[Live Report] Lemonheads @ Locomotiv (Bologna) 24/02/2019

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E se la middle class bianca si trovasse, per la prima volta nella sua storia, priva di cantori all’altezza del suo disagio? E’ il singolare allarme che ho posto a una mia amica durante una discussione sulle più che mai incerte sorti del nuovo alternative rock chitarristico: con le giovani compagini indie da tempo sprofondate in un abisso di autoreferenziale giovanilismo citazionista, l’abominevole mito di una thug life rappeggiante a ridisegnare i confini del proibito a buon mercato e nuove, minacciose emergenze globali a monopolizzare il dibattito con la loro violenza bigger than life, la figura del songwriter complessato e paranoico rischia seriamente l’estinzione, laddove i ragazzi complessati e paranoici potrebbero aumentare in maniera vertiginosa. Tempi duri per gli autori benestanti, quelli che “non hanno problemi” e come tali prendono sonore sberle sia da destra che da sinistra: la criminalizzazione dell’intimismo è al suo massimo storico (situazione paradossale, nell’epoca del ripiegamento sul privato generalizzato), e la caccia alle streghe sta assumendo contorni feroci. Un problema magari poco sentito nel nostro paese, in cui l’iper-politicizzazione dell’arte ha impedito una reale celebrazione musicale dell’adolescenza (clamorosa eccezione potrebbero essere giusto i mai abbastanza citati Kina), ma drammatico negli Stati Uniti, dove quei castelli incantati che sono i college potrebbero non produrre più giullari, soccombendo anche loro alla ricattatoria “guilt of being white”.

Tra i massimi melodisti del nostro tempo, Evan Dando è l’aedo borghese per eccellenza: un Peter Pan autoindulgente senza essere petulante, che non ha bisogno di ostentare il portamento giovanile che gli è connaturato. La differenza, come sempre, la fanno le canzoni: pur abbeverandosi da quella stessa foga hardcore che fu carburante della sua generazione, l’orizzonte compositivo è la più nobile classicità rock, con un’abilità nel farla propria che ha incoraggiato lusinghieri paragoni col vate Alex Chilton. Autore rispettato ormai in ogni sede, ma all’occorrenza anche umile enciclopedista: dalla fama inattesa grazie alla cover punkeggiante di Mrs. Robinson al secondo capitolo appena scodellato di Varshons, un po’ il suo personalissimo Pin Ups, Dando si è dimostrato un juke-box umano all’altezza dei suoi modelli. Sembrerebbe il ritratto di uomo maturo e realizzato, ma il concerto che sto per raccontarvi ci consegnerà lo stesso, adorabile cazzone che ha fatto innamorare molti kids con le tasche piene di quattrini e la testa piena di patemi.

Dopo l’onesta apertura solitaria di Karl Larsson dei Last Days Of April (look younghiano ma repertorio lagnosetto di matrice Corgan-Gibbard) e un gradito dj set che sciorina la prima facciata di Perfect From Now On dei Built To Spill, il nostro eroe sale sul palco con l’aria di chi è stato appena buttato giù dal letto. Tanti i rimandi incastonati nel look, tutti coerenti: la maglietta dei Jerry’s Kids testimonia quanto deve essere stato difficile affermarsi nella durissima scena di Boston, dominata da un laido street punk che era implicita negazione del suo popcore innocente – mondo di cui si sente comunque parte con orgoglio; il berretto alla Elliott Smith pianta invece la bandierina su quello che è riuscito a diventare e che è tuttora, disastro umano meravigliosamente scarmigliato. A garantire una corretta novantitudine c’è poi nulla meno che Chris Brokaw, a dar manforte con la sua fida Jaguar. Portare in tour un disco di cover vuol dire dilatare a dismisura l’imprevedibilità del repertorio, e la curiosità per le scelte del leader non può che raddoppiare l’impazienza.

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SG panna a tracolla, Evan inizia da subito un sistematico autosabotaggio che proseguirà per l’intera esibizione, dando conto di una nevrotica insicurezza che i tanti anni sul palco non hanno affatto mitigato: setta al massimo l’overdrive e smanetta con l’amplificatore per gonfiare il già altissimo volume, come se volesse seppellire una voce che non deve mai essergli piaciuta. E ci riesce: il pigro jangle di Hospital è così sommerso dai feedback che si fatica a distinguerne la forma. Va meglio con la successiva Down About It, con il suo sapore inequivocabilmente limonesco e un solo melmoso quanto basta, ma Evan non vuole saperne di rigare dritto: si fa portare una bottiglia di whisky e ne trangugia un’abbondante sorsata, con un’avidità che non promette nulla di buono. Eppure The Turnpike Down rimane magnifica nella sua spaesata apatia e Great Big No fa anche meglio, incazzata come un refrain dei Replacements e con un bell’impianto corale. La concitazione è tale da fargli cadere il berretto, srotolando una montagna di liane su un volto segnato ma ancora fanciullesco. Durante tutti e due i brani il Nostro si ostina a pasticciare il pasticciabile: cerca di riaccordare lo strumento in corsa peggiorando solo le cose, oltre a proseguire l’assurdo gioco a rialzo dei volumi, che deve aver fatto disperare non poco i fonici.

