[Ascolti] Ry Cooder – The Prodigal Son (Fantasy/Perro Verde, 2018)

rcover

Quante vacanze immaginarie ci ha pagato Ry Cooder? Dall’Africa proto-blues di Ali Farka Touré ai Caraibi raggrinziti del Buena Vista Social Club passando per l’India metafisica di Vishwa Mohan Bhatt, la sua ricerca etnomusicologica non ha mai conosciuto confini, sempre mossa da un ammirevole basso profilo e da un profondo rispetto per i materiali maneggiati di volta in volta. Hanno ben poco di epico i suoi viaggi, che quando non si accontentano di colmare le distanze geografiche lambiscono le profondità della Storia: troppo discreto e professionale per lasciarsi tentare dalla prosopopea, il chitarrista californiano (che l’anno scorso ha spento in un colpo solo 70 candeline di vita e 40 di carriera) è immune dalla spregiudicatezza dell’esploratore, dalla superficialità del turista o dalla supponenza dello studioso, rapportandosi con i suoi interlocutori da umile pari, come ogni vero antropologo della strada dovrebbe fare.
Come spesso accade, questa apertura verso l’Altro poggia su una strutturata autoconsapevolezza: il suo peregrinare erratico è reso possibile da radici quantomai salde nella tradizione musicale del suo paese, terreno in cui ha iniziato la sua esplorazione e di cui è profondamente imbevuto. Una testa e un cuore ben piantati non solo nel passato, ma anche nel presente dell’America: basti pensare agli album apertamente politicizzati degli ultimi anni, in cui ha rispolverato l’epopea dei topical singers à-la Phil Ochs.

Dopo missioni tanto impegnative, cosa c’è di meglio di un disco raccolto e dimesso con cui “riportare tutto a casa”? Prodotto insieme al figlio Joachim, affaccendato anche dietro ai tamburi, The Prodigal Son è un sentito tributo alla sconfinata tradizione spiritual, che Cooder affronta da ateo affascinato dalla potenza di questi canti di paura e speranza, invocazioni universali di liberazione dalla sofferenza. Fedele alla sua appassionata vocazione enciclopedica, approfondisce il tema in ogni sua possibile declinazione musicale: gospel con tutti i crismi (Everybody Ought To Treat A Stranger Right, I’ll Be Rested When The Roll Is Called), blues in odor dell’ultimo Dylan (la title-track), rock’n’roll sbarazzino (The Shrinking Man), folk avvolgente (la stupenda You Must Unload, forse il momento più emozionante della raccolta).
Il clima è concentrato ma informale, rustico, favorito dalla complicità padre-figlio e dalla calda incisione in presa diretta, ideale per spazzare via la retorica conservando la polvere. La sua voce, a cui l’età ha aggiunto un gradevole tocco di torba, gli somiglia parecchio: scabra, senza fronzoli, diritta all’obiettivo al pari della sua formidabile chitarra e del suo agguerrito arsenale di cordofoni (mandolino, banjo, ukulele).

In mezzo a classici e traditional, anche tre composizioni autografe, fra cui vanno segnalate la toccante ode a Woody Guthrie di Jesus And Woody, coerente con lo spirito del lavoro nel suo sacralizzare un’icona profana, e l’esplicita Gentrification, in cui fare i conti tanto con certe annose problematiche socio-urbane quanto con il nuovo “hipster-roots” di Shins e Vampire Weekend, tra divertite venature africaneggianti. Menzione a parte merita la lunga Nobody’s Fault But Mine, dal repertorio di Blind Willie Johnson, allucinazione desertica a metà tra Tom Waits e Jon Hassell in cui la sua fedele slide si concede un’autocitazione dal celeberrimo tema di Paris, Texas: magari un po’ sbrodolona, ma ci sta (specie considerando la proverbiale ritrosia del Nostro alle celebrazioni).
Tra i grandi del rock, Ry Cooder è uno dei pochi ad essersi guadagnato l’Olimpo scrivendo pochissima musica di proprio pugno e dando invece largo spazio a riletture di razza, alla faccia dei crociati dell’autorialità a tutti i costi: in questo senso merita di essere considerato come l’ultimo grande interprete popolare americano, e sapere che è ancora qua a tramandare queste melodie immortali non può che farci un enorme piacere.

Setlist
1. Straight Street
2. Shrinking Man
3. Gentrification
4. Everybody Ought To Treat A Stranger Right
5. The Prodigal Son
6. Nobody’s Fault But Mine
7. You Must Unload
8. I’ll Be Rested When The Roll Is Called
9. Harbor Of Love
10. Jesus and Woody
11. In His Care

[lo trovi anche su Ondarock]

3 pensieri su “[Ascolti] Ry Cooder – The Prodigal Son (Fantasy/Perro Verde, 2018)

  1. Pingback: [Ascolti] J.H. Guraj – Steadfast On Our Sand (Boring Machines, 2018) | WAREHOUSE: SONGS AND STORIES

  2. Pingback: [Live Report] Calexico @ Estragon (Bologna) 16/03/2018 | WAREHOUSE: SONGS AND STORIES

  3. Pingback: [Live Report] Calexico @ Estragon (Bologna) 16/03/2018 | AGENZIA GENERALE DEL SUICIDIO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...