[Live Report] Joe Jackson @ Teatro Manzoni (Bologna) 21/03/2019

JOE JACKSON

Beh sì, folle lo è sempre stato: come definire altrimenti un tizio che inizia la carriera camuffandosi tra i punk per poi gettare una, dieci, cento maschere e ritrovarsi con un posto d’onore nella tribuna degli autori più sofisticati del secolo? Il trasformismo di Joe Jackson è pari solo alla sua infallibilità melodica e arrangiativa, confermata all’ennesima potenza da questo irresistibile Fool: l’energia pub-rock dei primissimi anni amalgamata al gusto jazzato della consacrazione critica, con il solito wit surreale e impertinente a menar le danze. Uno strepitoso sunto di quarant’anni di grande musica condensato in poco più di mezz’ora (altro che le tracklist interminabili di tanti imbarazzanti parvenue: ci vuole la materia prima buona, per spadellare un piatto veloce!). Cosa chiedere di meglio? Forse giusto un concerto che liberi le stesse vibrazioni, e si può star sicuri che lo otterremo.

Quando vieni accolto da un djset rock’n’roll e sul palco intravedi solo quattro strumenti non puoi sbagliarti: sarà una serata senza fronzoli, di quelle in cui ti diverti anche rimanendo seduto in poltrona. Tastiere, chitarra, basso, batteria: è il copyright della Joe Jackson Band, con in formazione il bassista originale Graham Maby più il chitarrista Teddy Kumpel e il batterista Doug Yowell. Al gremitissimo Manzoni badano al sodo: niente menate su divieti fotografici che tutti ignoreranno e nessuno farà rispettare, godetevi il concerto e noi siamo a posto così.

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Un ipnotico pattern di batteria registrata accompagna l’ingresso in scena dei musicisti, che si dispongono una alla volta iniziando mano a mano a suonare: la batteria, il basso, la chitarra e infine, ovviamente, Lui, un po’ appesantito ma sempre splendido. Anche il look dei quattro sembra omaggiare le divise finto-eleganti degli esordi, ribadendo la gustosa volontà “back to basics”. Alchemy, però, appartiene più al Joe adulto: una languida ballatona dal sapore orientaleggiante, sviscerata dall’agile pianismo del leader e impreziosita da un porno-assolo di chitarra. Una sigla di apertura che è un’autentica lezione di stile, non c’è che dire: peccato solo per i volumi non ancora del tutto bilanciati, che penalizzano la delicatissima performance vocale. Molto belli invece i giochi di luce, che forniranno un’accattivante caratterizzazione cromatica a una scaletta già di per sé coloratissima.

E’ semmai One More Time a sobbarcarsi il compito di “riportare tutto a casa”: guidata dalla scattante Mustang dorata di Kumpel, è tutto un rincorrersi di stacchi mozzafiato e cori strillati nei microfoni, con una coda in crescendo da ribaltarci dalle sedie. Al contrario, l’anthem Is She Really Going Out With Him? inizia in punta di piedi, quasi sfottendo l’inevitabile scalpitio del pubblico, ma termina in maniera ugualmente travolgente. Queste canzoni scatenate e ironiche, da “good old school days”, sfoderano ancora una freschezza che molti epigoni pagherebbero a peso d’oro, ma non sfioreranno neppure nei loro sogni.

“I like the alchemic concept: turning shit into gold”, sentenzia il sempre frizzantissimo Joe, anticipandoci che stasera ascolteremo brani pescati in quarant’anni di carriera e che il prossimo viene dritto dritto dal 1982: oggi come allora, Another World è una cascata di effervescenti umori percussivi, arricchita per l’occasione da un pregevolissimo solo di basso. Anche quando ricorrono a questi espedienti pseudo-fusion, il tono generale si mantiene così sornione che la leziosità è bandita senza bisogno di guardie sul confine. E se i classici sono usato sicuro, il nuovo repertorio non sfigura per nulla: Fabulously Absolute è birichina e sfrontata manco fosse uscita da Look Sharp!, con il suo ritornello a presa rapida e il ponte pestone, ma lo spigliato riff di synth ci ricorda che prodigioso ammaestratore di suoni sia il protagonista. “I use the word Fool in a shakespearean way, not in the sense of ‘stupido’ or ‘buffone'”, e anche la prossima canzone, che parla di “sentirsi smarriti”, mira da quelle parti: Strange Land è forse la mia preferita dal magnifico ultimo album, una delizia nippo-wave da far invidia ai Japan, anche se il torrenziale exploit pianistico è tutta farina del suo sacco.

Che siamo di fronte a un brano memorabile ce lo riprova il fatto che a spazzarlo via non basta una Real Men pur trionfale, tra impennate alla Van Der Graaf Generator e un ponte classicheggiante da insegnare nelle scuole. E se “Night And Day” fosse stata per davvero l’opera più perfetta dei sofisti-eighties? Non che nel decennio successivo Joe si sia fatto valere meno: Stranger Than Fiction è jacksoniana al 100% (ma anche un po’ costelliana, ora che ci penso) e scintillante nei suoi panni quasi Aor, ribaltati di segno da un lancinante solo di hammond. Dallo stesso disco anche Drowning, ovvero “a song about a boy stuck in a traffic jam”: se sul musicista si è detto di tutto e di più, prima o poi bisognerà elogiare adeguatamente anche le ineguagliabili doti del narratore. E vogliamo parlare di come se la cava con i brani altrui? La beatlesiana Rain (scelta, ci informa, perché non aveva composto una title track per l’album omonimo…) è davvero una pioggia di increspature raga e diventa quasi un brano degli Stone Roses tanto è caleidoscopica: eppure, il tocco nel sagomarla è, ancora una volta, inequivocabilmente suo.

