[Live Report] Algiers @ Locomotiv (Bologna) 14/02/2018

ALGIERS

Ben pochi artisti, negli ultimi anni, hanno meritato di diventare dei “casi” (giornalistici, ancor prima che discografici) quanto gli Algiers. La loro proposta è qualcosa che nasce per far discutere, tanto nella musica (un magmatico post-gospel costruito a strati, caotico come i tempi da cui trae ispirazione) quanto nelle liriche (lucide dichiarazioni di guerra all’Occidente bianco e capitalista, non scevre da una perturbata spiritualità). Una vicenda idealmente triangolabile tra tre città: Algeri, città-simbolo della decolonizzazione cantata da Franz Fanon, da cui prendono in prestito il nome; Atlanta, mecca periferica della musica nera, da cui provengono e di cui incamerano in parte la vibrante tradizione hip hop; Detroit, loro ideale patria spirituale, battagliera capitale del movement, delle sommosse del ’67, di John Sinclair e degli MC5, ma anche dei bollettini sociali di Marvin Gaye e dei deliri cyberpunk dei “techno renegades”. Nell’urlo lacerato di Franklin James Fisher, shouter d’altri tempi che unisce l’esplosività di Wilson Pickett con la consapevolezza di Gil Scott-Heron (filtrate però attraverso l’intensità terrificante di un Eugene Robinson), risuonano tutte le grida inascoltate del popolo afroamericano, dalla sofferenza degli schiavi nelle piantagioni agli slogan delle Black Panthers strillati per le strade delle grandi metropoli. Ultimi eredi della controcultura radicale statunitense, gli Algiers sono un potente antidoto alla mediocrità disfattista che domina ormai incontrastata l’indie rock mondiale.

La scommessa della serata sarà capire quanto una formula come la loro, emanante un’arrembante fisicità ma in cui sono comunque elettronica ed effetti a fare la parte del leone, possa reggere al mai scontato test del live. Il palco si presenta spoglio, non fosse per l’eloquente stendardo “all power to the people” che campeggia alle spalle degli ampli: una premessa decisamente eccitante.
Apre le danze l’androgina producer californiana Hiro Kone, che a guardarla parrebbe un membro esterno dei Les Rallizes DeNudes ma ha in testa visioni di tutt’altro genere: una rintronante suite di circa mezz’ora che inizia con un disturbato sample parlato per poi evolversi, nell’ordine, in un immoto lago dark ambient, in un più tonico pistone industrial, in un bridge electro-chill dagli echi orientaleggianti e assestandosi, infine, su una ritmica più sostenuta, prima di planare nuovamente sul distaccato parlato iniziale. Nel complesso un opening suggestivo ma, alla lunga, poco incisivo e forse non così adatto ad inaugurare una serata impostata su vibrazioni di altra natura, oltre che pompato a volumi eccessivamente alti (un problema che, come vedremo, affliggerà anche la portata principale).

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I quattro compaiono sulla scena alla spicciolata per settare la strumentazione, mentre Fisher scatta qualche foto alla platea: un riconoscimento di parità del tutto coerente alla loro visione populista e anti-autoritaria. Quando si schierano sul palco, non può non saltare all’occhio l’estrema eterogeneità di facce, abbigliamenti e atteggiamenti, che in qualche modo deve riversarsi anche nella ricchezza del loro saporito “gumbo”: il composto chitarrista Lee Tesche vestito di nero da capo a piedi con a tracolla una Travis Bean da bava alla bocca; il bassista Ryan Mahan in gilet jeans & fascia colorata sulla fronte manco fosse un reduce della primissima E-Street Band; il batterista Matt Tong (ex-Bloc Party) che pare un sosia uscito male di Damo Suzuki; e ovviamente Fisher, carismatico predicatore di strada in tenuta proletaria (non fosse per il vistoso crocifisso da santone che gli penzola dal collo).

