[Intervista] Caterina Palazzi

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Background punk e formazione jazzistica, la contrabbassista romana Caterina Palazzi si sta affermando come una delle figure più carismatiche e originali del nuovo jazz italiano, non fosse che l’etichetta le calza decisamente stretta: il discorso portato avanti con il quartetto Sudoku Killer si situa di fatto al crocevia tra differenti linguaggi (jazzcore, noise, psichedelia, colonne sonore), sempre all’insegna di una solida personalità compositiva e di una marcata riconoscibilità strumentale.

La incontro al Mikasa, locale prediletto dei dark bolognesi, dove sta per esibirsi in solitaria con il suo progetto drone Zaleska, una “orchestrina funebre” per loop di contrabbasso effettato e visual orrorifici. Durante il soundcheck emerge senza mezzi termini il caratterino della ragazza, al solito vestita di nero dalla testa ai piedi: insoddisfatta del lavoro svolto dal mixerista, colpevole a suo dire di aver sacrificato la densità dei suoni a favore di una maggiore nitidezza, lo costringe a rifare daccapo il bilanciamento, perché “un suono povero di bassi è la morte del contrabbasso. Non ha importanza se è confuso, a me interessa che vi arrivi la mia angoscia. Voglio che tremi tutto!”. Per l’intervista ci sistemiamo nel cortile del locale, ancora chiuso al pubblico. E’ buio pesto, al punto che fatico a distinguere i suoi lineamenti, dimensione vampiresca in cui lei pare trovarsi perfettamente a suo agio. Prima di iniziare, si mostra timorosa nei confronti del mio Tascam, perché “i bassisti non parlano” e non ama che la sua voce venga registrata, ma poi accetta di farmelo tenere acceso: “devo superare questi miei blocchi”, dice con fermezza. Se non altro, è rassicurante sapere che anche lei abbia paura di qualcosa…

Uno degli aspetti più interessanti della tua proposta è questa costante dimensione “anfibia”, chiamiamola così: anfibia innanzitutto tra due universi musicali come il jazz e il rock (rock che di volta in volta potremmo inquadrare come noise, psichedelico, post-rock, fino a band come i Morphine o i Karate), ma anche tra registri e atmosfere differenti (buio/luce, serietà/ironia, ecc…); una musica, insomma, che rifugge le definizioni, ma tiene in grande considerazione il piacere dell’ascolto, senza diventare mai astratta o cerebrale: da cosa nasce questa necessità di ritagliarsi un’identità nell’inafferrabilità?
Nasce dall’esigenza di trovare la mia strada senza per forza calcare le orme di qualcun altro. Ho un passato punk e grunge, poi sono passata al blues (mi piaceva sopratutto Jimi Hendrix) e infine al jazz. A un certo punto, dopo aver ricevuto un’infarinatura di più generi musicali, ho capito che nessuno di essi rappresentava al 100% quello che avevo in mente, per cui ho cercato di prendere quello che mi piaceva da ogni musica che ho ascoltato e suonato per arrivare a quello che faccio adesso. Non è stata una decisione a tavolino, ma il risultato di un processo spontaneo. Questa indefinibilità è un punto di forza ma anche una debolezza, soprattutto in un paese come l’Italia che ha sempre bisogno di sapere “che musica fai” e non impazzisce per i miscugli: chi ama il jazz va ai concerti jazz, chi ama il rock ai concerti rock, l’essere una via di mezzo non è particolarmente apprezzato, laddove in posti come il Nord Europa è invece un punto a favore.

Il discorso che fai per l’Italia, senz’altro realistico, mi sembra particolarmente evidente in un posto come Roma, in cui anche io ho vissuto e suonato per tanti anni: una città davvero “tribale”, in cui tendono a crearsi delle roccaforti specializzate in determinati generi o approcci (per il tuo jazz eretico, ad esempio, potrebbero essere la famigerata “scena di Roma Est”, il collettivo Franco Ferguson oppure la galassia orbitante intorno ai Gronge, da cui tra l’altro proviene il tuo chitarrista Giacomo Ancillotto), impermeabili le une alle altre. Una situazione in cui non è affatto facile la sopravvivenza musicale di chi, come te, propone soluzioni ibridate…
Guarda, io vivo a Roma nei periodi in cui non sono in tour, ma non frequento né i musicisti né i club romani. Ho un problema non tanto con quello che propongono (anzi, spesso fanno belle cose che anche io vado a sentire) ma proprio con quello che hai detto tu: procede tutto “a settori”, e credo ci sia anche molta poca curiosità (ogni volta che qualche coraggioso chiama un gruppo da fuori ci ritroviamo sempre in quattro…). Per fare quello che voglio fare e non sentirmi troppo svilita non voglio suonarci quasi mai: infatti ho suonato molte più volte, per dire, a Milano o a Lecce che a Roma, ed è una cosa strana essendo la mia città…

