[Live Report] Pere Ubu @ Tpo (Bologna) 11/09/2018

PERE UBU 3

Che bella sorpresa questo sedicesimo album dei Pere Ubu, e che bel regalo questo mini-tour tutto italiano per farcelo ascoltare dal vivo! 20 Years In A Montana Missile Silo non sarà la loro opera più imprescindibile, ma quantomeno ce li restituisce carichi e motivati come da tempo non li ascoltavamo, dodici saettanti proiettili avant-garage e poche divagazioni a distoglierci dalla loro sfrontatezza primordiale: perché mai non dovremmo gioirne? Regalo doppio, dato che il basso sarà impugnato dal membro fondatore Tony Maimone, rientrato nei ranghi per sostituire la momentaneamente indisposta Michele Temple. Per il sottoscritto azzarderei anche triplo, se consideriamo la misteriosa scelta di piazzare una delle date nella marginalissima Monteprandone, paesino limitrofo alla mia altrettanto remota città natale. Mi attira l’idea di godermi una delle formazioni più radicali della storia del rock in un auditorium di provincia, contrasto patafisico perfettamente in linea con la dottrina thomasiana, ma l’immagine di un Freakout stracolmo come il più lurido covo punk della prima ora mi convince a orientarmi su Bologna: salvo apprendere poco dopo che il tutto verrà spostato nel più capiente Tpo, data la sovrabbondante richiesta di biglietti…Poco male: un teatro occupato in una cornice post-industriale è uno sfondo altrettanto funzionale, peraltro già testato con soddisfazione due anni or sono, quando i Tuxedomoon ci suonarono il mitico Half Mute dalla prima all’ultima nota (tra le ultime apparizioni del compianto Peter Principle: a ripensarci adesso fa uno strano effetto…). E’ la terza volta che mi piego al culto live di Padre Ubu, ma escludo che questa overdose di grandissima musica possa nuocermi in alcun modo.

La puntualità della ciurma di Cleveland è leggendaria come tutto ciò che la riguarda, e anche stavolta non si smentiscono: alle 22:30 sono già quasi tutti sul palco (formazione: chitarra-basso-batteria-theremin/sintetizzatori-clarinetto), raggiunti poco dopo dal sempre più affaticato leader, che necessita di essere sorretto a braccia prima di abbattersi di peso su un trono improvvisato, vicino all’immancabile bottiglia di vino. Sfida il caldo torrido con un lanuginoso baschetto rosso, di quelli da paracadutista, mentre manca all’appello l’inseparabile musette. Le sue condizioni sono visibilmente peggiorate rispetto alle due volte precedenti, e la sollecitudine nell’iniziare in orario deve essere dettata anche dalla necessità di non stremarlo troppo. Si prospetta una serata intensa, mentre il pannello nero dietro al palco dà uno spoglio tocco scenico al loro catastrofico teatrino dell’assurdo.
La sezione ritmica attacca secca e ipnotica incatramata dalle pieghe di grasso del synth, mentre Thomas stira qualche lamento sommesso per poi snocciolare una sconnessa predicazione: Slow Walking Daddy è una Peter Gunn Theme formato Pere Ubu, sigla tutt’altro che invitante per uno spettacolo in cui non si fanno prigionieri. Colpisce l’uso inconsueto del theremin, non elastico armonico ma interferenza di disturbo. Tuttavia, è soprattutto la voce del frontman a lasciare ancora una volta di stucco: potente, ricca di sfumature, intonatissima, incollata a una band diretta con pochi precisi segnali. Continua a frugarci dove meno vorremmo, e fa sempre un male cane. Se il corpo sta lentamente cedendo, la testa funziona ancora benissimo. A fine brano stappa il vino e ingolla una bella sorsata, più che meritata.

