[Live Report] Zombies @ Teatro Antoniano (Bologna) 27/10/2018

ZOMBIES

E’ sempre sorprendente constatare come, per le più svariate ragioni, molti album che oggi consideriamo classici siano passati del tutto inosservati nella loro epoca. Certo, nel caso di Odessey And Oracle si fa piuttosto fatica a spiegare un insuccesso tale da portare i suoi autori allo scioglimento, dato che a quelle dodici canzoni non mancava davvero nulla: melodie perfette, arrangiamenti impeccabili, voce grandiosa, copertina d’impatto. D’altronde, anche il suo dichiarato modello Pet Sounds non incontrò grandi riscontri di pubblico al momento dell’uscita…Per fortuna, presto o tardi la Storia fa (quasi) sempre giustizia: derubricati in quegli anni a complessino beat un po’ troppo ambizioso, gli Zombies sono oggi acclamati tra i grandi protagonisti dei 60 e il loro capolavoro, che ha da poco spento le fatidiche 50 candeline, non può mancare in nessuna classifica critica che conti.

Questa fama postuma da “forgotten legend” li ha resi dei piccoli eroi agli occhi delle nuove generazioni vintage-maniache, e il loro ritorno sulle scene è stato prevedibilmente trionfale, come testimonia la sala gremita di questa sera. Si intravede un buon assortimento di capelloni sessantenni e barbutissimi hipster, ma nel complesso prevalgono nettamente i secondi: la strombazzata apparizione dell’anno scorso sul palco del Primavera, c’era da aspettarselo, ha dato i suoi frutti. La cornice, con un paio di ampli Vox in bella vista e il nome del gruppo sulla cassa della batteria, è sixties fino al midollo, come anche il presentatore stile “Top Of The Pops” che li convoca sul palco tra applausi grandinanti. Se Colin Blunstone rispolvera il giubbotto di pelle d’ordinanza, Rod Argent, asserragliato dietro una trincea tastieristica con completo in tinta e chioma argentata, pare una sorta di Doctor Faustus versione Las Vegas.

L’operazione nostalgia è subito confermata dallo scanzonato boogie di Roadrunner, cover di Bo Diddley che apriva il primo Lp del ’65, Begin Here. Le fa da speculare contrappunto I Want You Back Again, pescata dall’ultimo Still Got That Hunger, atmosfere da nightclub e un solo di piano che flirta con il cool jazz. E’ invece l’organo a dettare le danze su I Love You che, con quel retrogusto di naftalina, funge da perfetto jingle per un breve monologo di Argent: in cinquant’anni di attività questa è la loro prima volta in Italia, e intendono celebrarla con un fritto misto di “classic hits, obscure gems and brand new songs”. Si comincia con Sanctuary, ricca di aromi latin jazz, proseguendo con la Winwood-iana Moving On (il loro primo singolo a scalare la classifica Billboard USA, ci informa Argent) e il lentone Edge Of The Rainbow, con un che di natalizio.

Gli anni 60 tornano protagonisti assoluti fra l’evergreen Tell Her No e una corretta You Really Got A Hold On Me, prima dell’annuncio che tutti aspettavamo (“In 1967 we recorded an album called Odessey And Oracle…”), all’istante sommerso dalle urla del pubblico. “Play the entire album!”, urla qualcuno dalla platea, ma Argent lo corregge subito: “Five songs…”. La prima non può che essere Call Of Cell 44, forse il pacchetto più ineccepibile mai confezionato dai cinque, a cui seguono a ruota A Rose For Emily per piano e voci, This Will Be Our Year, una I Want Her She Wants Me cantata da Argent e, finalmente, l’immortale Time Of The Season, ancora sensualissima nei suoi sospiri licenziosi, tirata per le lunghe dal funambolico Rod. Come sa bene chi ha provato a ricantare questi brani, le toniche sono parecchio alte: non c’è da stupirsi, dunque, se Bluestone appare a più riprese in difficoltà.

Dopo questa carrellata sul periodo d’oro, è il momento di dare la parola a ciò che seguì l’era Zombies: se la melodrammatica Old And Wise rievoca la breve capatina di Blunstone tra le file dell’Alan Parson Project, la hit degli Argent Hold Your Head Up è una sontuosa autocelebrazione per il vulcanico tastierista, incontenibile tra acrobazie di hammond, citazioni bachiane e affondi cavernosi. Concluso il tour de force, dopo aver presentato il gruppo (ammettendo, non senza commozione, che nel corso degli anni “sono sempre rimasti amici”), il vecchio Rod ci saluta con quella She’s Not There che, nel lontano 1964, segnò la prima zampata nelle classifiche britanniche, qui agganciata chissà perché al riff di Gimme Some Lovin. Fanno per andare via ma, di fronte alle insistenti richieste di bis, lui e Colin si soffermano per una breve e intensa The Way I Feel Inside a cappella. Un solenne saluto alla loro giovinezza, e a un’epoca intera.

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Fortemente penalizzati dalle stremate corde vocali di Blunstone, questi redivivi Zombies non si avventurano oltre un onesto revival, tenero ma un po’ fiacco. Ciononostante, non può che far piacere saperli ancora sulla breccia, finalmente ricompensati dall’attenzione che hanno sempre meritato.

Setlist
1. Roadrunner [Bo Diddley cover]
2. I Want You Back Again
3. I Love You
4. Sanctuary
5. Moving On
6. Edge Of The Rainbow
7. Tell Her No
8. You Really Got A Hold On Me [Smokey Robinson cover]
9. Care Of Cell 44
10. A Rose For Emily
11. This Will Be Our Year
12. I Want Her She Wants Me
13. Time Of The Season
14. Old And Wise [Alan Parson Project cover]
15. Hold Your Head Up [Argent cover]
16. She’s Not There
17. The Way I Feel Inside

[lo trovi anche su Ondarock]

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  1. Pingback: [Live Report] Eels @ Rocca Malatestiana (Cesena) 23/06/2018 | WAREHOUSE: SONGS AND STORIES

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