Così facendo, quantomeno, previeni un altro dei problemi annosi di quella città, ovvero il fatto che quello che nasce a Roma tende a morire a Roma: una città così grande ti permette di suonare spesso in posti diversi senza venire a noia, e c’è chi davvero nell’arco di una carriera non si è quasi mai avventurato oltre le mura…
Certo, per me il suonare non può consistere nel piazzarsi in una città e fare concerti sempre davanti alle stesse persone, cambiando solo il nome del locale… anzi, la bellezza di questo “lavoro” consiste proprio nel girare e far ascoltare a gente sempre nuova le tue cose!

Tornando al discorso di partenza, la tua musica è anfibia anche volendo escludere la componente rock e soffermandosi solo sugli elementi puramente jazzistici, che sembrano situarsi a metà tra il jazz statunitense e quello europeo…
Sì, mi affascina soprattutto la scena nordeuropea, anche se in realtà non reputandomi una jazzista non ascolto moltissimo jazz… Poi certo, sul versante americano c’è John Zorn che è il mio idolo, che però come sonorità non reputo propriamente statunitense quanto piuttosto klezmer. Gli ebrei americani mi piacciono molto, anche Marc Ribot è tra i miei preferiti.

Beh sì, direi che hai citato i due riferimenti più palesi. Che poi è dire tutto e niente, il solo John Zorn è un pianeta a sé…
Sì, ha fatto così tante cose diverse che dire di “somigliare a John Zorn” ha poco senso. E’ un po’ come dire di somigliare ai Beatles: che genere facevano i Beatles? Infatti sono più che altro il suo spirito e la sua attitudine a ispirarmi.

Un’altra presenza che avverto è quella progressiva, soprattutto dei King Crimson più cupi, del filone dark di gruppi come gli Univers Zero o di alcune band legate alla scena di Canterbury (Soft Machine, Henry Cow, Nucleus), specialmente nell’utilizzo dei fiati. Mi ha sorpreso leggere in un’intervista che tu questo genere non lo hai mai ascoltato… Intendo dire, di solito è il classico passaggio a livello attraverso cui chi ascolta rock approda al jazz, una sorta di Caronte che ti traghetta tra le due sponde. Tu invece, da quello che ho capito, sei passata dai Sex Pistols a Anthony Braxton senza soluzione di continuità, e forse è anche per questo che le cose che fai hanno personalità…
E’ vero, credo che uno dei motivi per cui ciò che faccio suoni abbastanza originale è che ho ascoltato poche cose, ma tanto. I dischi che mi piacciono li devasto, arrivo a conoscerli a memoria, poi però non ho ascolti molto vari, anzi mi considero abbastanza ignorante. Ad esempio, il progressive lo ignoro proprio. I King Crimson me li hanno fatti ascoltare dicendo di trovare affinità con la mia musica, ma non mi sono mai piaciuti, non mi sembrano abbastanza tetri… la mia musica è angosciante e loro secondo me non lo sono. Mi fido però del giudizio di chi conosce bene quel genere, se individuano dei passaggi simili forse sarà vero… Io sono molto naive.

