[Ascolti] Caterina Palazzi Sudoku Killer – Asperger (Clean Feed, 2018)

asperger

Immaginate un supergruppo composto da membri di Lounge Lizards, Morphine e Karate intento, sotto la supervisione di John Zorn, a sonorizzare un biopic romanzato su Charles Mingus, il tutto registrato da Steve Albini; aggiungeteci una guida femminile magnetica e un po’ sinistra; calate il tutto in un immaginario orrorifico d’annata e, infine, collocatelo non in qualche deragliato suburb statunitense, ma nella Roma laida e decadente degli ultimi anni: avrete una vaga idea della personalità e del suono di Caterina Palazzi. Il percorso artistico della pluripremiata contrabbassista capitolina, dark lady dall’animo punk appena mitigato dal ligio apprendistato jazzistico, si segnala nel pur affollato panorama europeo per la tenace originalità nell’immaginare un linguaggio tanto eclettico quanto coerente, con un piede in due scarpe tra jazz e rock, sonorità scure e spigolose ma soprattutto grande cura in sede compositiva nel dipingere scenari di sicura suggestione, sempre riconoscibili e mai inutilmente cerebrali. Diabolica appendice del suo talento multiforme, il quartetto Sudoku Killer (in cui militano oltre a lei il chitarrista Giacomo Ancillotto, già nei Gronge, il batterista Maurizio Chiavaro e il nuovo arrivato Sergio Pomante, ex-Ulan Bator, a sostituire il sax di Antonio Raia) è l’ampolla in cui miscelare con disinvoltura il jazzcore dei Last Exit, il noise psicotico dei Flying Luttenbachers, ammiccamenti alla impro scene di Chicago (da Anthony Braxton a Rob Mazurek), post-rock di matrice Tortoise, echi canterburyani, colonne sonore, Sketches Of Spain e No New York, la Delmark e la Skin Graft, il Lower East Side e il Nord Europa. Un progetto che non si limita a destreggiarsi tra disparati incastri musicali ma, sin dai primi passi, ha innestato anche un peculiare gioco concettuale che, collocando strategicamente le singole parti, illumina di un nuovo senso l’insieme: ogni disco esplora un tema suggerito dal titolo dell’album precedente e, a sua volta, anticipa quello del successivo, tessendo una fitta tela di rimandi interni che trasforma la sua discografia in un’unica, ininterrotta opera. Missione ambiziosa che, pur tenendo fede ai sopracitati punti fermi stilistici e programmatici, non ha alcuna intenzione di adagiarsi su una formula collaudata che viene anzi continuamente messa in discussione e virata di segno, come dimostra questo terzo e ancora una volta spiazzante lavoro.

Debutto sull’etichetta portoghese Clean Feed con la produzione (eccellente) di Lorenzo Stecconi, fonico dei concittadini e numi tutelari Zu, Asperger va analizzato tenendo presente quanto detto sia sul fronte musicale sia su quello contenutistico. Riguardo al primo, viene portato alle estreme conseguenze l’allontanamento dalla matrice jazz, predominante nelle eleganti partiture dell’esordio omonimo (2010) ma già in parte tradita dalle fumose atmosfere noir del successivo Infanticide (2015), per abbracciare soluzioni più marcatamente rock: pur non abbandonando del tutto l’evergreen tema-svolgimento-tema, i brani tendono ad azzerare il tasso improvvisativo per diventare lunghe suite suddivise in atti distinti (ognuno dei quali veicolo di un determinato stato umorale o narrativo), con dinamiche in stop and go a tratti quasi math, più esasperazione nell’indulgere in distorsioni/sporcature e un clima generale decisamente più tetro. Un disco rock suonato da jazzisti, insomma, laddove nei predecessori si parlava piuttosto di un jazz eterodosso rielaborato con sensibilità rock. Quanto alla dimensione tematica, viene sviluppato “l’infanticidio” evocato dall’album precedente, inteso come definitiva perdita dell’innocenza che accompagna la maturazione e conseguente ingresso in un’età adulta disincantata quando non direttamente cinica, affascinata dal Male che la visione manichea dell’infanzia preferiva condannare: un’autentica “rivincita dei cattivi” esemplificata nella scelta di dedicare ognuno dei cinque brani ad un personaggio negativo della Disney, tributo alla spregiudicatezza tridimensionale contro la prevedibilità dei buoni sentimenti, condotto con un atteggiamento a metà tra il perturbato pavor nocturnus e un compiacimento che, in fin dei conti, è la quintessenza della natura demoniaca del rock’n’roll. Tutto ciò, beninteso, evitando la facile tentazione delle parole e affidandosi unicamente alle doti sinestetiche dei quattro strumentisti, guidati dall’inafferrabile contrabbasso della leader (protagonista assoluto nel curioso side project Zaleska, orchestra drone interamente costituita da loop e suoni derivanti dalla manipolazione dell’imponente cordofono).