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Tra un piano da colonna sonora, un arpeggio fine come una tela e una rullata che pare un origami, una Citizen Sane stirata in falsetto finisce col ricordare addirittura i Genesis più pop, mentre la quasi-glam Dave (“a nostalgic song about my hometown, a place where everybody is called Dave, and Dave maybe is happier than me”) è un’altra perlina assoluta da Fool, la cui canzone omonima è invece un prodigioso saggio di onnivorismo: strofa celtica, ritornello sixties, intarsi di sitar, bridge caraibico…Quanti altri compositori riescono a essere così estrosi e godibili alla stesso tempo, per poi tornare rigorosissimi come nel reggae di Sunday Papers, con tanto di assolo di melodica? Ed è inattaccabile come una fortezza pure King Of The World, sentito tributo agli Steely Dan dedicata al compianto Walter Becker, resa schiumosa a suon di strofinate wah wah à-la Shaft Theme e poi risciacquata da stacchi di una precisione omicida. Ho sempre assimilato Jackson e Fagen nella loro sovrumana statura di “jazz-poppers”, e sarà per questo che l’omaggio mi sembra del tutto logico, oltre che emozionante.

Ci si mantiene in volo in un tersissimo cielo cool con l’evergreen You Can’t Get What You Want (che mi ha sempre ricordato certe cose dei Chicago), mentre Ode To Joy diventa un pretesto per sfogarsi in tutte le direzioni: stelle filanti di organo e chitarra, drum solo sudamericaneggiante (sabotato, però, dalle percussioni elettroniche che Joe si diverte a scagliare dalla tastiera), poi lunghissimo stacco silenzioso in cui si tramutano in autentiche statue di cera, da cui riattaccano al quadruplo della potenza. Dopo tanto virtuosismo, uno sfogo più terra-terra: tra i primissimi cavalli di battaglia del repertorio, I’m The Man rimane quanto di più punk il Nostro abbia mai scodellato, e squisitamente punk sono anche quel ponte di puro delirio e l’adorabile strafottenza con cui Joe abbandona la scena a pezzo ancora in corso, seguito poco dopo dai fidi compari. Durante la pausa, i tecnici sistemano sul palco due nuovi strumenti, segnale che bolle in pentola una sorpresa.

Troppo autoironico per farci desiderare dei bis che è il primo a voler suonare, torna sulla ribalta con tra le mani uno strano esemplare di archeologia elettronica: una meravigliosa drum machine d’antan (“old, but still working…like us!”), mentre Kumpel si piazza a una seconda tastiera e Maby al glockenspiel (“And I’ll play the trombone”, scherza il frontman). “I often change my songs, because it’s just fine, but now I wanna try something really radical: playing a song in which I played all instruments myself, and playing it exactly the same”: e sfido chiunque a smentire che Steppin’ Out non sia, per l’appunto, identica all’originale. Dopo la patafisica, il rumore bianco: un portento supersonico, Got The Time, con un divertente intermezzo percussivo (Joe alle maracas, Maby al campanaccio, Kumpel alla clave) in cui srotolare le presentazioni di rito. Come a firmare la perfetta architettura dello show, ci salutano riprendendo il brano iniziale, ma con un escamotage alla Kraftwerk: prima dell’ultima strofa Joe stacca le mani dalla tastiera ma il piano prosegue lo stesso, mentre lui se ne va con l’aria afflitta di un clown incompreso. Si ripete all’inverso il copione, e alla fine rimaniamo di nuovo in compagnia dello stesso loop di batteria, durante il quale Joe si riaffaccia per un ultimo saluto, sommerso da applausi che più meritati non si potrebbero.

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Se nessuno ha mai potuto metterne in discussione classe e professionalità, a 64 anni Joe Jackson si dimostra ancora un intrattenitore a orologeria, perfettamente a suo agio anche nei siparietti stile Las Vegas tra un pezzo e l’altro, e con delle corde vocali in forma smagliante. E quel che è più importante, per dirla con Paul Simon, “still crazy after all these years”.

Setlist
1. Intro/Alchemy
2. One More Time
3. Is She Really Going Out With Him?
4. Another World
5. Fabulously Absolute
6. Strange Land
7. Real Men
8. Stranger Than Fiction
9. Drowning
10. Rain [Beatles cover]
11. Citizen Sane
12. Dave
13. Fool
14. Sunday Papers
15. King Of The World [Steely Dan cover]
16. You Can’t Get What You Want (Till You Know What You Want)
17. Ode To Joy
18. I’m The Man

Encore
19. Steppin’ Out
20. Got The Time
21. Alchemy (reprise)

[lo trovi anche su Ondarock]

4 pensieri su “[Live Report] Joe Jackson @ Teatro Manzoni (Bologna) 21/03/2019

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