un’esibizione dei Today Is The Day non può che ricadere a pieno titolo in quest’ultima categoria. La missione della band di Nashville sembra ricalcare le teorie di Bataille sull’Estremo. Il Male che abita la loro arte è una presenza a tutto tondo (psicologica, sociale, politica, filosofica, religiosa), e il risultato è una musica disumana, barbara, cannibalica eppure, a ben vedere, assai sofisticata: opere lunghe e complesse (obbligatorio citare almeno il monumentale doppio del 2002 Sadness Will Prevail), grande cura nell’interpolare elettronica e campionamenti, un programma eclettico ma sempre ben delineato a dettare la linea. Steve Austin è il prototipo del serial killer organizzato: malato, crudele, ma anche del tutto consapevole dei propri mezzi e impeccabile nel mettere in atto i propri efferati propositi. Attraversata da una tensione apocalittica che è la pulsione basilare di ogni misantropo irredimibile, la musica dei Today Is The Day finisce con l’assumere un significato sacro: ogni loro disco è un rito, ogni loro concerto un sacrificio umano.

Entro al Freakout braccato da una pioggia scrosciante che non riesco a non imputare al magnetismo malefico della band. La sala è immersa in una disturbante luce rossa, troneggiata dallo stendardo con l’emblema del gruppo (lo stesso raffigurato sulla copertina del cult album Temple Of The Morning Star). Ad aprire la serata provvedono i bellunesi Organ, una bella muraglia sludge compatta e potente, tutta strumentale; particolarmente gradita la maglietta degli Oxbow indossata da uno dei due chitarristi. Tutto il contrario gli statunitensi Fashion Week, in scena subito dopo con il loro scomposto post-metal, che suonano metà concerto in mezzo alla platea. Ad assistere c’è anche Steve, che si concede un saluto al microfono per poi ritirarsi dietro le quinte. Ricompare poco dopo da protagonista, insieme ai due pseudo-skinhead della sezione ritmica. In barba all’immagine torva che ispirano, l’atteggiamento è molto informale: vestito come il più anonimo musicista hardcore, Austin sistema con calma la sua postazione manco si trovasse in sala prove e, chissà perché, per testare i volumi strimpella l’arpeggio di Washer degli Slint. Il bassista è affaccendato anche al sintetizzatore, mentre sarà lo stesso frontman a gestire la componente elettronica con uno strategico laptop.

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Ad inaugurare la messa è la funerea litania di Temple Of The Morning Star, ballata che ha l’apertura immaginifica di una saga nordica, purtroppo incrinata da problemi tecnici risolti quando il brano è ormai prossimo alla conclusione. Segue a stretto giro l’industrial sadomaso di The Man Who Loves To Hurt Himself, quasi un aggiornamento di quel Mr. Self Destruct di reznoriana memoria, perfetto compendio dell’estetica della band tra sample ghignanti e sfuriate a testa bassa. Da qui in avanti sarà concessa ben poca tregua ai nostri timpani: High As The Sky è metallo pesantissimo al servizio della psiche deragliata di Austin, le brevissime Crutch (colonna sonora di una danza tribale tra androidi in avaria) e Pinnacle (gli ultimi spasmi di un alieno in overdose) potrebbero sembrare degli scherzi se non fossero così insostenibilmente violente, mentre Root Of All Evil parte come un madrigale dark per poi andare in pezzi in un’infernale detonazione di siluri sottomarini.

Austin si sposta al basso, e l’inabissamento delle frequenze comporta anche una spaventosa dilatazione dei brani: Hermafrodite si trascina come un mostro preistorico in un limaccioso doom post-atomico, seguita da una The Descent che alterna mitragliate a freddo e dense bombe di profondità, sguinzagliando nel finale un assolo piroettato alla velocità della luce. L’agglutinato tra le due suite è così opprimente che la sventagliata grindcore di Mother’s Ruin arriva quasi come un sollievo.
Appena meno impietosa la bolgia scalmanata di In The Eyes Of God, in cui la voce ultra-distorta di Austin pare rimbombare in un burrone. Il trio suona sempre con una precisione robotica ma l’intensità, lungi dall’uscirne prevaricata, esplode con ancora più vigore. Un etereo coro a cappella introduce Going To Hell, il cui titolo va preso alla lettera, con una conclusione in feedback assordante come una sirena antiaerea. Nuovamente, ad una tortura a cottura lenta segue un proiettile perforante: la tempesta al napalm di Spotting A Unicorn è così breve e insensata che una volta conclusa si fatica a capire cosa sia accaduto.

Riconoscibilissima, nonostante il trattamento spinto, è invece la sentita cover di Sabbath Bloody Sabbath, un omaggio che sarebbe piaciuto ai Type 0 Negative. Steve presenta la band e, giusto che ci sta, chiede (o meglio, ordina) al batterista di impressionare il pubblico con un drum solo, “il più incredibile che abbiate mai ascoltato!” ci garantisce: non saprei certificarlo con esattezza, ma di sicuro ci è andato molto vicino.
La successiva Animal Mother, che nell’arco di cinque minuti si fa (nell’ordine) stridore di macchina morente, grido di battaglia vichingo e requiem black metal, è un altro impressionante saggio sulla visione tecno-primitivista dei Today Is The Day. Lontani anni luce dalle velleità effettistiche di tanti gruppi sedicenti estremi, Steve Austin & co sono portatori non-sani di un dolore autentico e sconfinato. Eppure, nella loro musica non manca l’ironia: e così, dopo averci ricordato da quale città provengono, ci salutano parodiando uno dei loro più illustri concittadini in un’esilarante Folsom Prison Blues strafatta di steroidi. Prima di andarsene, un ringraziamento e alcune raccomandazioni alle giovani leve, impartite con piglio da guru: quella sull’assumere sempre e solo autisti straight edge per evitare di finire, come loro, nelle mani di un guidatore speedomane credo che la terrò particolarmente in considerazione…

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Niente bis: siamo così maciullati che non saremmo riusciti a sobbarcarceli, d’altronde. In compenso, chi vuole può raggiungere Steve al banco dei dischi per scambiare due parole: io, timoroso dell’imprevedibilità del personaggio, mi limito ad una prudente stretta di mano.

Fuori ha smesso di piovere e il cielo è sgombro da nuvole: che sia stata l’onda d’urto di cui sono appena stato testimone a spazzarle via?

Setlist
1. Temple Of The Morning Star
2. The Man Who Loves to Hurt Himself
3. High As The Sky
4. Crutch
5. Pinnacle
6. Root Of All Evil
7. Hermaphrodite
8. The Descent
9. Mother’s Ruin
10. In the Eyes Of God
11. Going To Hell
12. Spotting A Unicorn
13. Sabbath Bloody Sabbath [Black Sabbath cover]
14. Animal Mother
15. Folsom Prison Blues [Johnny Cash cover]

[lo trovi anche su Ondarock]

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