Sì, si percepisce. Il contrabbasso è uno strumento abbastanza insolito per un compositore/bandleader, quantomeno se paragonato con altri ruoli: in ambito jazzistico, tutto sommato, ne ricordiamo relativamente pochi tra i mostri sacri (così su due piedi mi vengono in mente giusto Charles Mingus, Charlie Haden, Dave Holland e Gavin Bryars). Ancora più rare le figure femminili, con la vistosa eccezione di Esperanza Spalding (che però è innanzitutto una bassista, ed è solo in parte assimilabile al jazz). Come sei approdata a questo strano e affascinante strumento?
Innanzitutto, di bassisti (intendendo persone attratte dalle frequenze basse che hanno scelto uno strumento di quel tipo) ce ne sono diversi che, pur non stando in primo piano, in realtà sono i veri leader di un gruppo, anche se non in maniera esplicita. Quanto alla mia scelta, è stata abbastanza casuale: sono stata chitarrista per dieci anni, poi a 17 anni ho visto suonare per la prima volta gli Zu al Forte Prenestino e ascoltando il loro bassista ho capito quale fosse la mia strada, quel suono mi è entrato così tanto dentro che ho deciso di cambiare strumento, anche se ci ho messo un po’ per farlo. In realtà era già in corso una crisi: le corde mi sembravano troppo piccole, non riuscivo a muovere bene le dita, non mi sentivo affine e in sintonia con la chitarra (che comunque suonavo quasi sempre sulla corda di mi, quindi avevo già dei dubbi sul fatto di essere in realtà una bassista… ma sai, una volta intrapresa una strada dispiace abbandonare tutto dopo tanti anni). Poi è successo che nel periodo in cui stavo per passare dalla chitarra al basso ho iniziato ad appassionarmi di jazz, e quando ho deciso di fare il cambio ero in una fase di ascolti molto tradizionali, in cui il contrabbasso è un po’ l’alter ego jazzistico del basso. Un altro motivo è stato la fisicità dello strumento: il contrabbasso ha il legno che ti vibra addosso, hai la sensazione di suonare con qualcuno. Quando mi domandano se mi annoio a suonare da sola rispondo sempre che non sono sola perché c’è anche “lui” (che ha pure un nome: si chiama Vlad, e viene dalla Transilvania). E quando mi propongono di affittare un basso o un contrabbasso elettrico non posso accettare, la cosa più bella del contrabbasso è proprio il legno! Io d’altronde suono molto poco il basso e mai in concerto, infatti non mi considero una bassista.

In che modo questo strumento influenza il tuo approccio alla composizione?
In realtà non scrivo con il contrabbasso ma con la chitarra o con il basso, con cui è molto più semplice e immediato buttare giù le melodie che mi vengono in mente. Anche perché io non scrivo solo la linea di basso ma tutte le parti, quindi mi serve uno strumento più armonico, oltre che più comodo. Quindi il contrabbasso non mi influenza direttamente a livello pratico.

Ma quanto c’è di scritto e quanto di improvvisato nella tua musica?
Con il quartetto siamo partiti avendo temi scritti e molti momenti improvvisati, ma con il terzo album siamo arrivati a eliminare quasi del tutto la componente non scritta: ci sono tanti temi e qualche momento di “svolazzo” libero su una base definita, pochi e molto guidati, ormai lavoriamo per immagini e per dinamiche. Anche perché mi sono accorta di essermi annoiata della musica improvvisata, non tanto di ascoltarla ma di suonarla: paradossalmente è più limitante rispetto a quella scritta, finisci col fare quasi sempre le stesse cose quando improvvisi… In questo momento quindi non mi interessa più di tanto, mi piace ancora dedicare dei momenti all’improvvisazione ma diciamo che, in un concerto di un’ora, cinquanta minuti sono scritti. Mi emoziona di più tenere un riff di basso sempre uguale per mezz’ora piuttosto che avere la libertà di fare quello che mi pare, ma magari non far uscire niente di figo e finire con l’annoiarmi…

Una considerazione molto fine questa sui limiti dell’improvvisazione, l’ho pensato spesso anche io. Parliamo del quartetto: chi fa cosa? Anche solo per il fatto che c’è il tuo nome davanti, è evidente che tu sia la figura centrale…
Sudoku Killer esiste ormai da undici anni. Tranne il sassofono, che finora è cambiato a ogni disco, il batterista e il chitarrista sono membri fondatori come me ed elementi insostituibili. Io scrivo i brani e mi occupo di tutto a livello organizzativo, quindi sicuramente un leader c’è (Sudoku Killer è più che altro un mio nome d’arte, ed è per questo che non ci definiamo “i” Sudoku Killer: la parola è al singolare, d’altronde); detto questo, noi ci consideriamo una band, e se uno di noi non c’è non si suona. Poi c’è il suono che è una parte importantissima del gruppo e che costruiamo insieme, anche se le parti le scrivo io: la creatività del gruppo si esprime proprio nel suono. Certe persone si sentono limitate se non possono suonare un assolo, mentre a me preoccupa il fatto che ci sia ancora gente che voglia suonarli… Quello sul suono e sulle dinamiche è un lavoro altrettanto creativo e difficile, anzi anche di più secondo me.