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Non siamo abituati a concepire i Pere Ubu come una band melodica ma, ipotizzando un cantato meno isterico, Breath potrebbe essere un singolone Aor, con tanto di chitarra fiammante e cori epici: quando si è così consapevoli dei propri mezzi, musicalmente e intellettualmente, non esiste linguaggio che non si possa inglobare. Worlds In Collision è altrettanto scintillante ma in un’accezione più funk-wave, su sponde opposte il theremin domato con fare circense e il chitarrista (un dark ipomatato che pare fuoriuscito dai Cramps) a iniettare linfa surf, tra pause giocosamente cariche di tensione.
“You are in the darkness, we are in the light, as it should be. But there’s still something missing: a song about a monkey”, e in effetti la travolgente Monkey Bizness era proprio quello che ci voleva per sporcare un po’ la tela, Thomas impareggiabile nel farsi minuscolo e mastodontico con altalenante disinvoltura, accompagnandosi con una gestualità espressionista. “The first James Brown is gone, now it’s time for the second one: I. The second James Brown will sit down!”: ma lungi dal rimanere seduto, il crossover sfibrato di Funk 49 sembra saltarci addosso come la scimmia evocata poco prima. Azzeccata la scelta di eseguire i due numeri di fila, come da disco: insieme sono davvero marmellata (scaduta) e burro (avariato).

Prison Of The Senses viene invece presentata come “a bit of a metaphysical song”, e in qualche modo anche stavolta la didascalia è appropriata: come definire altrimenti il theremin suonato con una pistola a raggi giocattolo, le caustiche cucchiaiate di taglio della chitarra e quel crescendo di batteria seguito da un solletico di bacchette a bordo rullante? Ben più terrena Howl, psychobilly licantropico in cui tutti cercano di dare il peggio di sé: il chitarrista grattuggia la Strato come se non ci fosse un domani, theremin e clarinetto si scambiano occhiatacce dissonanti fino a mandarci in pappa i neuroni, il batterista pesta come un dannato e la voce ulula sguaiata come da titolo, spegnendo il tutto in un ultimo rantolo da orco.
Il repertorio recente è stato abbastanza sviscerato, è tempo di coccolare i fan con un trittico dritto dritto dal cuore di The Modern Dance, riprodotto fedelmente ma con un surplus di volume più che gradito: Over My Head inizia in sordina dondolandosi su un coro sepolcrale ma poi detona come un fungo atomico, il theremin che interpreta le radiazioni proliferanti, la sigaretta accesa di Thomas a visualizzare i fumi dalle macerie e le grida dei sopravvissuti straziate nei bending della chitarra; Street Waves invece è devastante sin dall’abbrivio, un rock’n’roll scalmanato sferzato da venti tossici, in mezzo una macelleria senza quartiere e un finale suonato da e per un’umanità inevitabilmente diversa; in Laughing, infine, l’irruzione di un’orda di cavernicoli spazza via lo sbilenco duetto tra clarinetto e sintetizzatore in una parossistica escalation manicomiale. David ci svela due chicche: quest’ultimo brano fu ispirato dalla visione di Badlands (ve lo sareste mai aspettato, il lirismo di Malick tra le righe di questi psicopatici?), mentre il precedente fa riferimento alle rivolte del ’68 a Detroit (cosa che Maimone, a quanto pare, ha scoperto solo la sera prima…).

Dopo aver gettato fosche ombre sulla stessa possibilità di un futuro in cui, da bravi punkettoni, non hanno mai creduto troppo, meglio consolarsi con “a song about dinosaurs”, ovvero Petrified, le cui dinamiche masse di rumore possono ricordare dei rettili giganteschi, a sforzarsi un po’. Dopo averci chiesto se “finora ci sono domande” (oddio, io qualcuna ne avrei…), il sempre loquacissimo David ci gratifica con uno strano panegirico: “You are Italian, we are American. You don’t understand a word that I’m saying, but you get it, while Americans understand everything but don’t get anything”. Qualunque cosa ciò voglia significare, se la tersa We Have Technology è un premio a questa nostra imperscrutabile dote ce la accattiamo volentieri, mentre il vortice ossessivo di “Red Eye Blues”, fustigata da slide e organo, sembra invece in tutto e per tutto una sadica punizione. Sulla stessa lunghezza d’onda ma ancora più spietata la residentsiana Bus Station, la passeggiata di un alienato su un sentiero lastricato di vipere e sorvolato da elicotteri in fiamme, spezzata da un bridge in cui la voce diventa una frequenza radio da sintonizzare, prima di riattaccare a sorpresa più cattiva e sinistra di prima.
Forse hanno esagerato, è il caso di addolcire la zuppa con la ninna nanna spaziale di Irene, addirittura sensuale nel suo impasto di fiati e cori. Si torna a martellare duro con lo shufflesupersonico di Love Love Love, biascicante parodia di certe pacchianate anni 80 in cui trova posto persino uno sconclusionato tapping, per approdare a malincuore su “what is traditionally called the last song of the show”, ovvero Toe To Toe (“thematically, the most important song from our last album”), rabbiosa e compatta come si addice ad un finale che non vuole suonare retorico o ipocrita.

