[Ascolti_Reissue] Alexander Skip Spence – AndOarAgain (Modern Harmonic, 1969/2018)

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Grama sorte, quella degli outsider musicians: tormentati in vita dai propri fantasmi, braccati post-mortem da ipocrite rivalutazioni e paragoni superficiali con l’onnipresente Syd Barrett, puntuali come il raffreddore d’inverno. Anche vero che, in presenza di figure come Alexander Lee Spence (“Skip”, per gli amici), è fin troppo facile farsi prendere la mano da certa retorica. Chitarrista nella primissima formazione dei Quicksilver Messenger Service, poi batterista per caso nel primo disco dei Jefferson Airplane (licenziato a fine incisione per essersi concesso una non annunciata vacanza in Messico, nel bel mezzo della lavorazione) e infine, scartata l’idea di unirsi ai Buffalo Springfield, la consacrazione come cantante e autore nei Moby Grape, portando in dote l’inno Omaha: basterebbe questo scintillante palmares a garantirgli l’accesso alle enciclopedie. Eppure, la vicenda che lo consegnerà allo Skag Heaven dei perdenti prende piede solo a questo punto…

Nel 1968 i Moby Grape, la cui carriera continua a essere ostacolata dalla cattiva gestione del famigerato manager Matthew Katz, si sono appena trasferiti a New York per registrare il secondo album. Skip inizia a frequentare gente strana e, per un periodo, scompare nel nulla. Riappare dopo qualche tempo “senza barba, con una giacca di pelle nera sul petto nudo, coperto di collane e catene” e, senza troppi convenevoli, cerca di affettare i suoi compagni con un’ascia. Finisce ricoverato al Bellevue Hospital, con una diagnosi sbrigativa quanto la cura: schizofrenia, da contenere con una grandinata di torazina da stendere un rinoceronte. Durante i sei mesi di prigionia psichiatrica, in cui gli viene vietato di tenere con sé qualsiasi strumento, nella sua testa inizia a prendere forma qualcosa. Appena fuori, su consiglio dell’amico produttore David Rubinson si dirige a Nashville: in sella a una motocicletta, a voler dar retta alla leggenda, e con ancora addosso il pigiama.

Ai Columbia Studios trova ad accoglierlo il tecnico del suono Mike Figlio, a cui Rubinson ha impartito due precise istruzioni: lasciare le bobine sempre accese e non essere presente durante l’incisione. Finalmente libero di esprimersi, Skip dà sfogo alla sua creatività troppo a lungo repressa, rovistando negli angoli più bui della sua psiche devastata e suonando da solo tutti gli strumenti: il risultato, dall’enigmatico titolo Oar, sarà uno dei più idiosincratici “mad album” di tutti i tempi, un’auto-terapia lacerante e senza sbocco, alla stregua di tour de force mentali quali The Cycle Is Complete di Bruce Palmer o The End Of The Game di Peter Green. Skip consegna i nastri considerandoli una demo su cui tornare in un secondo momento, ma viene saggiamente deciso di lasciare tutto com’è. La Columbia accetta il materiale ma, seguendo una sua comprovata strategia anti-rogne, non lo promuove in alcun modo: quando esce, il 19 maggio 1969, il disco vende pochissimo e, in breve tempo, sparisce dal mercato (le copie originali sono oggi tra le più bramate dai collezionisti, valutate a partire da 900 dollari).

Rimarrà il primo e ultimo episodio della carriera solista di Skip, che a poco a poco sprofonda nei suoi abissi. Suonacchia con formazioni minori (Pachuca, Rythmn Dukes) e continua saltuariamente a frequentare i Moby Grape, ma a fare notizia è più che altro il suo vorace consumo di sostanze e una bizzarria sempre più esasperata (in quel periodo abita con Oswald, il suo “topo cocainomane”, in un appartamento in cui “nessuno dei due lava mai i piatti”). Un bel giorno viene sorpreso ad adescare delle scolarette e finisce dritto al County Mental Health Hospital di Santa Cruz, da cui riesce a fuggire per essere ritrovato poco dopo all’interno del reparto femminile. Nel 1996 l’ultima performance con i Moby Grape, ormai irriconoscibile. Muore il 16 aprile del 1999 per un tumore ai polmoni, a soli 52 anni, dopo aver vissuto per molto tempo senza fissa dimora. Nel frattempo però è diventato una leggenda tra gli addetti ai lavori, e a dimostrarlo provvede pochi mesi dopo More Oar: A Tribute to Alexander Skip Spence: Robert Plant, Tom Waits, Robyn Hitchcock, Mark Lanegan, Beck e Jay Farrar sono alcune delle tante stelle che accorrono a rendergli omaggio. Nel disco fa capolino pure un sinistro inedito risalente al 1994, Land Of The Sun. L’anno successivo ne spunta un altro, All My Life (I Love You), un brano del ’72 insolitamente energico e più in linea con la produzione Moby Grape. Parevano gli ultimissimi segnali di fumo, prima dell’annuncio di qualche mese fa.