Qualcuno inizia a mormorare, ma io sono sempre più dentro al suo sghembo mondo: l’autenticità dell’artista e dell’uomo è quasi commovente, anni luce distante dai format prevedibili e dallo sterile professionismo di troppi pallidi epigoni. Forse solo Mark Kozelek riesce a essere più snervante nell’esibire senza ritegno i propri tic, ma come nel suo caso il risultato suscita timoroso rispetto più che bolsa irritazione. I suoni sgraziati potrebbero essere gli stessi di un concerto d’epoca, ma lo spirito devastato e devastante è tutto suo. E allora via con una It’s A Shame About Ray sgangherata ma sentitissima, seguita dai malfermi sussurri hawaiani di Can’t Forget che potrebbero diventare un tutt’uno con il placido languore country di Speed Of The Sound Of Loneliness (Yo La Tengo e John Prine, rispettivamente, gli autori predati: che accoppiata da sogno!), non fosse che tra le due Evan attacca per sbaglio Rudderless, scusandosi con un filo d’imbarazzo. L’anti-inno arriva poco dopo, in una versione esausta che ben si sposa con la rassegnazione del testo e le prime file a intonare compatte il paradossale ritornello (“Hope in my past”). Già, ieri come oggi Evan rimane decisamente una “nave senza timone”. Abandoned di Lucinda Williams vive di quelle stesse vibrazioni sbilenche, con la chitarra solista slacker al punto giusto e un clima generale così ebbro da richiedere un altro cospicuo pieno di whisky, la cui assimilazione si riversa all’istante in una furibonda, supersonica Left For Dead.

Urge un pizzico di zucchero, e cosa chiedere di meglio, dopo i malumori appiccicosi di Tenderfoot (dal repertorio degli amati Smudge), di una cascata di Confetti, scagliati peraltro con insospettabile fedeltà filologica? “He’d rather be alone than pretend”: pochi versi potrebbero riassumere meglio la weltanschauung dandiana. La stessa dolcezza domina anche due perle dal dimenticato esordio solista Baby I’m Bored, eseguite una di fila all’altra: It Looks Like You e My Idea, la prima tutta sprofondata in uno stupore beatlesiano, la seconda più ruvida e con un finale massicciamente distorto. Si torna invece più sgraziati che mai tra una strascicatissima I Can’t Take It Anymore, omaggio tutt’altro che solenne all’idolo di sempre Gram Parsons, e My Drug Buddy, biascicata con la voce impastata di un vero junky in astinenza, anticipando in qualche modo la seconda parte del concerto: Evan molla la SG per una splendida Gibson acustica e inizia ad accordarla con enorme fatica, nonostante fosse palesemente già a posto, ottenendo l’unico risultato di scordarla…Uno spettatore ridacchia e lui, per tutta risposta, ingaggia con il malcapitato uno spassoso duello dylaniano (“Yeah, maybe tuning is funny…but these are the rules in the showbusiness”).

Esaurito il siparietto, snocciola due dense ballatone insieme al solo Brokaw: The Outdoor Type e Hard Drive, quest’ultima in parte cantata lontano dal microfono, con piglio rude da cowboy crepuscolare. Prima di concluderla ne combina un’altra delle sue: tenta un assolo di chitarra acustica ma, tanto per cambiare, non è convinto dell’accordatura, per cui inizia a trafficare con le meccaniche mentre canta e, per non dover staccare l’accordatore, riprende il solo amplificandolo direttamente con il microfono della voce. Nessuno ormai fa più caso alle sue bizzarrie, parte integrante di uno show in cui può accadere potenzialmente di tutto. L’intensità è alle stelle, e Evan capitalizza subito l’atmosfera con un set acustico solitario che somiglia a un allucinato flusso di coscienza, tanto scombiccherato quanto folgorante, aperto da un’inevitabile Hanna And Gabi che trafigge il cuore dei fan. E’ difficile capire se sia ultra-rilassato o ultra-teso, ma di sicuro tiene in pugno la scena come una mosca in un barattolo.

