[Live Report] Calexico @ Estragon (Bologna) 16/03/2018

CALEXICO

Secondo una fortunata teoria elaborata dallo storico Frederick Jackson Turner, il concetto di “frontiera” è la pietra angolare su cui è stata eretta la civilità statunitense: originariamente intesa come tensione tra la spinta colonizzatrice europea e l’asprezza delle terre da colonizzare, con la conquista del West si è tramutata nella metafora di una continua sfida a superarsi, di volta in volta tradottasi in nuovi limiti da oltrepassare (dai primi vagiti imperialisti alla “New Frontier” spaziale kennedyana, fino alla corsa verso il nulla di un capitalismo delirante che, ormai, mira solo ad autoalimentarsi). E’ qualcosa che, sempre secondo Turner, non si è limitato a plasmare le istituzioni, ma è penetrato in profondità nella mentalità degli individui: se l’americano medio è individualista, diffidente e spesso violento, la ragione va ricondotta a questa archetipica lotta con una natura severa che limita il suo insopprimibile bisogno di espandersi e realizzarsi. Ma la frontiera è anche e soprattutto un luogo di incontro tra realtà potenzialmente differenti: incontro che può dar luogo a conflitti, oppure incentivare miscele da cui germogliano nuovi fascinosi ibridi.

Lo sanno bene i Calexico, che traggono la propria ragion d’essere da una condizione geograficamente e culturalmente liminale: il deserto che divide la loro Arizona dal Messico non è né il miraggio lisergico dei Thin White Rope né la landa rovente dei Kyuss, ma un metafisico luogo dell’anima che ispira composizioni ad alto tasso cinematografico, in cui confluiscono non solo le tradizioni dei due paesi ma anche echi dalla vecchia Europa (spagnoli, francesi, mitteleuropei). Dai primi lavori votati alle atmosfere tex-mex alle recenti prove più improntate su un rock da grandi spazi aperti, Burns, Convertino & co. si sono imposti come una delle colonne della nuova musica a Stelle&Strisce. E se l’ultimo The Thread That Keeps Us, annunciato in pompa magna come la summa della loro carriera, si rivela invece un esercizio cerchiobottista tra momenti di grande forza evocativa e riempitivi di scarsa pregnanza, i loro spettacoli dal vivo (incluso quello di questa sera) rimangono tra i più coinvolgenti che il rock contemporaneo possa offrire. Senza contare che, in un’epoca in cui la disintegrazione di ogni confine produce come contraccolpo la costruzione di nuove barriere, il loro messaggio diventa prezioso come l’ossigeno.

Arrivare all’Estragon è sempre una piccola epopea: per non rischiare di rimanere a piedi scelgo di boicottare i pur efficienti mezzi pubblici felsinei, optando per una salutare quanto sfiancante biciclettata. Al mio arrivo trovo sul palco il trio bresciano Guano Padano del chitarrista Alessandro Stefana (già con Vinicio Capossela), dedito ad un’ispida Americana per lo più strumentale. Nel finale vengono raggiunti da un sorprendente Burns in camicia di flanella che, con l’aria di chi è stato appena scaraventato giù dal letto, biascica un cavernoso spoken word à-la What’s He Building? di Tom Waits. Poco dopo inizia il cambio palco, e sono gli stessi Calexico a palesarsi per montare ognuno la propria postazione, sopra le note di Johnny Cash. Dal vasto arsenale di microfoni schierati si evince subito che la formazione non sarà delle più convenzionali, e a confermarlo provvede l’apparizione dei sette musicisti, piccola orchestra mariachi prestata al rock d’autore.

