[Ascolti] Nabat – Banda Randagia (C.A.S./Ansaldi, 2018)

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Ne è passato di tempo, da quando Steno e i suoi sono “scesi per le strade” di una Bologna laida oggi come allora. Non so voi, ma personalmente non ho mai stravisto per l’Oi!: troppo elementare la musica, troppo diretti i testi, troppo codificato il vestiario, troppo distante da me come argomenti e riferimenti. Detto ciò, è difficile disconoscere ai Nabat un ruolo tutt’altro che defilato nell’underground nazionale, e non solo per essere stati i primi in Italia a proporre autentico “punk di strada”: lontana dalle ideologie precostituite ma irrorata da un anarchismo virile e proletario, la loro foga ha dato voce a un vuoto di potere simbolico, il grido soffocato di orde di umiliati e offesi cresciuti a calci sui denti, “nati per niente” esclusi da una Storia scritta da altri per e contro di loro. Un messaggio non così divergente da quello del blues, come rivendicano loro stessi.

I destinatari non sono necessariamente miserabili, ma di sicuro marginali: troppo rudi per essere alternativi e troppo sensibili per essere teppisti. Sono gli abitanti di quelli che in Gran Bretagna chiameremmo “suburbs” e che da noi sono periferie senz’altro meno disumane ma pur sempre difficili, eppure allo stesso tempo così ricche di suggestioni. Più che di San Donato, i Nabat sono San Donato, ex-quartiere operaio e inesauribile serbatoio di alterità. Un solo dato: non ho mai visto un posto con una simile concentrazione di sale prove (la più frequentata delle quali è gestita proprio dal Nostro, premuroso protettore di nuove leve). Per chi è cresciuto da quelle parti, più che una band sono un avamposto di civiltà, una voce morale a cui aggrapparsi per sopravvivere, sapendo di poterci sempre contare. Ma la storia dei Nabat è, in fin dei conti, quella di Bologna tutta: Steno che, sul palco di Piazza Maggiore dove stanno per esibirsi i Clash, dà il via al boicotaggio affermando di “parlare a nome dei nichilisti” (“nel senso di nichilismo russo”, puntualizzerà in seguito) rimane uno dei momenti salienti della controcultura cittadina e nazionale.

Repellenti per gran parte della boriosa intellighenzia alternativa, quelle liriche a base di cori da stadio e frasi sputate senza filtro alcuno hanno fissato a loro modo uno standard, invecchiando assai meglio di tanti proclami più strutturati. Nulla a che spartire con l’acida iconoclastia di molti sodali: per i Nabat volare bassi (ma senza giocare al ribasso) è un punto d’orgoglio. Se gli Skiantos mandarono gambe all’aria la seriosità dei cantautori con le loro rime impossibili, i Nabat hanno liberato il punk da una strumentalizzazione intellettualistica che pareva ineluttabile, in un paese come il nostro. Tutto ciò, beninteso, nonostante i singoli membri siano tutt’altro che degli sprovveduti: per sincerarvene, provate a scambiare due parole con il frontman su qualsiasi argomento. A molta gente, me compreso, la loro turgida prosopopea comunicherà poco: è pur sempre un linguaggio tribale, anche se non proprio per iniziati. Ciononostante, è evidente a tutti quanta vita vera pulsi dentro quelle canzoni scalmanate e contagiose, poesia da marciapiede senza un filo di retorica, missione così strenua da sconfinare nell’eroismo. Non ho mai amato l’Oi!, dicevo, ma il primo concerto dei Nabat a cui ho assistito è stato così intenso da commuovermi: compresso tra quelle teste rasate e quei corpi massicci, a venire ribadito per l’ennesima volta è il potere catartico di un rock’n’roll dritto al sodo come pochi altri. Schivando fino alla fine la polverizzazione hardcore di molti i colleghi, i Nabat sono rimasti coriacemente punk nelle intenzioni e nei fatti.

A 22 anni dal penultimo album e a 37 dal primissimo singolo, eccoli ancora qua. Cosa è cambiato? Niente, e meno male: una simile veracità è ormai merce rara. Pur aggiornata ai drammi del nuovo mondo del lavoro (Voucher), l’energia è quella di sempre, con Hey Boot Boy a mettere in guardia i nuovi ragazzacci e l’emozionante title track a riallacciare i fili di una vicenda ormai leggendaria, non senza puntate ironiche (i Ramones al ragù di Quel Da Fêr). Roca come quella di un padre bonario, la voce di Steno è la cartina di tornasole del personaggio: un Mike Ness che non assalta alle spalle, non tira colpi bassi e per un “fratello” si farebbe in quattro. E per la cronaca, l’apertura stile Search And Destroy di Nessun Amico in altri tempi avrebbe fatto proseliti. Una lezione di Scelta e Coerenza che non può non ispirare rispetto. Rozzi? Senz’altro. Necessari? Altrettanto. Lunga vita ai Nabat, ultimi cantori dell’altra Bologna.

Tracklist
1. Nessuno Amico
2. Voucher
3. Hey Boot Boy
4. Dai Allora
5. Non Ti Fermare
6. Gossip Riot
7. Non C’è Spazio
8. Banda Randagia
9. Quel Da Fêr
10. Braccato
11. Lastrico Lucido
12. La Marcia Dei Disperati
13. Cronaca Di Un Uomo Ferito
14. Scelta e Coerenza

[lo trovi anche su Ondarock]

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