[Live Report] Unsane @ Freakout (Bologna), 01/11/2017

UNSANE

L’anno prossimo la carriera degli Unsane spegnerà ben trenta candeline, ma la loro granitica proposta musicale sembra non essersi screpolata di un millimetro: non una virgola è mutata nelle loro coordinate, non un passo indietro in termini di pesantezza e cattiveria, nessuna possibile redenzione a illuminare il loro radicale pessimismo. Nel vocabolario del trio di Brooklyn la parola “compromesso” non è tanto offensiva quanto, letteralmente, ignota. La ferocia della loro musica teme tuttora pochi rivali. Ben pochi artisti hanno saputo sublimare con la stessa, terrificante efficacia l’alienazione e la paranoia della vita in una grande metropoli: la violenza dei loro brani è la trasfigurazione di ciò che vivono ogni giorno sulla propria pelle, l’esorcismo per un’angoscia che potrà stemperarsi solo quando sarà cessato l’orrore che la ispira. Sterilize, ultimo spietato biglietto da visita, non fa che confermare l’inscalfibilità di una formula che ha fatto scuola (non solo nella musica, ma anche nelle copertine, sistematicamente insensibili al cattivo gusto), e altrettanto farà l’esibizione che sto per raccontarvi.

In un Freakout strapieno, un dj set hip hop godibilmente fuori contesto lascia presto spazio all’opening degli Arto (supergruppo bolognese che assortisce membri da Settlefish, Ronin, Calibro 35 e Isonouncane), artefici di un math rock strumentale che qua e là lambisce profondità baritonali quasi doom, tecnicamente ineccepibile ma forse un po’ freddino. A rubare la scena, però, è il buon Chris Spencer che, appollaiato alle spalle della band, ascolta l’esibizione sbuffando dense boccate di fumo: una presenza comica più che minacciosa, ma che presto saprà guadagnarsi il dovuto spazio nei nostri peggiori incubi.

Poco dopo i tre macellai sono schierati sul palco, e il loro soundcheck è già indicativo dell’aria che sta per tirare: mentre Spencer e Curran settano accordatura ed effetti, Signorelli srotola un tappeto tribale che, nel corso della serata, diventerà una sorta di jingle apocalittico tra una canzone e l’altra, a creare un flusso di dolore senza pause che possano alleviarne lo strazio. Chris, con il cappellino da baseball, il fisico palestrato sotto la maglietta aderente e il provocatorio adesivo della NRA in bella mostra sulla Telecaster è uno spaventoso frullato semiotico, una passerella su cui spogliare la cultura statunitense nella sua nuda natura reazionaria.

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Siamo così storditi da questo cortocircuito che l’irruzione di Committed ci spiana come uno schiacciasassi, un rotolare scomposto sovrastato da un urlo bestiale, compresso come se fosse stato silenziato per migliaia di anni. Tra volumi pompati all’inverosimile e un’equalizzazione sadicamente centrata sugli alti, è già chiaro che alle nostre orecchie sarà accordata ben poca compassione.
Un serrato palm mute introduce Over Me, in cui la sensazione è di essere trascinati sull’asfalto da un’auto in corsa, mentre il basso di Sick ci stritola come un’anaconda grossa quanto le vene sul collo di Spencer.
Su Out una chitarra slide si infiltra come una colata di cemento tra pause cariche di risentimento, mentre durante Factory pare davvero di trovarsi dentro una fabbrica in attività, tra lamiere arrugginite e liquami di scarico, i tre strumenti fusi in un’unica pressa meccanica.

Against The Grain si apre con un parodistico arpeggio quasi morriconiano, ci illude di avere via libera per poi tempestarci di pugni fino a cambiarci i connotati. In Aberration è Curran a sobbarcarsi la voce solista, e in quanto a raucedine non sfigura rispetto a Spencer, che per non far sentire troppo la sua mancanza si concede un assolo delicato come una fresa e a fine brano presenta i suoi efferati complici. Il locale, tra pogatori senza scrupoli e surfisti di folla scaraventati in aria, è da tempo sprofondato in un caos primordiale.
No Reprive procede a strappi, pare di essere schiaffeggiati da un foglio di carta vetrata, e ancora meglio fa lo stop&go Line On The Wall (ancora Curran alla voce, più rauco che mai), un martello pneumatico puntato sulle tempie, con Signorelli che a fine brano ha ancora così tanta rabbia in corpo da doverla sfogare in un tellurico mini-assolo.
Nella musica degli Unsane è tutto così spinto al limite che sarebbe facile liquidarla come un ammasso di effetti speciali, ma brani come Killing Time sono autenticamente e inequivocabilmente tragici, con quella leva stirata fino allo spasimo sopra il piombo fuso della sezione ritmica, contratta in una smorfia disumana come i lineamenti degli esecutori. E mai titolo fu più appropriato di Only Pain, sovrapposizione di cliché pescati a varie latitudini della disperazione (arpeggio black metal, canto emocore, ritmica albiniana).

Se il quasi-crossover di Empty Cartridge è il momento più metallico della serata, con sia Spencer che Signorelli impegnati in martirizzanti flagellazioni soliste, Scrape viene trasformata in un inno hardcore suonato con l’intensità dei Fugazi.
The Grind, introdotta da un cupo ruminare di basso e chiusa da una bufera di rigurgiti elettronici, ci macina le ossa come promesso dal titolo, prima di spegnersi nell’esecuzione capitale di Get Off My Back, i Jesus Lizard portati alle estreme conseguenze, un lungo feedback a trapuntarne gli orli, urla selvagge sopra una batteria dritta come un pistone, e conclusione affidata alle radiazioni post-atomiche del basso, a estinguere il concerto e forse l’intera umanità. Ci viene subito fatto capire che i bis possiamo scordarceli, e nessuno si azzarda ad avanzare mezza obiezione a riguardo.

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La discografia degli Unsane non sarà forse tra le più avvincenti in quanto a colpi di scena stilistici, ma sul palco sono una garanzia certificata. La trovata genialmente semplice alla base della loro ricetta (abbinare il noise più metallico che si sia mai ascoltato ad una voce distorta pescata dall’estetica industrial) rimane un espediente di micidiale efficacia. Idem dicasi per la dialettica basso massiccio-batteria spigolosa-chitarra tagliente, evergreen noise condotto allo stato dell’arte. E i richiami alla classicità rock, che affiorano qua e là come aneliti bucolici annegati nell’inferno urbano, anziché rassicurare non fanno altro che rafforzare un malessere che non può e non vuole essere curato. Che dire, come halloween party alternativo non possiamo davvero lamentarci.

Tornando a casa mi sorprendo a guardarmi nervosamente dietro le spalle, come se temessi di essere seguito: il terrore costante evocato dalle canzoni degli Unsane mi ha ormai penetrato l’epidermide, e dopo un concerto simile Bologna può diventare sinistra come la periferia di Brooklyn…

P.S.: ho scritto questo articolo con una sinfonia di trapani a imperversare sotto la mia finestra, appropriatissimo sottofondo per conciliare la creazione.

Setlist
1. Committed
2. Over Me
3. Sick
4. Out
5. Factory
6. Against The Grain
7. Aberration
8. No Reprieve
9. Line On The Wall
10. Killing Time
11. Only Pain
12. Empty Cartridge
13. Scrape
14. The Grind
15. Get Off My Back

[lo trovi anche su Ondarock]

4 pensieri su “[Live Report] Unsane @ Freakout (Bologna), 01/11/2017

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