[Ascolti] Hama – Houmeissa (Sahel Sounds, 2019)

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Limacciosi fiumi d’inchiostro digitale sono straripati a proposito della nuova onda elettronica africana e non potrebbe essere altrimenti, date le dimensioni e l’interesse del fenomeno. La collisione tra le più avanzate formule scodellate dai producer occidentali e i ritmi delle molteplici tradizioni del continente danno origine a ibridi di grande fascino, che suonano alieni anche in un panorama che ha ormai il pelo sullo stomaco per le contaminazioni spericolate (valga su tutti il recente caso del tanzaniano Jay Mitta). Ritmi, appunto, ovvero tutto ciò che l’Africa ha da offrirci secondo il nostro bieco etnocentrismo. Sarà per questo che le suddette musiche ci appaiono tutto sommato rassicuranti: si attengono ai nostri stereotipi, e non doversi mettere in discussione fa sempre comodo. Grazie al cielo, la realtà è assai più complessa, e i compositori africani sono troppo naïf e/o anarcoidi per attenersi alle nostre asfittiche categorie.

Prova ne sia questo secondo disco di Hama: originario di Niamey, capitale del Niger (già patria di un portentoso pioniere del calibro di Mammane Sani, il Sun Ra del Sahel), il giovane manipolatore si confronta con il consistente repertorio folklorico tuareg trasfigurandolo mediante sintetizzatori gommosamente minimali e retro, con il solo ausilio di “un paio di auricolari e una copia pirata di FruityLoops”. Note, dicevamo: una volta tanto, la componente armonica prevale su quella percussiva. E se la copertina ammicca scherzosamente all’estetica vaporwave, i contenuti virano altrove, pur preservando qualcosa del videogioco arcade a 8 bit: riflessi cosmici tra Tangerine Dream e Cluster, afflati pomposi à-la Jean-Michel Jarre/Vangelis, sprazzi worldbeat e trance, le piroette acquatiche dei Plaid, la house chilly degli Orb e quella acida di Leftfield e 808 State, fino alle inevitabili tentazioni outrun.

L’iniziale Terroir, sganciata come singolo con tanto di rintronante video stile Fuck Buttons, suona come Bombino reinterpretato da Laurie Spiegel e funge da efficiente emissario della carovana. Tra cavalcate a dorso di dromedario robot (Houmeissa) e venti sabbiosi profumati di silicio (Bororo) non mancano disarcionamenti più claustrofobici (il Fad Gadget a viso pittato di Wassa), rudimentale Idm (i Boards Of Canada art brut di Dounia) e perché no, momenti quasi ballabili (Yeta Yeta), in un trionfo afrofuturista che spinge oltre la visione nomade vaticinata dall’incontro Group Doueh-Cheveu.

Sensuale dietro l’apparenza algida, Houmeissa è la prova di quanto una musica geograficamente connotata, con un pizzico di fantasia, possa diventare un linguaggio senza confini. Una ventata d’aria fresca che è anche una lezione di rielaborazione intelligente e rispettosa, con buona pace dei puristi d’accatto. Smercia la Sahel Sounds, ormai un punto di riferimento per i nuovi suoni del deserto.

Tracklist
1. Terroir
2. Houmeissa
3. Dounia
4. Bororo
5. Wassa
6. Takamba
7. Touareg
8. Baoura
9. Takamba (Remix)
10. Yeta Yeta

[lo trovi anche su Ondarock]

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