[Live Report] Julia Holter @ Locomotiv (Bologna) 02/12/2017

JULIA HOLTER

La maturazione artistica di Julia Holter pare inarrestabile quanto la popolarità, chissà fino a che punto messa in conto, che sta riscuotendo oltre gli angusti confini della musica “difficile”. La sua personalità artistica è tanto riconoscibile quanto non facile da inquadrare, e sono solo etichette di comodo quelle che tirano in ballo paragoni con figure titaniche della sperimentazione al femminile, da Annette Peacock a Meredith Monk passando per l’inevitabile Laurie Anderson, fino a cantautrici borderline come Linda Perhacs (con cui ha collaborato) e Buffy Saint-Marie. Dall’avanguardia astratta e un po’ sinistra degli esordi al chamber pop barocco incorniciato nel magnifico Have You In My Wilderness, il suo è un percorso che coniuga assoluto rigore e grande forza espressiva, sempre all’insegna di un gusto colto e ricercato, al crocevia tra intimismo e teatralità.

Ma Julia Holter è anche un personaggio imprevedibile, che ama sorprendere innanzitutto se stessa. Basandomi un po’ sulla sua prova più recente (l’atipico live “In The Same Room”), un po’ sui racconti di chi l’ha già vista dal vivo, mi aspetto di trovare una figura fredda e accademica, pentagramma d’ordinanza alla mano ed ensemble da camera di corredo, pochi sussulti e una barriera invalicabile tra lei e gli spettatori: ma basta gettare un occhio al palco ancora vuoto del Locomotiv, solcato solamente da un pianoforte e da un sintetizzatore Prophet, per capire che stasera accadrà qualcosa di ben diverso.

Il resto lo conferma la sua entrata in scena: minuta, timida, con un sorriso imbarazzato che tradisce l’insicurezza di una ragazzina al suo primo saggio e una rigidità adorabilmente borghese di modi e movenze, Julia si siede al piano quasi scusandosi per la propria presenza, al punto che la nipponica compostezza del suo accompagnatore (il compositore-poeta Tashi Wada) in confronto pare rilassata spigliatezza.
Il tempo di ancorarsi allo sgabello, sistemare gli spartiti e attacca Turn The Light On, elegia diafana che gradualmente acquisisce dinamica fino ad un crescendo che rimanda alla Mitchell di River, non fosse per gli spifferi glaciali del sintetizzatore. Le sorprese sono due: il brano è inedito, e l’esecutrice canta e suona con il vivo trasporto di una cantautrice, alla faccia della boriosa musicista “seria” che mi sarei aspettato.

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I calorosi applausi sembrano sorprenderla e sprofondarla ancora di più nella vergogna, ed è forse per togliersi d’impaccio che, voltata la pagina del leggio come una consumata concertista, inanella subito un’altra canzone, anch’essa inedita, stavolta servendosi del solo piano: Ship Is Gone è ancora più raccolta, ritagliata in una seta sottilissima, che negli ultimi versi tintinna come rugiada.
Finalmente si fa coraggio e, dopo averci ringraziato, sbocconcella qualche parola tra una risata di situazione e l’altra: è la sua prima volta a Bologna, si sta divertendo molto durante questo tour in duo (sarà…) e suonerà soprattutto canzoni che troveremo nel suo prossimo album, ma adesso ce ne farà ascoltare una vecchia: se la Marienbad originale gareggia in ambiguità con l’omonimo film di Resnais, questa versione prosciugata diventa poco più che una cartilagine virata seppia, inizialmente accarezzata solo dal piano, a cui si aggiunge il Prophet dopo un imprevedibile sguardo d’intesa tra i due, forse l’unico di tutto il concerto se non della loro vita.

Ormai a suo agio, o quasi, si lancia in un autentico spiegone da prima della classe, in cui ci illustra con dovizia di particolari cosa sta facendo, in che modo ha concepito i nuovi arrangiamenti e cosa differenzia le nuove composizioni dalle vecchie. Il saggio viene subito illustrato da Horns Surrounding Me, tratta dal penultimo album Loud City Song e ancora più cupa della versione studio, eseguita con una tale severità da trasformarsi in uno scampolo di musica sacra, allagato in maniera estenuante da piccoli rivoli sintetici che nella coda si condensano in un’aliena pozza stagnante.
Da qui in avanti, solo brani nuovi: Voce Simul è una soul ballad alla maniera di Julia Holter, galleggiante su un bordone di synth così abissale da farci tremare le budella, maciullato da un insistito ossessivo e infine vaporizzato in una coda orientaleggiante; I Can’t Turn Away inizia più andante ma poi si arena in una nebbia rarefatta, con la voce libera di sfogarsi in lungo e in largo tra stacchi parlati, escursioni melismatiche e acuti lancinanti, una prova d’isteria degna di Diamanda Galas; Colligere è forse il momento più avanguardistico della serata, aperta dalla modulazione straniante di un chorus e chiusa da una fanfara di fiati fuori fase; il passo saltellante di Hejinian, di contrasto, suona insospettabilmente “normale” e, se non fosse per i filtri impazziti del Prophet, potrebbe essere scambiata per una ballata di Laura Nyro o Carole King.

