[Ascolti_Reissue] Morton Subotnick – Silver Apples Of The Moon (Waveshaper Media, 1967/2018)

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Da un po’ di tempo a questa parte si stanno facendo sempre più cupe e insistenti le voci su una fantomatica “morte del rock” già in atto sotto i nostri occhi distratti, descritta con toni via via più apocalittici ogni giorno che passa. La ragione, da quanto è lecito capire, risiederebbe nella crescente popolarità che sta investendo musiche “altre” (rap, elettronica, world, ecc..) le quali, a differenza del vetusto e ormai inservibile monolite, sfodererebbero una maggiore capacità di leggere il presente e “parlare alle persone”, mettendosi in discussione in maniera più radicale e travalicando qualsiasi confine culturale, etnico e di genere. Sorvoliamo sulla miopia che impedisce a molti “esperti” di elaborare una visione di grande respiro della propria epoca (con il rischio di trasformare una moda effimera in un’improbabile nuova episteme foucaultiana che pensiona tutto quanto l’ha preceduta) e dribbliamo anche gli argomenti fin troppo ovvi con cui si potrebbe controbattere a simili sparate da osteria (ad esempio, realizzare che sono le persone a morire, mentre le “cose” al massimo si trasformano; ancora meglio, riflettere sul fatto che una forma artistica non è un elettrodomestico obsoleto o malfunzionante da sostituire con un nuovo modello, e tanto meno una specie “unfit for survival” che soccombe a quella meglio attrezzata biologicamente; infine, constatare come discorsi simili spuntino fuori più o meno al concludersi di ogni decennio, e la loro credibilità si attesti ormai sotto lo zero).

Azzardiamo, invece, un approccio tenuto sempre meno in considerazione quando si parla di musica: parliamo, per l’appunto, di musica. E proviamo ad abbandonare l’idea (quella sì, superata) di rock come “musica fatta con le chitarre”, considerandolo piuttosto come una generica attitudine (matura, consapevole, ambiziosa) asservibile a qualsiasi orizzonte di forma e contenuto: ci renderemo conto di quanto un disco black, elettronico o anche jazz possa pacificamente ricadere nella macro-categoria rock non appena guada le secche del genere di appartenenza per trasformarsi in un’opera totale, in cui la personalità dell’autore è da anteporre alla situazione per cui è stata composta. Un ragionamento che a molta critica continua a rimanere indigesto, ma che i musicisti, da sempre ben più avveduti dei loro esaminatori, hanno metabolizzato da almeno una cinquantina d’anni.

Ne sono successe di cose dirompenti cinquant’anni fa, di quelle che davvero stabiliscono uno spartiacque tra il “vecchio” e il “nuovo”. Morton Subotnick, ad esempio, la detestava dal profondo del cuore la musica del suo passato e del suo presente: sognava “un mondo senza più pianoforti e violini”, lui formatosi alla scuola di Darius Milhaud che “odiava la musica che avevo in mente”. La sua opera assunse presto i contorni di una missione: prima, nel 1962, fondando il San Francisco Tape Music Center insieme a Ramon Sender, Pauline Oliveros, Terry Riley e Steve Reich, poi collaborando con l’ingegnere visionario Don Buchla allo realizzazione dello strumento del futuro, un sintetizzatore senza tastiera che tagliasse ogni ponte con la tradizione, in aperta opposizione alla più diplomatica dottrina Moog. Ne diventò l’indiscusso profeta, di quel marchingegno tutto manopole e cavi, al punto da incuriosire gente importante: fu così che, nel 1967, la Nonesuch gli affidò la realizzazione di una “sinfonia per sintetizzatore” da stamparsi su vinile. Per inciso, non era mai accaduto prima che una casa discografica commissionasse a un compositore un lavoro interamente elettronico (uno dei primi in assoluto, tra l’altro) e lo destinasse al supporto fisico, e quindi al mercato. Subotnick pensò l’opera appositamente per l’Lp dividendola in due atti, ognuna corrispondente ad una facciata, e la intitolò con un verso di Yeats che andava a nozze con la febbre space age di quegli anni: Silver Apples Of The Moon.

Il successo fu clamoroso, qualcosa di cui oggi più che allora si fa fatica a capacitarsi. Come si spiega? Senz’altro con l’irripetibile fame di novità dell’epoca, solleticata anche dai primi impianti stereo domestici, ma soprattutto con il contenuto di quei solchi: una musica volatile ma non astratta, anzi con appositi ganci ritmico-melodici e un suono generale corposo, dissonante, ricco di personalità. Erano i timbri, più che le strutture, ad essere alieni, e questa mescolanza ignoto-consueto mandò un po’ tutti fuori di testa. Lo amarono davvero in tanti, quell’album rivoluzionario: i discografici, il pubblico, i critici, i compositori “seri” ma, soprattutto, i musicisti rock, che ne apprezzarono la vivace verve anti-accademica e i fluidi legami con la nascente psichedelia. Una prova eloquente, insomma, di come non esistano le musiche ma La Musica, per sua natura libera da qualsiasi staccionata posticcia si voglia innestare sulla sua prateria sterminata. I rivali della Moog, dal canto loro, si rifaranno l’anno seguente, quando Switched-On Bach di Wendy Carlos sdoganerà una volta per tutte il sintetizzatore tra una massa ancora perplessa ma non più intimorita. Negli stessi mesi, in quel di New York, un duo di pionieri inventerà il synth-pop con dieci anni di anticipo e un nome che lascia pochi dubbi sulla loro ispirazione; trent’anni più tardi, in un altro continente, una band della neonata nebulosa post-rock proporrà un tributo ancora più esplicito, rubando quel titolo evocativo per il loro esordio: il cerchio si chiude, tutto torna.

La visione di Subotnick era davvero di rottura, e forse è per questo che ha riscosso tanti consensi a latitudini tanto differenti: per entrare in tutte le case, d’altronde, bisogna innanzitutto proiettarsi oltre tutte le porte. La sua ricerca è continuata inesausta fino a oggi, toccando gli ambiti più disparati (multimedialità, performance, computer music, addirittura giochi di didattica musicale per l’infanzia) o inventandone di nuovi, spesso appoggiandosi all’ugola portentosa della moglie Joan La Barbara, e svezzando ragazzacci come Charlemagne Palestine o Rhys Chatham. Il suo nome, però, resterà per sempre legato a quella mezz’ora di oscillazioni pulsanti, appena ristampata in un’edizione con un re-mastering da paura, una perfetta riproduzione della bellissima copertina e nuove liner notes vergate dal Maestro in persona. Quanto a noi, possibile che dopo cinquant’anni siamo ancora qua a blaterare sul nulla, senza capire che il rock non è morto ma, semmai, è Morton?

[lo trovi anche su Ondarock]

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