[Ascolti] Forth Wanderers – Forth Wanderers (Sub Pop, 2018)

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Tutto è partito da quella copertina. Mi hanno catturato subito sia lo stile (bianco e nero, tratto fumettistico, un po’ Roy Lichtenstein un po’ Raymond Pettibon), sia il soggetto: in alto, dei pali dell’alta tensione, che associo agli scatti sfocati di Mark Kozelek; in basso a destra, il dettaglio di qualcuno al volante, che associo a Double Nickles On The Dime; in basso a sinistra, l’angolo di un divanetto imbottito, che non associo a nulla ma mi piace lo stesso. Mi sfugge cosa stia a significare, e forse anche per questo mi intriga così tanto, freddo e geometrico come certi artwork post-punk (qualcosa a metà tra More Songs About Buildings And Food e Three Imaginary Boys), eppure con una sua enigmatica vitalità. Quanti album si scoprono in questo modo, che è poi la modalità-base della conoscenza se non della stessa percezione, ovvero l’elaborazione istantanea di segnali attraenti? Che sia sopra lo scaffale di un negozio, tra le pagine di una rivista o sulla home di un sito, poche cose incuriosiscono come una copertina che coglie nel segno: soprattutto da giovani, quando tutto sembra avere un colore più saturo e la fame di scoperta ti divora. Giovani: teniamola a mente questa parola, perché non si può prescindere da essa per approcciare un disco simile.

Sono giovani, i Forth Wanderers, a partire dal nome: cos’è l’adolescenza, se non una fase in cui si “vaga in avanti”, con la foga di chi crede di sapere già dove andare ma la confusione di chi puntualmente si smarrisce strada facendo? Non si cresce più, in quest’epoca che pretende tanto senza garantire niente né fornire istruzioni esaustive, sfasando qualsiasi ordine generazionale. La risposta a questo stato di cose è contraddittoria: gli adulti rimangono immaturi, i ragazzini si atteggiano a consumati maestri di vita, in tutti e due i casi a tenere banco è un posticcio, senile giovanilismo. Per fortuna, in un quadro tanto desolante, ci sono ancora anime candide come questi cinque ragazzi del New Jersey, che azzannano la loro età con la passione infuocata che le è consona, travolti da un uragano di sensazioni che vogliono assaporare pienamente, fregandosene delle faccende dei “grandi” (“I don’t know what they want from me”). Di questo parla il lavoro in esame, dei loro “Anni Importanti“: insicurezze, paure, interrogativi urticanti, ma anche tanta energia e un bisogno insopprimibile di trovare il proprio posto in un mondo che pare giocare a nascondino (“In my own home I’ve never been more unsure”), senza escludere languori slacker post-generazione X (“I can’t feel the earth beneath my feet/Flowers bloom but not for me”) e un po’ di sano ribellismo (“I am unamused of being the one accused/Of carrying the weight/Of making mistakes”).

E’ fresco e urgente come un esordio, ma non è certo spuntato dal nulla: alle spalle ha due Ep e un breve album, acerbi ma con già in nuce avvisaglie di classe superiore, ora finalmente messe a fuoco e valorizzate dal marchio Sub Pop. Ecco spiegata la scelta del titolo omonimo: adesso, e solo adesso, sono i Forth Wanderers, anziché gli ennesimi epigoni derivativi. Non che nella loro musica manchino riferimenti ravvisabili, se è vero che in diverse dosi sono ben tangibili le chitarre aghiformi dei Built To Spill, le progressioni armoniche dei Breeders o le linee vocali dei Blonde Redhead: il punto è che stanno dietro e non davanti alla scrittura, che di essi si nutre senza rischiare l’indigestione imitativa. Idem dicasi per la caratteristica voce di Ava Trilling, perennemente sospesa tra noia e ansia: un po’ Juliana Hatfield, un po’ Shannon Wright, un po’ Frances Quinlan ma soprattutto molto Ava Trilling. Se la qualità del songwriting è invidiabile, è l’intenzione con cui viene suonato a fare la differenza, la stessa concitazione che in epoche diverse ha animato gli Squirrel Bait o i Fucked Up, ammasso lavico in continuo movimento pungolato da un drumming quasi hartiano, pur non disdegnando la storta indolenza dei Pavement (Ages Ago) o la psichedelia scalcagnata dei Meat Puppets (Be My Baby).

Pare il ritratto dell’ennesima emo band da supermercato, ma i Forth Wanderers guardano altrove: c’è tanta eleganza tra il pop upbeat degli Unknown Mortal Orchestra (Company), la decalcomania jingle-jangle dei Real Estate (Tired Games), le figurine incollate al contrario degli Strokes (Saunter) e una spolverata cangiante dei primi Phoenix (New Face). Ovunque, un coinvolgimento emotivo che trasuda profonda autenticità, dribblando qualsiasi facile posa e regalandoci un’opera intensa e coerente. Nota di merito finale alla produzione di Cameron Konner che, trovando il giusto compromesso tra pulizia e affilatezza, asseconda alla perfezione l’impazienza di questi “angry young men”.
Clamorosamente ignorato da buona parte della stampa italiana, Forth Wanderers è una delle più belle sorprese indie-rock dell’anno.

Tracklist
1. Nevermine
2. Company
3. Ages Ago
4. Taste
5. Not For Me
6. Be My Baby
7. New Face
8. Saunter
9. Tired Games
10. Temporary

 

[lo trovi anche su Ondarock]

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