Assolutamente d’accordo. Parliamo invece del progetto Zaleska, approfittandone per spendere due parole sulla dimensione orrorifico-vampiresca in cui ami immergere la tua musica…
Zaleska, non so se lo sai, è il nome della figlia di Dracula (un personaggio realmente esistito, o almeno così pare: i libri di storia la citano come la figlia illegittima di Vlad Tepes, il nobile rumeno che ha ispirato Bram Stoker). Volevo impostare un progetto su Dracula senza però citarlo direttamente, mi piaceva l’idea che per molti il riferimento non sarebbe stato immediato e si sarebbero dovuti informare. Stesso discorso per i video, che sono parte integrante del progetto essendo una performance audiovisiva: i visual non hanno nulla di vampiresco, se non in maniera molto soffusa, perché non mi piace fare una macchietta da mantelli e denti finti stile festival a tema… Volevo proporre un mio tributo personale e non esplicito. I vampiri sono da sempre una mia passione, per cui quando ho deciso di fare una cosa solo mia che non dovesse rendere conto dei tempi e dei gusti degli altri ho deciso di inventare questa “orchestrina funebre di Dracula”.

Una formula decisamente originale, tra l’altro: magari ce ne sono eh, ma in questo momento sinceramente non mi sovvengono altri musicisti che vanno in giro looppando un contrabbasso effettato con dei visual di quel tipo sullo sfondo…
Ora che ci penso, neanche a me vengono in mente altri contrabbassisti che fanno una cosa del genere… sicuramente ci sono, si trova di tutto in giro e mi sono resa conto che anche l’idea più originale che crediamo di aver avuto in realtà è già venuta prima ad altri… ma a me non interessa fare una cosa nuova quanto piuttosto farne una mia, quindi anche esistessero altri settanta contrabbassisti che hanno avuto la stessa identica idea io vorrei farlo lo stesso.

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Avevo letto un’intervista in cui, riferendoti al tuo penultimo album, puntualizzavi che “l’infanticidio” del titolo non fosse un invito a trucidare neonati quanto un prendere le distanze da quel senso di stupore e ingenuità che caratterizza l’infanzia e in parte anche l’adolescenza…
Sì, è l’omicidio virtuale del bambino che è dentro di noi, il momento in cui si perde l’innocenza e si passa all’età adulta.

Ecco, a me pare che questo “bambino” dentro di te non sia ancora morto. Se è innegabile che la tua arte sia dominata da un’austerità derivante dal prendersi sul serio nella misura giusta, però sembra esserci ancora posto per una strana giocosità: penso al modo in cui gestisci la comunicazione, a come ti poni sui social, alle locandine con i serial killer…
Come hai detto tu prima c’è sicuramente dell’ironia, che però secondo me è una cosa molto adulta: un bambino può essere simpatico, ma il senso dell’ironia è qualcosa che si sviluppa dopo, differente dall’essere spiritosi. Io in realtà non mi sento molto legata al gioco o alle cose infantili: Infanticide è riferito alla fase adolescenziale in cui diventi adulto, nel senso che inizi a soffrire come una bestia perché capisci che la vita non è tutta rose e fiori… In un adolescente ci sono dei lati ancora infantili, ma non c’è più quella spensieratezza lì. Personalmente non ho nessun rapporto piacevole con i bambini, non li guardo con un occhio tenero, mi sembra di non riuscire a comunicarci: infatti non mi piacciono, e non voglio averne. Invece capisco meglio gli adolescenti: lo vedo ad esempio quando insegno basso a scuola, in cui interagisco sopratutto con quella fascia di età con cui cui riesco a relazionarmi meglio. Quanto alle locandine e alle altre cose che hai detto, io più che di giocosità parlerei di un’ironia macabra.