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Un loop di rumori e parole striscia sinistro mentre terminano di sistemarsi, poi la batteria inizia a martellare come una pressa, Fisher si siede al Fender Rhodes e Cry Of The Martyrs ci travolge come una valanga che si ingrossa mano a mano che scende a valle. Facciamo subito conoscenza con uno dei leitmotiv della serata, ovvero l’ipercinetica frenesia del frontman, che a tratti pare davvero posseduto da qualche spirito ctonio: dopo la prima strofa si alza, imbraccia una Stratocaster e comincia a strapazzarla (sarà per l’impugnatura mancina, ma in quel momento credo che abbiamo pensato tutti la stessa cosa), poi la molla per afferrare un cembalo e continua a cantare scuotendolo come un sonaglio sciamanico. Nel ritornello gli altri lo spalleggiano in un possente coro all’unisono prima di lasciarlo solo nel finale, ringhiato a cappella come un inno di redenzione troppo impetuoso per poter essere recepito da orecchie umane.
Per la successiva, apocalittica Cleveland Mahan abbandona il basso e inizia ad armeggiare con un controller, producendosi nel frattempo in uno strano balletto disarticolato (un po’ irritante, ad essere sinceri), ma l’attenzione è ancora una volta tutta per Fisher, che gesticola come un rapper spaccone ma canta come un consumato soulman, stirando note così lunghe che sembrano toccare il cielo. Nel mezzo, un sincopato bridge d’n’b a cui segue un martirio chitarristico in cui si giura vendetta per tutte le vittime innocenti della brutalità poliziesca, patchwork di registri e stili che ai Nostri riesce sempre benissimo.
Walk Like A Panther è aperta da un drammatico loop di pianoforte, dal sapore molto hip pop, miscelato ad un celebre discorso di Fred Hampton, su cui si contorce una voce riverberata/distorta in maniera mostruosa, come se fosse ritrasmessa da migliaia di televisori difettosi, mentre Tesche intorbida le acque accarezzando la chitarra con un archetto.
Lo spiritato canto africano di Claudette, ammirevole giustapposizione di tecnologia e primitivismo, poggia su un ipnotico interplay tra batteria acustica & drum machine, ma proprio quando è sul punto di farci sprofondare in trance Fisher ci risveglia con un contorto assolo che, vai a capire perché, mi riporta alla memoria addirittura i Wipers.
Meno maestosa ma più coinvolgente l’attesa The Underside Of Power, energica title track del loro secondo e più eclettico album, che inizia come un lamento à la Suicide per poi trasformarsi in un inno anti-sistema stile Pop Group, inframezzato da un intermezzo di puro rumore. Più che sobillare improbabili insurrezioni, agli Algiers interessa spronare a fare i conti con se stessi.
Tutt’altra cosa la seguente Mme Rieux, senz’altro l’apice del concerto, una ballatona soul che occhieggia quasi a Stevie Wonder, brillantemente condotta Fisher al Rhodes (salvo una falsa partenza riacciuffata al volo, con immancabile sostegno empatico del pubblico) tra discrete percussioni elettroniche e bordoni di chitarra sullo sfondo.
La galoppata di Time To Go Down Slowly (Nina Simone reinterpretata da una banda di terroristi No wave) è funestata da alcuni problemi tecnici ma riesce comunque a trottare dritta fino alla fine, riequilibrando i livelli di serotonina della sala.
Dopo l’inquieto strumentale Plague Years, in cui convivono arpeggiatori e schiuma chitarristica, è il turno di Animals, pilotata da un riff alla Daniel Ash penetrante come una trivella, tra uno fuoco continuo di loop sfreccianti e l’invasato reverendo Fisher ad incalzare i fedeli con le sue assordanti maracas. Nel loro turbinoso mescolare versi sputati e simbolismi più foschi, gli Algiers dimostrano di avere ben poco a che spartire con il tossico revival gangsta rap che sta sciaguratamente inflazionando la black music contemporanea.
But She Was Not Flying è un esagitato spiritual in cui Fisher duetta con se stesso, imprevedibilmente contaminato da un pianoforte tintinnante che ricorda il Nick Cave di From Her To Eternity. Finalmente una concisa presentazione della brigata, a cui segue una magnifica Blood, il singolo che ha fatto conoscere al mondo la carica selvatica di questi agitatori vudù, nonché quello in cui più emerge l’imprescindibile componente gospel della loro alchimia, il tutto al battito arcaico di un tamburo sfondato.
Irony.Utility.Pretext, al contrario, mostra i muscoli in un marziale pulsare Ebm, lamento terzomondista giocato sulla contrapposizione tra l’algida propulsione strumentale e la sofferta performance di Fisher, le urla di un uomo innocente stritolato da una macchina insensibile. Nulla, in ogni caso, al cospetto della morriconiana Death March che chiude il set principale, una discesa infernale che tiene fede al suo macabro titolo, la batteria a tuonare come il martello di un giudice impietoso e un finale che sembra non finire mai, una rassegna di peccati non più espiabili, le chitarre a simulare i rantoli dei dannati bolliti vivi. La band abbandona il palco immerso in accecanti luci rosso sangue, e ci lascia per un qualche minuto soli con noi stessi, a riflettere.

