[Intervista] Reazione K

Reazione K è stata una rassegna musicale organizzata dall’Associazione Culturale Zone K nell’autunno 2017 presso la Sala Estense di Ferrara, con lo scopo di celebrare i dieci anni di esperimenti culturali realizzati sino ad oggi dal collettivo, ma anche di  “riconquistare” gli spazi che la città può mettere a disposizione per la cultura. Ho intervistato Tommaso Lampronti e Alex Poltronieri, due tra gli animatori dell’iniziativa.


Reazione K è stato un esperimento coraggioso e, come si dice spesso in questi casi, necessario. Raccontateci come è nato e chi o cosa c’è dietro.
Nel luglio del 2016, nostro malgrado, abbiamo deciso di chiudere il Circolo Arci Zone K, dopo più di un anno di intensa programmazione live. Da qui l’esigenza di continuare in qualche maniera a stimolare la scena musicale ferrarese proponendo concerti di qualità. Ovviamente, rinunciando alla cornice del club, abbiamo dovuto appoggiarci ad altre realtà che gentilmente ci hanno ospitato. Dietro Reazione K c’è un collettivo volontario di sette appassionati che credono fortemente nel progetto.

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In chimica, la lettera K è utilizzata per riferirsi ad una costante di equilibrio tra prodotti e reagenti, che in un certo senso è ciò a cui mira chi organizza eventi: una miscela stabile tra ciò che si propone e la reazione suscitata. In cosa consiste per voi questo equilibrio? Come si costruiscono queste alchimie?
In realtà il concepimento di Reazione K è stato parecchio sbilanciato, mosso da esigenze un po’ incoscienti: organizzare live di artisti che ci piacciono molto, indipendentemente dalle reazioni che avrebbero suscitato.

Ferrara è una città davvero strana: smaccatamente aristocratica ma con una lunga tradizione progressista, per molti versi chiusa e addirittura cupa ma con una sua particolare vocazione più ariosa e giovanile. Com’è stato mettere su un’iniziativa simile in un posto così contraddittorio?
Non semplice. Come giustamente osservi tu, Ferrara è una città dalle molte contraddizioni. Se da un lato alcune realtà hanno il coraggio di confrontarsi con progetti ambiziosi, dall’altra ci si scontra con una mentalità ancora diffidente e priva di curiosità. A testimonianza di ciò, la maggior parte del pubblico di Reazione K non proviene da Ferrara. E questo un po’ ci rammarica.

Tra i fiori all’occhiello della manifestazione vanno citati almeno tre nomi internazionali di assoluto prestigio: Robyn Hitchcock, Mark Eitzel e Chuck Prophet. Tre figure appartenenti ad ambiti differenti, ma tutte riconducibili alla macro-categoria del “cantautore di culto”: personaggi schivi che, lontano dai riflettori, portano avanti un proprio tenace discorso e raramente sbagliano un disco, il più delle volte ignorati dal grande pubblico ma venerati da appassionati e addetti ai lavori. Scorrendo tra gli eventi che avete organizzato in passato ne compaiono altri simili (Grant-Lee Phillips, Geoff Farina, Hugo Race, Thalia Zedek…). Cosa vi affascina in particolare di questi piccoli grandi eroi?
Un percorso artistico coerente, quasi sempre qualitativamente elevato, e un fascino da outsider in cui ci rispecchiamo pienamente. Lo spirito con cui è stata realizzata Reazione K è quello del fan: potrà sembrare un ragionamento egoistico, ma l’occasione di poter lavorare al fianco di quelle che per noi sono figure leggendarie della storia del rock ha prevalso. Con il sogno di far conoscere questi artisti anche ad una platea di ascoltatori più ampia.

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Altro bel colpaccio è stata la presenza di Matthew Caws dei Nada Surf, che ha scelto Ferrara per la sua unica apparizione non solo italiana ma europea. Come siete riusciti ad organizzare la data?
Siamo grandi fan dei Nada Surf, e da un po’ di tempo ci teniamo privatamente in contatto con Matthew. Si è proposto lui stesso per una data solista a Ferrara e noi abbiamo colto l’occasione al volo. Matthew ne ha approfittato per soggiornare qualche giorno in più godendosi le bellezze e il cibo della nostra città.

 Ci sono stati poi due “big” nostrani: i Diaframma e Paolo Benvegnù. Nel complesso vi è parso che abbiano destato più curiosità queste due garanzie o le scommesse che avete azzardato con i nomi precedenti?
Chiaramente Diaframma (in quest’occasione affiancati da un altro nome seminale della new wave italiana, i Go Flamingo!) e Paolo Benvegnù portano con sé uno zoccolo di fedelissimi che ci ha concesso un margine di sicurezza in più rispetto ai nomi precedentemente citati. Nello specifico tuttavia il live di Paolo Benvegnù è stato a sua volta una scommessa, trattandosi di uno spettacolo sperimentale, a metà tra teatro e installazione artistica, che ha visto anche l’apporto del talentuoso burattinaio e performer Luca Ronga.

Apprezzabile anche l’approccio multidisciplinare che avete adottato, inglobando nel cartellone proiezioni e presentazioni di libri (tra cui una biografia di Adrian Borland che si prospetta interessante). Quanto conta per voi questo aspetto?
Ci ha stimolato l’opportunità di sviluppare una visione letteraria all’interno di una rassegna prettamente musicale. Adrian Borland and The Sound: Meaning of a Distant Victory è l’unica pubblicazione italiana dedicata ad un grande e misconosciuto artista, mentre Nastri, del giornalista musicale Stefano Solventi, è un romanzo di fantascienza ambientato in un futuro distopico, in cui la musica riveste comunque un ruolo essenziale.

Credete anche voi, come molti stanno profetizzando, che i grandi eventi nelle grandi città perderanno gradualmente terreno a favore di situazioni più contenute in location più periferiche? Secondo voi lavorare in piccolo e fuori dai circuiti più gettonati vuol dire avere più o meno visibilità, più o meno rischi?
Il discorso è sicuramente molto complesso e richiederebbe un’analisi più dettagliata. Chiaramente è sempre più faticoso catalizzare l’attenzione delle grandi masse nei confronti di festival e rassegne musicali di una certa entità, se non affidandosi a vecchie glorie del rock e/o a nuove realtà che con la nostra concezione di “musica alternativa” hanno poco con cui spartire. Lavorare in piccolo espone a rischi più bassi e ben più gestibili, ed è forse diventata l’unica via per fruire di un certo tipo di sonorità.

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A conti fatti, siete soddisfatti di questo primo tentativo? Vi sembra che la risposta sia stata positiva?
Nel complesso il feedback è stato ampiamente positivo ed esponenziale: abbiamo visto il pubblico crescere di data in data.

Pensate che questa bella favola possa proseguire?
Intanto sentiamo la necessità di prenderci una piccola vacanza per ritrovare le energie, ma il desiderio di mettersi al lavoro su un Vol. 2 non manca di certo. Qualche nome lo abbiamo già in mente, speriamo che possano esserci le condizioni necessarie per portare ancora grande musica a Ferrara.

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(foto di Matilde Morselli)

[lo trovi anche su Ondarock]

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