Assemblato con pazienza dalla Modern Harmonic (etichetta newyorchese responsabile, tra le altre cose, dell’intero catalogo di Sun Ra), AndOarAgain si propone di raccogliere tutto quanto inciso dall’artista canadese in quelle fatidiche sedute del dicembre ’68, compilando outtake, provini, false partenze e quant’altro (in larga parte assolutamente inedito), in una fotografia del processo creativo che ne restituisce la volatile frammentarietà. Non tutto brilla, ma le 58 tracce rimangono un tentativo emozionante di penetrare un mistero tra i meglio custoditi, e l’operazione appare più pudica e rispettosa di quanto fosse lecito aspettarsi. In ogni caso, è soprattutto il disco originale a lasciare ancora a bocca aperta: uno space-folk dai riconoscibili echi blues ma proiettato verso galassie lontanissime, attraversato da una voce capace di passare dal baritono al falsetto con lo stesso tono stupefatto e stupefacente. Little Hands, War In Peace e la lunga Grey/Afro sono le imperscrutabili trasmissioni di un satellite abbattuto al culmine della sua orbita, non prima di captare segnali da chissà quale spazio profondo. L’influenza di queste intuizioni su generi quali neopsichedelia e slowcore è stata capitale, per usare un eufemismo. Accluso booklet di 21 pagine con note del decano David Fricke: un buon modo per ripercorrere un’epopea che, salvo nuovi colpi di scena, può finalmente riposare in pace.

Tracklist

Cd 1
1. Little Hands
2. Cripple Creek
3. Diana
4. Margaret – Tiger Rug
5. Weighted Down (The Prison Song)
6. War In Peace
7. Broken Heart
8. All Come To Meet Her
9. Books Of Moses
10. Dixie Peach Promenade (Yin For Yang)
11. Lawrence Of Euphoria
12. Grey/Afro
13. This Time He Has Come
14. It’s The Best Thing For You
15. Keep Everything Under Your Hat
16. Furry Heroine (Halo Of Gold)
17. Givin’ Up Things
18. If I’m Good
19. You Know
20. Doodle
21. Fountain
22. I Think You And I

Cd 2
1. Little Hands (Take 2)
2. Cripple Creek (Basic)
3. Diana (Take 3)
4. Furry Heroine (Halo Of Gold) (Alternate)
5. My Friend
6. War In Peace (Alternate)
7. Broken Heart (Voc & Acoustic)
8. All Come To Meet Her Now (Alternate 1)
9. I Want A Rock & Roll Band
10. Dixie Peach Promenade (Yin For Yang) (Alternate)
11. Lawrence Of Euphoria (Alternate)
12. Mary Jane/Steamboat
13. I Got A Lot To Say (Version 1)
14. Diana (Alternate 1)
15. War In Peace (Instrumental)
16. Diana (Alternate 2)

Cd 3
1. Little Hands (Vocal Overdub)
2. Diana (Version 2)
3. Weighted Down (The Prison Song) (Rehearsal)
4. The Shape You’re In
5. I Want A Rock & Roll Band (Instrumental)
6. It’s A Hard Life (Version 1)
7. I Got Something For You
8. Diana (12 String Version)
9. I Got A Lot To Say (Version 2)
10. It Ain’t Nice (Version 1)
11. She Don’t Care
12. All Come To Meet Her (Alternate 2)
13. It Ain’t Nice (Version 2)
14. It’s A Hard Life (Version 2)
15. All Come To Meet Her (Rehearsal)
16. Diana (Overdub)
17. War In Peace (Take 2)
18. Broken Heart (Extended Master)
19. War In Peace (Guitar Overdub)
20. Diana (Basics)

[lo trovi anche su Ondarock]

2 pensieri su “[Ascolti_Reissue] Alexander Skip Spence – AndOarAgain (Modern Harmonic, 1969/2018)

  1. Pingback: [Ascolti] Jonathan Richman – SA (Blue Arrow, 2018) | AGENZIA GENERALE DEL SUICIDIO

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