[Ascolti] Sneers – Heaven Will Rescue Us, We’re The Scum, We’re In The Sun (God Unknown Records, 2018)

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La contrapposizione più o meno forzata tra un idealizzato mondo rurale/selvaggio (magico, irrazionale, “pre-moderno”) e un’altrettanto stereotipica civiltà urbana/industriale (scientifica, razionale, “moderna”) ha costituito uno dei temi fondamentali del dibattito storico, filosofico e socio-antropologico del secolo scorso, al punto che molti lo considerano il conflitto alla base della modernità. Questa dialettica grossolana ha ormai perso centralità nelle teorie contemporanee, a causa dell’inesorabile tramonto del mondo contadino e della scomparsa (spesso tutt’altro che indolore) di molte realtà cosiddette “primitive”, ma rimane una semplificazione spendibile per fini tassonomici, quantomeno a livello di suggestione. Come spesso accade, l’Arte finisce con l’essere terreno fertile per certe categorie, venendo percepito come un calderone anarchico bisognoso di catalogazioni: da questo punto di vista, solo la distinzione tra artisti “impegnati” e non ha avuto più fortuna di quella tra ispirazioni “sacre” o “profane”.

Non fa eccezione la musica rock, da sempre permeabile tanto ai grandi dilemmi estetici quanto alla volubilità della pop culture: se generi di derivazione folk/cantautorale o monoliti classici come il prog li associamo istintivamente alla campagna, tutto quanto evochi visioni decadenti o futuribili (dal krautrock agli infiniti comparti della musica elettronica, passando ovviamente per il punk e le sue propaggini) non possiamo che collocarlo in città. Ma non è sempre così facile cavarsela, e un universo come quello gotico è lì a dimostrarcelo: in quale scatolone inserire un macro-genere di inequivocabile derivazione punkeggiante, ma che all’angoscia nevrotica dei loro parenti prossimi preferisce scenari occulti, simbologie magico-religiose e una simbiosi panica con una natura divinizzata e divinizzante?

Un gruppo che ha ulteriormente problematizzato questo quadro sono gli Sneers, duo tosco-trentino (ma attivo tra Berlino e Roma) composto da Maria Greta Blaankart e Leonardo O. Stefenelli, che da anni porta avanti un intrigante sabotaggio dall’interno di determinati generi. Se nell’esordio For Our Soul, Uplifting Lights To Shine As Fires si tenta una ricollocazione extra-metropolitana di aromi all’asfalto come il noise e la No wave, nel seguito With Flames Like Hope To Mortals Given il procedimento viene invertito, ipotizzando una musica sacra per alienati di periferia.

Questo nuovo Heaven Will Rescue Us, We’re The Scum, We’re In The Sun, debutto su God Unknown Records prodotto da Craig Dyer (Underground Youth), prosegue la “goticizzazione” del loro programma, da un lato enfatizzandone la sempre più spasmodica tensione apocalittica, dall’altro dipingendo foschi scenari da tregenda: in questo senso, i due sembrano saltare a piè pari i classici riferimenti 70-80, rimandando piuttosto ai grandi maestri del prog-folk satanico (Coven, Black Widow, Comus, Cromagnon), seppur sostituendo quel paganesimo dionisiaco con una cristianità cupamente veterotestamentaria, ma che non esclude allucinati spiragli di Salvezza. Non mancano, tuttavia, legami saldi con i numi tutelari del rock oscuro (il chorus alla Sisters Of Mercy di No Man Is Poetry, gli Psychic TV medievaleggianti di For Humanity To Rest, i malefici ancestrali dei Virgin Prunes nella danse macabre di Rossella In Badlands), come anche vaghe somiglianze con altre vestali contemporanee (Anna Von Hausswolff, Chelsea Wolfe, Joanna Newsom).

Due le nuove frecce nel loro arco: la mutata impostazione vocale della Blaankart, che digrigna i suoi lamenti lunchiani nel ghigno da strega di Diamanda Galas (con un pizzico della derelitta autocommiserazione di Rozz Williams), e la spiritata lap steel di Kristof Hahn degli Swans, guest di lusso che marchia a fuoco ben quattro brani (tra cui l’iniziale Sailing Like A Saint, che pare uscita dritta dritta da The Seer). E’ una musica scarna ma densa, dai risvolti quasi psichedelici (l’acquosità fraseriana di Heaven Will Rescue Us, gli His Name Is Alive brumosi di Wind Unseen Force, frugando anche la Meredith Monk di Turtle Dreams), e un immaginario cinematografico a metà tra La Stregoneria Attraverso i Secoli e The Wicker Man, le cui musiche di Paul Giovanni devono aver mandato a memoria.

Non solo spirito, ma anche tanta carne in questo affresco di peccatori impenitenti, lambendo qua e là abissi di perdizione southern gothic: vedasi Fevers For Believers, murder ballad che non fa sconti in termini di sesso e violenza. In chiusura, una Evil Does That Thing che non avrebbe sfigurato su Your Funeral… My Trial, con Maria Greta a vestire i panni dell’Anita Lane di turno e uno dei pochi tocchi ironici del loro lapidario frasario (“Jesus come and save me/And if you come bring me a beer”). A dispetto del titolo al solito lungo e minaccioso (GY!BE-style?), un lavoro piuttosto breve: poco più di mezz’ora in totale.
Data la deprimente tendenza dei dark 2.0 a riproporre i soliti modelli senza suscitare alcun reale turbamento, la poetica sinistra degli Sneers è un rito purificatore che schiva la natura effimera di certe mode e si ricollega alle istanze più spettrali e maledette.

Tracklist
1. Sailing As A Saint
2. No Man Is Poetry
3. For Humanity To Rest
4. Heaven Will Rescue Us
5. Fevers For Believers
6. Rossella In Badlands
7. Wind Unseen Force
8. Evil Does That Thing

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