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Al ritorno, due ultime molotov, tutte e due pescate dal primo lavoro omonimo: Old Girl, lugubri campane a morto ad introdurre un coro tribale su solenni accordi di piano, il riscatto del selvaggio che fa propria l’educazione imposta e la ritorce contro l’oppressore; e Black Eunuch, compromesso tra il punk intellettuale dei Gang Of Four e quello naif dei Death, handclaps a perdifiato e raffinata coda vagamente math.

Ho ricavato una duplice impressione da questo concerto: da un lato sono innegabili l’impatto della presenza scenica, la fantasia delle soluzioni arrangiative, l’efficacia della maggior parte dei brani e la caratura di una voce da brividi; dall’altro, però, mi è rimasto un po’ indigesto il massiccio ricorso alla stratificazione sonora che pure è il loro marchio di fabbrica, con una mole davvero esagerata di effetti a spadroneggiare ovunque e un abuso di sequenze pre-registrate, senza mai un attimo di silenzio a spezzare un’ora e mezza di assalto ininterrotto. A uscirne penalizzate sono soprattutto le dinamiche interne ai brani, che tendono ad appiattirsi e a somigliarsi tutti, pur non mancando opportuni dislivelli emotivi. Inoltre, come già annotato, i volumi complessivi mi sono parsi troppo sparati, specie nel roboante trigger della batteria, ma la cosa può risultare tutto sommato funzionale ad uno show che mira a scuotere delle coscienze inebetite. Forse l’occasione ideale per gustarli è all’interno di un festival: un’esibizione più breve permetterebbe di preservare la potenza senza saturarci troppo timpani e neuroni. Mi ha stupito, infine, la scarsissima loquacità di Fisher, che mi ero figurato come un oratore tempestoso e invece non ha proferito mezza parola in tutta la serata, e a tratti è sembrato non del tutto a suo agio: atteggiamento consono, tuttavia, ad una personalità evidentemente tormentata.

Nonostante questi appunti, all’uscita dal Locomotiv mi riscopro carico, lucido e più che mai voglioso di spaccare il mondo in due: se ho inteso bene qual’è la missione che si sono prefissi gli Algiers, hanno ottenuto ciò che volevano.

Setlist
1. Cry Of The Martyrs
2. Cleveland
3. Walk Like a Panther
4. Claudette
5. The Underside Of Power
6. Mme Rieux
7. Time to Go Down Slowly
8. Plague Years
9. Animals
10. But She Was Not Flying
11. Blood
12. Irony. Utility. Pretext.
13. Death March

Encore
14. Old Girl
15. Black Eunuch

[lo trovi anche su Ondarock]

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