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Burns imbraccia una Airline (ma cambierà chitarra quasi ad ogni pezzo) e la band attacca Dead In The Water, cantata con l’intensità sepolcrale di un Mark Lanegan sopra un accompagnamento arido come un fiumiciattolo della Death Valley, seppur occasionalmente vivacizzata da un bell’assortimento di strumenti (maracas, campane, pianoforte tintinannte, stacchi di trombe). Segue Voices In The Field, in cui si respira così tanta polvere da soffocare, specie nel luciferino finale intossicato da una Telecaster inacidita dal wah wah. In questi due brani salta subito agli occhi il vivace polistrumentismo dei due trombettisti, indaffarati uno al vibrafono e al theremin, l’altro alla chitarra. Azzeccata la scelta di spezzare questo clima torrido con il reggae di “Under The Wheels”, gradito refrigerio con tanto di duello a colpi di assolo tra organo e tromba.
“It’s ok if we play old songs?”, chiede il sempre diplomaticissimo Burns, mentre il bassista (un sosia di Mr. E) sfodera il contrabbasso e una Across The Wire languida come un tramonto messicano ci viene srotolata addosso, tra penetranti aculei di lap steel e la densa melassa delle trombe a far concorrenza alla Liberation Music Orchestra di Charlie Haden. E quanto Burns voglia bene al suo pubblico lo provano anche i due episodi seguenti: “Without you we wouldn’t be there!”, esclama prima di premiarci con Town & Miss Lorraine, splendida ballad tweedyana impreziosita da un celestiale glockenspiel; più elaborata la presentazione del brano successivo: inforca gli occhiali, tira fuori dalla tasca un foglio fingendo di leggere qualcosa e ci informa che “now, we have a request…I really want to tell you what it is, but it’s a surprise…we listen to what you write to us!” per poi regalarci una sentita “Ballad Of Cable Hogue” dominata dalla fisarmonica tricolore del tastierista.

Si torna al repertorio più recente con una drammatica Bridge To Nowhere, a cui segue l’effervescente mambo di Flores Y Tamales (composta per la colonna sonora di un documentario su Madrid, ci viene detto), con l’altro chitarrista ad occuparsi della voce principale e una tromba assordante a enfatizzarne la linfa latina.
L’atmosfera è abbastanza calda per uno dei brani più attesi: End Of The World With You, singolo di lancio dell’ultimo album, è una delle canzoni più epiche che i Calexico abbiano mai scritto, un volo d’aquila degno dei primi U2 in cui cantare la complessità de “l’amore ai tempi degli estremismi”. Fedeli al loro programma popolare ma non populista, decidono di non farla esplodere e di gestirla con ammirevole low profile, tenendo sotto le righe anche il bel solo à-la Jerry Garcia/Tom Verlaine e lasciando invece spazio agli eleganti fill di Convertino, autentico poeta della batteria.
Black Heart, al contrario, viene resa in maniera infernale, degli ipotetici Portishead orchestrati da Morricone, la chitarra slide affilata come una lama arrugginita e Burns a cimentarsi in un breve e intenso assolo. Appena più leggera Slag, che ricorda non tanto Run Through The Jungle dei Creedence quanto la versione che ne fecero i Gun Club, nebbia sabbiosa di maracas e un’interpretazione vocale un po’ alla Keith Richards.
Veniamo riportati su terreni più scoscesi da Thrown To The Wild, aperta da una dichiarazione programmatica (“a song inspired by a ghost town in the extremes…we always get great inspiration in the extremes!”) e eseguita con una solennità degna dei 16 Horsepower, contrabbasso accarezzato dall’archetto, un flebile e-bow a pitturare lo sfondo e la tromba proiettata oltre il cielo da un riverbero spiritato.

Nulla da più diverso dalla dolcezza disarmante di Girl In The Forest (“an interpretation of nature”, secondo l’ennesima ermetica definizione burnsiana), sussurro country rilassato come un innamorato appagato, con pregevoli parti di chitarra in stile Ry Cooder.
“And now, an old song from The Black Light!”, e tra il giubilo del pubblico arriva Minas De Cobre, introdotta come su disco dal fischio di una locomotiva lanciata attraverso il deserto, slide e fisarmonica a fare le veci dei violini, trombe in perfetto dress code tex-mex e un finale gonfio di pathos manco stesse commentando una scena di Peckinpah. Il clima passionalmente mesoamericano viene poi esasperato da Serenata Huasteca, dal repertorio del cantautore messicano José Alfredo Jiménez, cantata col giusto trasporto da uno dei due trombettisti mentre il mattatore Burns incita il pubblico a tenere il tempo con le mani, prima di urlare nel microfono “Are you ready to cumbia?!” e travolgerci con una scatenatissima Cumbia De Donde, propulsa da una sghemba ritmica di cuìca e sintetizzatore, ponte caraibico con pianoforte alla Michael Camilo e la platea ormai ottenebrata in una danza selvaggia.