Tra le righe emerge però anche un altro tipo di gioco, in questo caso inteso come esercizio intellettuale: mi riferisco alla curiosa tela di rimandi tra un disco e l’altro per cui, se ho capito bene, il titolo di ogni album anticipa in realtà i contenuti del successivo. Quindi Infanticide fa riferimento ai brani di Asperger, che a sua volta rimanda al concept del disco che inciderai dopo…
Esattamente. Se Infanticide segna la morte del bambino e quindi della visione positiva della vita in cui il buono deve trionfare sempre sul cattivo, nel disco successivo questa consapevolezza si rafforza ulteriormente, al punto da essere dedicato ai cattivi dei cartoni animati della Disney (uno per ogni brano). Per un bambino Peter Pan è più attraente rispetto a Capitan Uncino, essendo un eroe positivo che sconfigge un perdente ridicolizzato, mentre a me interessano di più questo tipo di personaggi. Ad esempio, nel disco c’è un brano dedicato a Grimilde, la strega di Biancaneve che fa paura a tutti e che tutti odiano, mentre per me ha un fascino, che è appunto l’interesse morboso che inizi a provare in età adulta per un certo tipo di figure.

Un punto di vista in qualche modo coerente anche con il tuo retaggio punk…
Non solo: io ho l’impressione che in generale la società di oggi sia affascinata dalle persone prive di scrupoli, mentre il buono viene percepito come “sfigato”, esattamente l’opposto della visione che abbiamo quando siamo piccoli… Il disco è dominato da questo tipo di cinismo, le atmosfere sono più tetre, e musicalmente è più rock rispetto al predecessore.

Era una osservazione che stavo per sottoporti: mi sembra che tu ti stia progressivamente distaccando dal jazz, che nel primo album era preponderante, per abbracciare soluzioni sempre più rock…
Assolutamente. Tra il primo e il secondo c’è un grande stacco, tra il secondo e il terzo è meno netto dato che Infanticide era già orientato su quel tipo di atmosfere, ma i suoni si sono comunque inaspriti.

Un ambito dove invece “giochi” molto poco è sicuramente quello delle tue performance dal vivo, in cui la tua presenza scenica è davvero impressionante: la tua sagoma ha qualcosa di iconico, e devo dire che poche cose negli ultimi anni mi hanno colpito allo stesso modo. In generale mi sembra che tu abbia un’abilità naturale nell’amministrare la tua immagine, non solo sul palco ma anche nelle foto che ti ritraggono. Quanto conta per te la dimensione live (imprescindibile nel jazz, essendo una musica fisiologicamente performativa) e quanto l’immagine (fondamentale invece nel rock, in quanto terreno fortemente mediale e di massa)?
In realtà non ho una grande cura della mia immagine, nel senso che la faccia con cui salgo sul palco è quella che ho sempre, non è un atteggiamento ricercato. Anzi, pensa che spesso ci viene rimproverato di curare troppo poco la nostra immagine! Forse io di mio qualcosa comunico, gli altri decisamente meno: Maurizio [Chiavaro], il batterista, sarebbe capace di salire sul palco con la maglietta del pigiama… però trovo che sia molto coinvolgente come strumentista, ha un modo di muoversi che ti fa capire che è dentro la musica che suona, e quella è la cosa più importante. Con Zaleska invece ci sto più attenta, essendo una performance più che un semplice concerto: con Sudoku puoi chiudere gli occhi e viaggiare e la musica magari ti arriva anche di più, mentre con Zaleska c’è il video quindi gli occhi vanno tenuti aperti. Uno dei motivi per cui uso una maschera è proprio per distogliere l’attenzione dal mio sguardo, non sono io a essere importante in quel momento. Comunque devo dire che il palco è l’unico posto in cui credo di essere davvero sincera, mentre altri magari quando suonano dal vivo entrano in un ruolo e si trasformano, come a teatro… Credo che alcune persone suonino proprio per quello. Io invece mi sento molto più finta sotto al palco che sopra.

