[Ascolti] Joan Of Arc – 1984 (Joyful Noise Recordings, 2018)

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“We have shifted shapes and modified our approaches quite a number of times in the course of twenty years. And we’ve done so always aiming to stay true to ourselves at that moment, by instinct and with conscious intent. This time, it took us a long time to figure out how to start back up. We threw away a lot of songs and started over, over and over. But here’s the thing: we are getting better at being ourselves. So many of the postures of youth just fall away with time”: così recitavano le sentite note allegate al penultimo album dell’anomala formazione chicagoana, He’s Got The Whole This Land Is Your Land In His Hands (che titolo!), con cui l’anno scorso è stato tagliato il traguardo dei vent’anni di carriera. Una dichiarazione d’intenti che, a ben guardare, fa abbastanza sorridere, dato che la musica dei Joan Of Arc è sempre suonata quantomai libera e personale, ed è più o meno dagli esordi che a Tim Kinsella & C. riesce piuttosto bene “essere loro stessi”: forse anche troppo, se è vero che ogni nuova uscita non manca mai di suscitare infinite diatribe tra partigiani che inneggiano all’opera definitiva e detrattori che gridano alla fuffa.

Tuttavia, il lavoro citato ha effettivamente aggiunto qualcosa alla loro instabile formula, colorando lo straniato “art-emo” divenuto ormai un marchio di fabbrica con il primitivismo psichedelico di Animal Collective e Liars, l’elettronica enterica di Matmos e Black Dice e un kraut amatoriale che potrebbe aver preso le mosse tanto dai Faust quanto dai Battles: risultato ottenuto tramite un aggiornamento della strategia compositiva, non forgiando più brani ex novo ma tagliuzzando e ricomponendo lunghe jam preesistenti – ready made ingegneristico-concettuale che, dai Grateful Dead di Anthem Of The Sun ai Royal Trux di Twin Infinitives, ha sempre pagato in termini di stramberia e alienazione. Elemento destabilizzante non da poco è stata poi la new entry Melina Ausikaitis, chitarrista e cantante la cui voce pateticamente querula (che a seconda dei demoni che la possiedono può richiamare Rickie Lee Jones, Joanna Newsom, Satomi Matsuzaki o chissà chi altra) funge da temibile spalla per gli intenti parodistici che solleticano lo smaliziato leader.

E’ sull’esasperazione di queste due novità che poggia 1984, in cui Kinsella (coadiuvato alla produzione dal cugino/complice Nate) decide di auto-esautorarsi dal microfono lasciando campo libero alla Ausitakis, artefice di striduli cinguettii sempre più somiglianti alla performance di una bambina lobotomizzata (forse la stessa raffigurata in copertina?) che imita una popstar scadente. A mutare, e radicalmente, è la loro stessa idea di musica: se il modus operandi che li ha da subito contraddistinti consisteva nel far confliggere una poetica adolescenziale fino al midollo (l’emocore) con filosofie intellettualmente rigorose (minimalismo, alea, musique concrète) e il risultato era un perpetuo Zen Arcade da accademia d’arte (o da laboratorio caduto nelle mani sbagliate), il nuovo corso pare invece improntato su una spettrale giocosità, come se la desolazione di un Jandek o del primo Phil Elvrum venisse deformata dalla colorata gommosità dei Ween, il tutto filtrato dall’acidità stregonesca di una Valet.

Ed è proprio questo nuovo atteggiamento a marcare il distacco dal predecessore: se lì si percepiva ancora una qualche tensione a dettare un pur vago filo conduttore, qui trionfa il nonsense più deliberato e grottesco, bolo rimasticato di canzoni sempre più simili a filastrocche autistiche, che rimandano a una trasposizione musicale dell’herzoghiano Anche i nani hanno cominciato da piccoli piuttosto che agli scenari distopici evocati dal titolo. Il delirio compositivo non può che contagiare i suoni, sfatti e melmosi, la vischiosa bava di un gasteropode allucinogeno o il coagulo sciropposo di una medicina scaduta, galleggianti in un vuoto psicotico che a tratti suscita più di un turbamento. E tanto per rendere la faccenda ancora più indecifrabile, stavolta non viene fornito mezzo straccio di comunicato esplicativo, a parte le solite dichiarazioni farneticanti in interviste che si fa sempre più fatica a prendere sul serio (a detta di Kinsella, il modello di questa nuova identità sarebbero “i Black Flag secondo periodo”…). Il povero recensore è quindi costretto a ricostruire da solo il puzzle, e grande sarebbe la tentazione di tirare in ballo alla rinfusa Half Japanese, This Heat, Flying Lizards, Rake. e tutti gli altri nichilisti pasticcioni, non fosse che una simile lista rischierebbe di amplificare anziché dissipare la confusione. Più funzionale, forse, un’analisi step by step, raccogliendo le singole confessioni dei sospettati senza azzardare una definitiva sentenza di colpevolezza, anche correndo il rischio di lasciare in libertà un maniaco.