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“Considering the terrible rules of pop music, now I have to leave and then come back for the encores but, as you may notice, I’m not going anywhere…”: meno male, dato che dopo un interminabile siparietto scopriamo che “it’s time to…kick out the jams, motherfuckers!” e sì, accade proprio quello che di solito segue una premessa simile, con la grinta selvaggia di una cover band liceale e il locale precipitato in un pogo da giorno del giudizio. Non contenti, ci mettono definitivamente al tappeto con un’altrettanto poderosa Sonic Reducer, che suona innanzitutto come un omaggio al mai dimenticato Peter Laughner e alla mini-epopea dei Rocket From The Tombs da cui tutto prese avvio.
L’adrenalina è alle stelle, bisogna raffreddarla un po’ prima di salutarci e l’anestetico migliore è uno dei loro scherzi dadaisti: i cinque sembrano davvero attaccare Smells Like Teen Spirit, da manuale fino all’inizio della strofa che, però, piano piano si decompone nell’ecatombe kraut di Final Solution, unica conclusione possibile per un programma costantemente sull’orlo dell’Apocalisse (poco importa se divina o nucleare), non stemperata ma semmai amplificata dai coretti angelici dell’ultimo ritornello. Thomas ci indirizza al banchetto dei dischi, ricordandoci con un filo di inquietudine che “when you buy us, you own us”, mentre Maimone e Boon lo scortano dietro le quinte sorreggendolo passo dopo passo: una scena commovente, che svela la segreta umanità della band disumana per eccellenza.

Se molti complessi storici vanno visti in concerto anche solo per constatarne lo stato di conservazione, i Pere Ubu si guadagnano sempre la pagnotta con esibizioni strepitose e tecnicamente perfette, godibilissime anche dai profani. Dei tre che ho visto, questo è stato lo show in assoluto più soddisfacente: nel primo si concentrarono sul materiale appena uscito, nel secondo proposero quasi solo roba vecchia, stasera è riuscita loro un’ibridazione ineccepibile e coinvolgente dall’inizio alla fine. Sbalorditiva, poi, la capacità di mantenersi in equilibrio tra caos e raziocinio, ricordandoci che dietro tanta furia si nascono pur sempre degli intellettuali: anche nei momenti più deliranti la band (idealmente distribuita in due tronconi: chitarra-basso-batteria a tirare dritti, theremin e clarinetto a intorbidare le acque) rimane di una precisione assassina, mentre Thomas non sbaglia mezza nota e nei suoi esilaranti monologhi ha la lucidità di un navigato commediante, per quanto in camicia di forza.

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Dopo aver smontato praticamente da soli la strumentazione, i cinque madidi guerrieri scendono dal palco e vanno volentieri incontro al pubblico, chi mettendosi in posa per una foto, chi scarabocchiando un autografo, chi scroccando una sigaretta. In zona merchandising appare anche Lui, appollaiato su una panca con gli occhi chiusi e un’espressione da buddha in meditazione, al contempo ieratico e patetico come il personaggio che ha sempre incarnato. Quasi nessuno osa però avvicinarsi, lasciandolo a bofonchiare chissà cosa tra sé e sé, fino alla fine impenetrabile, spaventoso e tenerissimo.

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Setlist
1. Slow Walking Daddy
2. Breath
3. Worlds In Collision
4. Monkey Bizness
5. Funk 49
6. Prison Of The Senses
7. Howl
8. Over My Head
9. Street Waves
10. Laughing
11. Petrified
12. We Have Technology
13. Red Eye Blues
14. Bus Station
15. Irene
16. Love Love Love
17. Toe To Toe

Encore
18. Kick Out The Jams
19. Sonic Reducer
20. Smells Like Teen Spirit/Final Solution

[lo trovi anche su Ondarock]

9 pensieri su “[Live Report] Pere Ubu @ Tpo (Bologna) 11/09/2018

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