Credo che la tua sia una semplice questione di carisma, che sprigioni anche parlando adesso con me, ed è evidente che in ciò non ci sia nulla di artificiale. Hai detto che ascoltando il quartetto viene voglia di chiudere gli occhi e viaggiare ed è vero, essendo una musica assai pittorica e cinematografica. Come dicevo all’inizio, le tue composizioni tendono a risultare piacevoli all’ascolto, a tratti direi anche orecchiabili: alcuni temi sono molto riconoscibili e, perché no, belli. Hai mai pensato di scrivere musica per il cinema?
Ho sonorizzato dal vivo alcuni video, ma non ho mai scritto colonne sonore pensate appositamente per quello. Se qualcuno dovesse propormelo lo farei, ma non andrei a cercarmela io perché mi sentirei un po’ limitata, ho sempre bisogno di una spontaneità che mi verrebbe tolta da un lavoro sopra delle immagini assegnate. Mi rendo conto che la mia musica sia cinematografica, ma credo che per me scrivere apposta per delle immagini sarebbe un limite. Anche perché ognuno deve farsi il suo viaggio con la mia musica, se diventasse un sottofondo mancherebbe qualcosa. Quantomeno con Sudoku…

Una voce, invece?
No, quella sicuramente no. Fare musica strumentale continua a convincermi tantissimo. Non sento l’esigenza di una voce, anche perché avrebbe un testo in cui verrebbero esplicitate cose che voglio lasciare indefinite, senza dire di cosa parla quel determinato pezzo. Voglio che ognuno ascoltando un mio brano abbia la possibilità di scegliere se piangere o spaccare il muro…

Nel tuo percorso artistico hai incrociato tre band piuttosto importanti: i già evocati Zu (con cui hai spesso suonato dal vivo, e il cui fonico Lorenzo Stecconi ha inciso il tuo ultimo disco), gli Uzeda (con cui hai fatto un tour la scorsa estate) e gli Ulan Bator (a cui avete “rubato” il sassofonista Sergio Pomante). In che modo questi incontro hanno contribuito alla tua maturazione?
Quanto agli Zu, uno dei cinque pezzi di Asperger è dedicato a loro, che per me sono stati IL gruppo, mi hanno influenzato tantissimo e aprire i loro concerti ci ha dato un sacco di opportunità, quindi questo piccolo riconoscimento era doveroso. Gli Uzeda mi piacciono moltissimo ma soprattutto sono persone meravigliose (il loro bassista, oltre a essere un mostro, mi ha lasciato usare il suo fantastico amplificatore e ha insistito per curare personalmente il mio suono: questo ti fa capire che le grandi band sono sempre composte da gente bella). Con gli Ulan Bator non abbiamo avuto contatti musicali, nel senso che ancora non abbiamo mai condiviso palchi, ma con il loro (ormai ex) sassofonista sta andando alla grande, sembra avere la nostra stessa idea… Finora con noi ha fatto un tour in Thailandia e ha registrato quattro delle cinque tracce dell’ultimo disco, sembra tutto una meraviglia ma prima di sbilanciarmi aspetto di vedere come andrà il prossimo tour europeo…

A questo proposito, tu hai girato parecchio in Europa e non solo: che differenze hai notato a livello di organizzazione delle serate e partecipazione/attenzione del pubblico?
Io amo particolarmente la Germania, perché sono super-organizzati e non ti creano mai problemi, ma al contempo sono anche molto calorosi, non c’è la freddezza che abbiamo riscontrato per esempio in Norvegia, dove pure sono molto bravi a organizzare ma durante i concerti sembrano mummie… In Spagna sono molto accoglienti ma anche chiassosi, in Portogallo molto educati ma un po’ mosci. La Francia non l’ho ancora inquadrata bene perché il Sud è molto diverso dal Nord. Il Belgio figo, l’Olanda così così. Nell’Europa dell’Est c’è una bella atmosfera ma anche lì a volte troppo casino, soprattutto in Serbia (sono simili al Sud Italia in questo, il loro calore sfocia subito nella baldoria)… Per un gruppo come noi, che ha dinamiche sia alte che basse, il rumore può essere un problema: se vuoi fare un viaggio non puoi essere distratto dal chiacchiericcio della gente. In ogni caso, in pochi paesi ho sofferto come in certi locali italiani… ma non voglio demolire del tutto il nostro paese perché anche qui ho avuto esperienze bellissime con pubblici meravigliosi, anche se è indubbio che suonare spesso all’estero non ti fa venire troppa voglia di tornare in Italia…