Tiny Baby parte a cappella, un po’ inquietante come tutti i soliloqui, per poi impastarsi in quelli che sembrano essere gli scarti di una sonorizzazione mal riuscita, con pianoforte ambientale, affondi di sintetizzatore, glassarmonica e rumori naturali; se si riesce a immaginare un brano di Hope Sandoval remixato dai Califone e interpretato da Grimes chiusa in una cella d’isolamento, forse non si avrà difficoltà a scomporre una “canzone” simile (in cui a mancare non è la melodia, anzi ben pronunciata, quanto la coerenza di un arrangiamento degno di questo nome). Vertigo, dove a spadroneggiare è una sgradevolezza sintetica salemiana, è una presa per i fondelli di certo neo-soul molto gettonato negli ultimi tempi, abbastanza spassosa nella sua destrutturata enfasi, come se Meredith Monk facesse il verso a FKA Twigs. La “vertigine” del titolo, ottenuta con un gioco di delay che trasforma la voce in una tromba d’aria, esaurisce il suo rovinoso percorso dentro Punk Kid, ballata tecnologicamente evoluta un po’ stile Primal Scream e forse l’episodio più rotondo del lotto, quantomeno perché si riescono a individuare degli strumenti riconoscibili (un pianoforte, un basso, delle maracas). Il tema vocale di Maine Guy, seppur cantato col distacco glaciale di una Karin Dreijer Andersson, non riesce a sopprimere un sapore quasi classico, da canzone popolare: il punto è che, anziché da un organico tradizionale, è accompagnata dalla field recording di una passeggiata bucolica lungo un ruscello, prima di decomporsi in un un rivolo di micro-glitch à-la Xiu Xiu, così poco umano che l’epifania finale di chitarra e piatti viene salutata con sollievo.

C’è ben poco di piacevole, invece, nello psicodramma scottwalkeriano di People Pleaser, Diamanda Galas in camicia di forza ad azzuffarsi con Patty Waters post-elettroshock sopra un letto chiodato di archi contorti e, tanto per non farsi mancare nulla, anche una concitata coda rumorista che manco i Boredoms, alla fine della quale verrebbe da chiedersi cosa abbiamo fatto di male per meritarci un simile sproloquio. Ma proprio quando crediamo di esserci assuefatti alla follia, arriva la placida Psy-fi/Fantasy, in cui trovano posto addirittura chitarra acustica e piano elettrico, visione spaziale che potrebbe ricordare i Grandaddy o i secondi Flaming Lips se non fosse cantata dentro un sardonico kazoo. Conteso nella stessa ambiguità il singolo Truck, le Cocorosie che imitano Beth Gibbons prodotte dai Dirty Projectors, tra pause come colpi di spugna dove meno te le aspetteresti e tintinnii di pianoforte che potrebbe aver arrangiato Beck.

Un depistante quattro di bacchette, che di solito preannuncerebbe il più genuino degli inni rock, ci conduce a tradimento dentro Vermont Girl, che inizia come una confessione di Julia Holter per voce & stanza riverberante e poi deraglia nel dada-pop dei Fiery Furnaces, con inattesi crampi post-rock. Chiude il teatrino la breve Forever Jung, unica comparsata vocale di Kinsella, mantra folktronico a metà strada tra Grizzly Bear e Deerhunter, sabotato da ronzii di tromba e svalvolamenti di pitch.

Divertissement autocompiaciuto su cui forse si sono spese fin troppe parole (necessarie, tuttavia, a restituire uno spaesamento reale), 1984 rimarrà l’ennesimo chissà cosa di Tim Kinsella, alchimista burlone che per adesso abbiamo ancora la pazienza di ascoltare.

Tracklist
1. Tiny Baby
2. Vertigo
3. Punk Kid
4. Maine Guy
5. People Pleaser
6. Psy-fi/Fantasy
7. Truck
8. Vermont Girl
9. Forever Jung


[lo trovi anche su Ondarock]

2 pensieri su “[Ascolti] Joan Of Arc – 1984 (Joyful Noise Recordings, 2018)

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