La discesa infernale è inaugurata da Grimilde, aperta dal poderoso tambureggiare di batteria e chitarra che potrebbe introdurre uno psicodramma dei Jesus Lizard ma subito affondata dai siluri di profondità del contrabbasso, mostruoso kraken che trascina gli altri strumenti in un abisso plumbeo dove, sopra un insistito sfiancante che ricorda una marcia di prigionieri incatenati, fa capolino uno stridulo sax à-la James Chance che imita i rantoli di un motore morente. Poi il ritmo accelera, la temperatura sale e sembra di essere presi a schiaffi da un guanto chiodato prima che un liberatorio riff in stile Shellac interrompa lo strazio, tramutando il brano in un bolero desertico scosso dai ruggiti ayleriani del sax, per poi riatterrare sul corteo funebre iniziale dopo un’abrasiva parentesi dispari punteggiata da interferenze free.

Il secondo girone, Jasper & Horace, depista con un attacco alla Rodan che lascia presto il posto ad un inciso sottovoce sabotato da subdoli petardi. Dopo aver giocherellato con un languido tema da club notturno, ci si inerpica su una vorticosa scala a chiocciola sui cui gradini si affannano i pigolii stetsoniani di un sax che, più che emettere note, pare offrire un saggio sulla propria materialità. Il crescendo è travolgente, la chitarra s’incattivisce, la batteria picchia duro come in una cavalcata stoner e il sax muggisce a mo’ di corno vichingo. La salita sembra ormai inarrestabile quando, a sorpresa, gli strumenti inciampano rovinando a valle. La precipitosa ritirata finale viene scandita da un parodistico jingle riprodotto al doppio della velocità, prima che una chitarra à-la Marc Ribot strappi la tela in mille sfilacci finendo con il lacerarsi da sola.

In Maleficent (unico brano in cui compare Raia) è invece il contrabbasso a distribuire le carte in un’introduzione pigra e sconsolata come un pomeriggio in hangover, presto raggiunto da un sax che rimanda ai Tuxedomoon di KM/Seeding The Clouds. Dopo una rullata che pare non finire mai si inizia a prendere quota ed è la chitarra a rubare la scena, prima gironzolando in un reverse delay squisitamente psichedelico, poi sciommiottando i Calexico (ma anche il Tom Waits di Jockey Full Of Bourbon e il Charlie Haden periodo Liberation Music Orchestra) in un inciso polveroso al punto giusto. La progressione è abbastanza ipnotica da poter proseguire all’infinito e invece s’interrompe all’improvviso, sax e batteria iniziano a dare di matto in un attacco epilettico che fa concorrenza a “LA Blues” degli Stooges, una bestia intrappolata che ringhia e scalpita per liberarsi, ansimando esausta nell’ubriaco pseudo-surf del finale imparentato con certe caricature grottesche dei Pere Ubu.

Una bufera di chitarra grattuggiata apre Edgar The Butler che, dopo un minuto e mezzo di lapilli industriali, si trasforma nel vagare fantasmatico di un vascello alla deriva, in cui la grassa morchia del sax duella con una chitarra insolitamente pulita e lineare. A metà brano si scatena un maremoto doom imparentato alla lontana con gli ultimi dischi dei Black Flag, la batteria scalcia come una strega sul rogo e da lì in avanti è un saliscendi emotivo da esaurimento nervoso, tra stremanti palm muting metallici e un sadico intermezzo in cui il contrabbasso si fa cordame di vela, sega da taglialegna, trapano dentistico, come se volesse scavarsi una tana nel nostro cervello. Il clima è così torrido che l’ultima e per nulla rassicurante sfuriata di sax, degna dei King Crimson di Ladies Of The Road, arriva quasi come un sollievo.

Il ronzare di una vespa gigantesca ci conduce nella conclusiva Medusa (dedicata ai già citati Zu), in cui ai bordoni di contrabbasso si sovrappone l’isteria del sax che, memore della lezione di Roscoe Mitchell, sputazza note come un neonato fuori controllo. L’ingresso della chitarra riporta un po’ d’ordine presto vanificato dall’ennesimo, spaventoso imbizzarrimento generale, poi il contrabbasso riacciuffa le redini e il risultato è un’interlocutoria liquefazione alla Slint, intelligentemente giocata sul filo del rasoio. Segue un lungo lamento condotto dal pianto strozzato del sax, con improbabili risoluzioni melodrammatiche presto abortite prima che, dopo un inatteso inserto progressivo stile Yes, si torni a piroettare sulla selvatica trottola iniziale. In coda, dopo qualche minuto di assordante silenzio, c’è posto pure per una spettrale ghost track, dominata da un sax che pare campionato da qualche vecchissima incisione sopra un accompagnamento che più lugubre e scarno non si potrebbe.

Opera di indubbio fascino nella sua potente tensione drammaturgica, non facile ma tutt’altro che velleitaria o inconsistente, popolata anzi da maschere e fantasmi realmente terrificanti, Asperger è l’ennesimo capitolo convincente di una delle saghe più intriganti della musica italiana “altra” degli ultimi anni, ormai avviata verso la definitiva consacrazione.

Tracklist
1. Grimilde (from Snow White)
2. Jasper & Horace (from One Hundred and One Dalmatians)
3. Meleficent (from Sleeping Beauty)
4. Edgar the Butler (from Aristocrats)
5. Medusa (from The Rescuers)

[lo trovi anche su Ondarock]

Leggi la mia intervista a Caterina Palazzi

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