Con l’ultimo disco sei passata da una label italiana (la Auand) a una portoghese (la Clean Feed). Hai riscontrato dei cambiamenti? Pensi che abbia ancora un senso affidarsi a un’etichetta, data la tendenza generale a seguire poco o nulla gli artisti nei propri roster, limitandosi in sostanza a offrire un marchio?
La Clean Feed ha sede in Portogallo, ma è fondamentalmente un’etichetta europea. E’ curioso che mi ci sia imbattuta proprio nel periodo in cui ho cercato di allontanarmi dal jazz perché loro sono molto orientati su quello, ma parliamo soprattutto di free jazz e pseudo-rock quindi è adatta a noi, e comunque è un’etichetta rinomata che ha un catalogo interessante. Io comunque non mi aspetto molto, di base ormai si tratta sempre di autoprodursi. Le etichette sono utili perché ti aiutano a stampare i dischi e si occupano di alcuni aspetti pratici noiosi da seguire, ma poi di base il disco lo paghi da solo, e le copie che vuoi vendere devi comprarle dall’etichetta. Quasi nessuno purtroppo riesce a investire soldi, specie in un genere così di nicchia. Però fa piacere trovarsi in un catalogo di alto livello, non è un aiuto ma almeno è una soddisfazione. Comunque devo ancora iniziare a lavorare seriamente con loro, potrebbero anche esserci delle belle sorprese.

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Quanti musicisti conosci in Italia che assimileresti a te?
Non me ne vengono in menti tanti, ma credo dipenda anche dal fatto che non seguo molto la scena. In ogni caso faccio fatica a trovare gruppi affini, e non tanto perché noi siamo particolarmente originali quanto perché gli altri li sento quasi sempre o molto o per nulla jazzistici, del nostro tipo di miscuglio non saprei citarti altri esempi sinceramente. Me ne accorgo soprattutto quando condividiamo delle serate: prendi gli Zu, sono compatibili come impatto emotivo ma non li sento così simili. Gli Uzeda tanto meno, anche se in quel caso questa differenza crea un contrasto interessante. I Fuzz Orchestra forse, ma neanche troppo. Mi hanno parlato degli Ottone Pesante che però devo ancora sentire dal vivo, non saprei. E con i gruppi jazz nemmeno a parlarne.

Un collega o una collega che stimi particolarmente? e invece un artista con cui ti piacerebbe collaborare, o farti produrre?
Alla prima domanda posso rispondere citando di nuovo Zu e Uzeda, di cui ho grande stima per tutti i componenti (soprattutto dei due bassisti, tra i più forti in assoluto: Massimo Pupillo credo abbia il suono più bello della terra!). Alla seconda, a costo di essere ripetitiva, lo ribadisco: per me l’artista con la “A” maiuscola è John Zorn. Ma per dirti, amo alla follia anche Bob Dylan, se dovessi avere a che fare con lui sarei l’essere umano più felice al mondo… vabbè, non succederà mai, ma come irraggiungibile andava citato. Nick Cave anche… i Rolling Stones… ahah sempre cose irrealizzabili! In ambito più jazzistico mi piacerebbe tantissimo collaborare con Marc Ribot o Bill Frisell. Ah, poi ci sarebbe Steve Albini

Come immagino saprai, Albini si vanta di produrre (lui non userebbe mai questo termine, ma vabbè) chiunque glielo chieda, e non costa molto: sul suo sito trovi addirittura un contatore per calcolare le spese. Hai mai pensato di proporgli il tuo materiale?
Sì, è un sogno che prima o poi realizzeremo. Il prezzo non è alto, ma si tratterebbe comunque di andare a Chicago, il che comporterebbe dei costi che per adesso potremmo avere difficolta ad affrontare. Ma in futuro chissà, ci piacerebbe…