Esaurita questa variegata galleria di umori, ennesima testimonianza dell’eclettismo compositivo e performativo dell’artista, accade qualcosa di inaspettato: Julia inizia a scusarsi se “canterà male, ma la vostra lingua è davvero difficile“ e, tra l’incredulità generale, si lancia in una tenerissima rilettura di Chiamami Adesso di Paolo Conte, qua e là sbilenca ma filologicamente corretta e proprio per questo più stramba che mai. Altre scuse, stavolta più giocose che mortificate, tra applausi altrettanto divertiti quanto carichi di reale ammirazione.
Why Sad Song?, ultimo inedito della serata, tiene fede al titolo: solenne intro di synth, notine di piano come tante piccole lacrime e in chiusura un lamento proferito con apatia da moribonda.
Dopo tanto malessere c’è bisogno di rischiarare la tavolozza, e i Beach Boys mutanti di Sea Calls Me Home vengono salutati come una hit, lei ci prende gusto e si impenna fino a toccare il cielo, stemperando poi la tensione in un bridge fischiettante a malapena disturbato dai glitch del sintetizzatore, prima di atterrare di nuovo tra le braccia di un pubblico estasiato. La colonna sonora ideale per siglare un finale, e difatti l’esibizione si conclude qui.

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Poco dopo torna in scena da sola e inizia a strimpellare scherzosamente un giro atonale che fa il verso alla waitsiana Tango Till They’re Sore, per poi salutarci nel più emozionante dei modi con una Betsy On The Roof da brividi, epica e appassionata come solo le vere fuoriclasse sanno fare, forse quanto di più più prossimo ad un “classico” ci si possa aspettare da questa talentuosa ragazzina inquieta. Un ultimo, impacciatissimo inchino e poi via nei camerini, finalmente libera di non dover rendere conto a nessuno dei propri tormenti. Poco più di un’ora di concerto, giusto così.

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Sono rimasto davvero tramortito dall’intensità di questa serata. La sensazione è che per Julia la musica sia una straordinaria forma di terapia: l’evidente tensione che la attanaglia quando è in fase quiescente si dissipa come d’incanto appena inizia a suonare e cantare, frangenti in cui si trasforma in un’altra persona, formidabile nel dipingere paesaggi che teletrasportano il pubblico dove vuole lei. E se è vero che la voce, tecnicamente non eccelsa, non sempre supporta le sue intuizioni armoniche, la consapevolezza e il controllo guadagnati rispetto agli esordi sono sbalorditivi, e le piccole incertezze non fanno che rendere ancora più potenti e “umane” le sue sempre sentitissime performance. I nuovi brani, non ancora abbastanza rodati da risultare pienamente decifrabili, lasciano intravedere quello che sarà il probabile stadio successivo della sua evoluzione, ovvero un’ulteriore “poppizzazione” di suoni e strutture e, perché no, un brillante futuro da cantautrice sofisticata, dismettendo i panni della sperimentatrice oppure rimanendo in bilico tra i due linguaggi con la classe proteiforme che le è propria.

L’unico aspetto che mi ha lasciato un po’ perplesso è stato il ruolo del suo accompagnatore, i cui interventi sono stati così discreti da sconfinare nel superfluo. L’idea era forse quella di creare un contrasto caldo-freddo tra l’asettico Prophet del giapponese e il vibrante piano di Julia, ma a questo punto non sarebbe stato più pulito, per quanto rischioso, puntare direttamente su un solitario set acustico? Ipotizzo, dunque, che la presenza di Wada sia motivata da ragioni psicologiche più che musicali: forse Julia non si sente ancora pronta a mutare pelle in maniera tanto radicale, e non essere da sola sul palco la aiuta a non farsi soverchiare da un’ansia che, ce lo sentiamo, imparerà presto a gestire.

Me ne torno a casa deliziato e con un taccuino pieno di appunti, privilegio delle esperienze e degli incontri davvero stimolanti.

Setlist
1. Turn The Light On
2. Ship Is Gone
3. Marienbad
4. Horns Surrounding Me
5. Voce Simul
6. I Can’t Turn Away
7. Colligere
8. Hejinian
9. Chiamami Adesso
10. Why Sad Song?
11. Sea Calls Me Home

Encore
12. Betsy On The Roof

[lo trovi anche su Distorsioni]

3 pensieri su “[Live Report] Julia Holter @ Locomotiv (Bologna) 02/12/2017

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