La temperatura è schizzata alle stelle da un pezzo, e per calmarci un po’ non c’è nulla di meglio della breve Music Box, elegia sotto voce, con un sapiente gioco di luci a sottolinearne le fragili dinamiche interne.
Crystal Frontier, aperta da una chitarra tremolante dal sapore molto western, ci teletrasporta un’ultima volta sotto il sole messicano con il suo sontuoso tappeto di percussioni, le trombe imbizzarrite a sovrapporsi in interventi solisti sempre più estrosi, il tastierista che mena fendenti a una chitarra spagnola e un tutta la band a macinare dritta, prima di concedersi una meritata pausa dietro le quinte.

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I bis sono inaugurati in grande stile da una chilometrica Another Space trasformata in una liquida suite funk alla Talking Heads, con Burns che cede il microfono all’altro chitarrista e si siede ai synth per domare un tonico arpeggiatore, il tastierista al vibrafono, tornado di theremin, uno dei trombettisti che azzarda una citazione da Bitches Brew e finale quasi acid jazz.
Stray, altra perla dal capolavoro The Black Light, poggia invece su un’umile grattugia di mandolino, ma vanta anche un solo ribottiano e una struggente coda di fisarmonica, che diventa lo strumento principale nella seguente Sunken Waltz, forse il loro numero più dichiaratamente europeo.

Mentre il chitarrista dei Guano Padano si aggrega alla combriccola, Burns ricorda commosso alcuni dei suoi idoli venuti a mancare nell’anno da poco trascorso, e decide di omaggiare uno dei più illustri con quello che rimarrà il momento più emozionante della serata: Learning To Fly, seppur non eccessivamente rimaneggiata rispetto all’originale di Petty, diventa in tutto e per tutto una loro canzone grazie all’inconfondibile feeling dell’esecuzione, un commiato rock per cinque chitarre che fa grondare di lacrime una buona metà del pubblico (me compreso, ça va sans dire).
Esaurita questa impennata di endorfine, e dopo essere stati raggiunti sul palco dagli altri due Guano Padano (uno al contrabbasso e l’altro alle percussioni), ci salutano con una vibrante Guero Canelo, a metà tra Santana e i Phish e con un godibile solo di piano, impeccabile congedo di questa pazza carovana di gitani, non prima di un formale inchino collettivo. Il dj set, intanto, fa partire Barstool Blues di Neil Young: nulla da obiettare.

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Non c’è bisogno di essere appassionati di sonorità mariachi, caraibiche o spagnoleggianti per farsi ipnotizzare dal sincretismo etno-musicale di questi inarrivabili istrioni: la carica, l’interplay e il calore sono tali che è praticamente impossibile non essere trascinati dal loro eccitante pimiento. E se la scaletta ha privilegiato soprattutto (e comprensibilmente) l’ultimo lavoro, ogni brano è rinato a nuova vita grazie alla loro formidabile energia. Il suono del locale non ha sempre brillato, ma dopo un inizio un po’ confuso ha comunque preso quota trovando un suo equilibrio: non è poco, viste le dimensioni della location. Quanto a me, ho ancora così tanta elettricità in circolo da incendiare l’asfalto con la mia fedele bici, e per la mezzora di tragitto la tetra periferia bolognese può trasformarsi in un brullo canyon da cavalcare a briglia sciolta.

Entusiasmante inno alla Vita e alle vite, la musica senza frontiere dei Calexico ci ricorda con un sorriso a trentadue denti la suprema imbecillità di ogni confine artificiale.

Setlist
1. Dead In The Water
2. Voices In The Field
3. Under The Wheels
4. Across The Wire
5. Town & Miss Lorraine
6. Ballad Of Cable Hogue
7. Bridge To Nowhere
8. Flores Y Tamales
9. End Of The World With You
10. Black Heart
11. Slag
12. Thrown To The Wild
13. Girl In The Forest
14. Minas De Cobre
15. Serenata Huasteca [José Alfredo Jiménez cover]
16. Cumbia De Donde
17. Music Box
18. Crystal Frontier

Encore
19. Another Space
20. Stray
21. Sunken Waltz
22. Learning To Fly [Tom Petty cover]
23. Guero Canelo

[lo trovi anche su Ondarock]

5 pensieri su “[Live Report] Calexico @ Estragon (Bologna) 16/03/2018

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