Stiamo vivendo un momento in cui, per vie traverse, un certo tipo di jazz sta tornando prepotentemente alla ribalta non solo in ambienti di nicchia ma addirittura nel mainstream: penso ad esempio al successo di Kamasi Washington, di Thundercat, dei BadBadNotGood e di tutta una serie di personaggi legati alla nuova musica nera USA, soprattutto rap. Indipendentemente dal giudizio sul fenomeno (e sulle reali credenziali jazzistiche di questi signori), pensi che questo ritorno di fiamma sia salutare per il jazz contemporaneo o che si tratti di qualcos’altro, magari più legato al marketing e alla pubblicità? E in generale, quale credi che sia lo stato di salute del jazz contemporaneo?
Guarda io credo che, a prescindere dal genere di musica, vada tutto avanti così tanto per moda che se a tavolino viene deciso che un artista (che sia jazz, pop, rock, metal o quello che vuoi) debba riempire le arene fanno in modo che così avvenga… Per quanto riguarda il jazz, io rimango legata a John Coltrane e all’idea di jazz suonato in una bettola e con violenza: aver smarrito questo tipo di approccio secondo me è una grossa perdita. Prendi i jazz club italiani, sono super-leccati: tavolini, cocktail, signore di mezza età impellicciate… Questo per me è la morte. Quello che amo di questa musica è ciò che la collega al rock, cioè l’emotività totale. A me ultimamente dà un po’ fastidio la parola jazz perché viene collegata sempre a una musica di sottofondo, pulita, che non apprezzo. E’ un po’ un tradimento.

In proposito, John Zorn disse la sua in maniera abbastanza eloquente…
Esatto: “Jazz snob eat shit”!

Finora ti ritieni soddisfatta della tua avventura? A cosa miri?
Sono soddisfatta e mi ritengo anche abbastanza fortunata, soprattutto negli ultimi anni in cui, dopo quel minimo di gavetta e marchette che più o meno tutti siamo costretti a fare, riesco a suonare solo con i miei progetti, eccetto che collaborazioni occasionali con artisti che stimo. L’obiettivo è continuare a fare questa cosa a livelli sempre più alti, e soprattutto in condizioni migliori: posti con la backline che chiedi, pubblico silenzioso, un alloggio dignitoso… Sono tutte cose che in tour pesano tanto.

Quanto è stato facile affermarti? Sembri una persona estremamente determinata…
La musica è l’unica cosa davvero importante nella mia vita, quindi se decido che devo arrivare da qualche parte in qualche modo ci arrivo. Sono abbastanza una macchina da guerra, una schiacciasassi: se qualcuno si frappone sul mio cammino non mi faccio molti scrupoli a passargli sopra… Questo però non vuol dire essere approfittatrice o cercare amicizie influenti, anzi questa cosa mi fa vomitare. Certe cose non le faccio a costo di perdere occasioni. Io sono il contrario, non sono socievole e anzi sono antipatica, quindi non corro rischi in questo senso…

A me comunque sei molto simpatica, anche se devo ammettere che un po’ incuti timore…
E’ un timore diffuso… Dopo i concerti mi chiedo sempre se siano piaciuti o no, perché non si avvicina mai nessuno… poi però il giorno dopo puntualmente mi scrivono per farmi i complimenti!

Dal canto mio, non posso che augurarti di proseguire e di arrivare sempre più lontano. Le persone come te fanno bene alla musica in generale e ne abbiamo davvero bisogno, ne sono sempre più convinto…
Io continuo, nessuno mi ferma! Poi vedremo…

Il concerto confermerà le due facce di questa affascinante sacerdotessa delle tenebre: la stravaganza di un personaggio che esigerà il buio assoluto (in una sala a mala pena rischiarata dalle luci dell’impianto!) prima di iniziare a suonare, e il talento di un’incantatrice di serpenti capace di ipnotizzare un branco di minacciosi punk con la suggestione cavernosa del proprio insolito strumento.

[lo trovi anche su Ondarock]

Leggi la mia recensione di Asperger

2 pensieri su “[Intervista] Caterina Palazzi

  1. Pingback: [Ascolti] Caterina Palazzi Sudoku Killer – Asperger (Clean Feed, 2018) | WAREHOUSE: SONGS AND STORIES

  2. Pingback: [Ascolti_Soundtrack] Steve Albini, Alison Chesley, Tim Midyett Music From The Film Girl On The Third Floor (Touch And Go, 2020) | WAREHOUSE: SONGS AND STORIES

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