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Scherza con una spettatrice manco fosse al bar, ci invita a “chiudere gli occhi” e ci manda al tappeto una volta per tutte: con Nightime trova finalmente il coraggio di affrontare lo spettro chiltoniano implicito in ogni sua nota, e lo fa con una tenerezza tale da non far rimpiangere la pur siderale versione originale. Non so se ci siamo spiegati. Qualcuno vicino a me tira su col naso, e sfido a dargli torto. Alison’s Starting To Happen scombina le carte giusto il tempo di affondare la lama di Thrasher nelle nostre carni inermi, fischiettando l’ultima strofa con la grazia appannata che solo i veri loser sanno sfoderare. E’ inesatto sostenere che l’aria sia quella informale di un unplugged: sembra proprio di stare a casa sua, magari dopo una serata tra amici in cui si è alzato il gomito, cazzeggiando come se ci si conoscesse da sempre. Che meraviglia.

L’emozione è tanta che le pur mirabili Into Your Arms e Big Gay Heart passano quasi inosservate, anche perché quello che segue è nulla meno che sconvolgente: abbandonata la chitarra, Evan impugna minaccioso il microfono e, aggirandosi per il palco come un fantasma in pena, intona (si fa per dire…) una Gloomy Sunday a cappella da far gelare il sangue, per poi spaccare il microfono a terra e tentare di spezzare anche l’asta, reminiscenza punk dannatamente seria. Preda di una frenesia ormai fuori controllo, pur di sfogarla si siede alla batteria e inizia a ritmare un tempo ipnotico. Sembra la base di un pezzo che qualcun altro (noi?) dovrà riempire, o forse nella sua testa c’è già tutto il resto. Magari sta per prendere forma una nuova canzone…Anche in questi momenti di pura irrazionalità senza filtri non sembra di assistere ai capricci di una rockstar viziata, ma semmai alla lotta di un uomo che si è messo a nudo in tutta la sua toccante problematicità.

Forse preoccupati per la piega fuori di testa che sta assumendo lo show, gli altri tre si riaffacciano sulla ribalta per constatare i danni, ma proprio in quel momento va dietro le quinte Lui. I fonici ne approfittano per dare una sistemata mentre la band riprende posizione, seguita a stretto giro dal frontman che, in un imperscrutabile slancio esibizionista, ci rivela indirizzo e numero della sua stanza d’albergo, casomai volessimo passare a salutarlo…Si vede a pelle che ha esaurito la pazienza da dedicarci, e questi strani bis durano il tempo di due brani: il reggae parodistico di Unfamiliar e una Dawn Can’t Decide che più nervosa non si potrebbe. Non ha ancora toccato terra che l’angelo spettinato ha già abbandonato la nave, non prima di un’ultima strapazzata alla sua povera chitarra. Il dj set riparte e stavolta passa What’s Goes On: tutto torna, giusto così.
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Difficile giudicare in maniera asettica una serata così intensa e fuori dagli schemi, eppure all’uscita dal locale orecchio solo commentacci boriosi e un pelino cinici su qualsiasi aspetto della performance: la scaletta, il suono, la voce, la chitarra, la faccia, i vestiti, forse anche gli organi interni…Un anatomopatologo avrebbe avuto più tatto. Lascio volentieri simili considerazioni a questi campioni di arroganza, che forse avrebbero dovuto documentarsi meglio sul personaggio: puoi forse aspettarti uno spettacolino pulito e ordinato da un dramma su due gambe? Tutto troppo vero e proprio per questo fastidioso, evidentemente: il disagio è vostro, non suo. Me ne torno a casa tenendomi stretto ogni secondo della preziosissima esperienza a cui ho assistito, che credo mi porterò dentro per un bel pezzo.

Setlist
1. Hospital
2. Down About It
3. The Turnpike Down
4. Great Big No
5. It’s A Shame About Ray
6. Can’t Forget [Yo La Tengo cover]
7. The Speed Of The Sound Of Loneliness [John Prine cover]
8. Rudderless
9. Abandoned [Lucinda Williams cover]
10. Left For Dead
11. Tenderfoot [Smudge cover]
12. Confetti
13. It Looks Like You
14. My Idea
15. I Just Can’t Take It Anymore [Gram Parsons cover]
16. My Drug Buddy
17. The Outdoor Type [Smudge cover]
18. Hard Drive
19. Hannah And Gabi
20. Nightime [Big Star cover]
21. Allison’s Starting To Happen
22. Thrasher [Neil Young cover]
23. Into Your Arms
24. Big Gay Heart
25. Gloomy Sunday [Rezso Seress cover]
26. (drum solo)
27. Unfamiliar [The GiveGoods cover]
28. Dawn Can’t Decide

[lo trovi anche su Ondarock]

2 pensieri su “[Live Report] Lemonheads @ Locomotiv (Bologna) 24/02/2019

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