[Live Report] Jessica Pratt @ Covo Club (Bologna) 05/04/2019

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“Coraggio”: ci si riempie spesso la bocca con questa parolona impegnativa, quando si parla di arte in generale e di musica in particolare. Lo si richiede ai musicisti, al pubblico, alle case discografiche, ai critici. Ma cosa può voler dire essere coraggiosi, in un’epoca in cui tutto è sdoganato e nessuno si stupisce più di nulla? A parere di chi scrive, un album come Quiet Signs è più che spericolato nel fuggire tutto quanto faccia tendenza, a partire dall’eloquente titolo: appena 27 minuti di mesmeriche confessioni acustiche tra il sogno e la veglia, una sauna in cui ripulirsi della violenza pubblicitaria che permea qualsiasi atto pubblico. Il fatto che un disco con così poco hype stia riscuotendo tanto consenso è la prova che, di questi tempi, operazioni simili siano le vere voci fuori dal coro. Con il suo folk umbratile e rarefatto, Jessica Pratt si appresta a raccogliere il testimone del miglior cantautorato elfico: Linda Perhacs, Vashti Bunyan, Anne Briggs, tanto per citare le più eminenti. Se i due dischi precedenti ne avevano decretato la classe sopraffina, la sua consacrazione è ora sigillata, e questa prima epifania italiana ne confermerà a pieni voti l’aliena statura.

Il timore, in una serata del genere, è che l’immancabile chiacchiericcio del pubblico possa violare una personalità così diafana: tuttavia, la sala ammutolisce di scatto alla comparsa dell’elegantissimo folletto, accompagnato da un inatteso tastierista. Ci saluta con un flebile “hello” e attacca subito Wrong Hand, acquerellata da un discreto mellotron. Com’era prevedibile, non siamo esattamente di fronte a una bestia da palcoscenico: appollaiata sul suo trespolo a vari metri dal pubblico, quasi rintanata nella perenne luce bluastra del Covo, pare volersi nascondere da tutti quei volti incuriositi. La stessa presenza del sodale, i cui misurati interventi costituiranno un abbellimento opportuno quanto superfluo, sembra essere motivata dal bisogno di una presenza amica più che da una reale necessità musicale, come se non se la sentisse di occupare la ribalta da sola: per chi c’era, la stessa sensazione la provai due anni fa al primo concerto bolognese di Julia Holter, configurato in maniera simile – e, per la cronaca, anch’esso splendido. Questa estrema timidezza, però, non inficia in alcun modo la bontà della performance: tocco chitarristico impeccabile e voce sicura nella sua evanescenza, Jessica si trasforma in un’altra creatura appena si avvicina al microfono, e non sbaglierà mezza nota in tutto il concerto.

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Dopo una Greycedes in cui, tra tintinnanti tocchi di celesta, quasi duetta con se stessa, il flauto svolazzante di Poly Blue inizia a scoccare le frecce dall’ultima faretra, proseguendo con la pianistica Opening Night e i suoi profondi vocalizzi. Meno ipnotica As The World Turns, che procede invece per minuscoli strappi, come se cercasse la via a tentoni nel buio; prima di iniziare si schiarisce leggermente la voce, rarissima manifestazione umana di questa entità tra l’aristocratico e il bambinesco. E Here My Love, in qualche modo, è proprio un compromesso tra le due anime: una melodia da nursery rhyme da una parte, un sussiegoso pianismo dall’altra. Sono brandelli di un’intimità così nuda da mettere a disagio, come se la rubassimo attraverso una serratura.

Tanto è drammatica Crossing, con il suo sapore quasi medievaleggiante, tanto è pacata This Time Around, forse la sua nenia più ineccepibile, nonostante gli archi glaciali a insidiarne l’incedere da carillon. Dal canto suo, Silent Song è esattamente ciò che promette di essere: una meditazione racchiusa tra due invisibili parentesi di carta velina, così esile che si sente il bisogno di proteggerla. Queste canzoni fatte di niente paiono a malapena esistere, eppure (o forse proprio per questo) la loro potenza evocativa è sconfinata. Appena più terrena Moon Dude, preceduta da una imperscrutabile segnalazione al mixerista e intarsiata da una spinetta fuori dal tempo, mentre il fingerpicking lunare di Oyola dura così poco che quasi non riusciamo ad afferrarlo. Veleggiamo ormai così a largo da non sentirne il bisogno, ma due paroline ce le siamo meritate e saranno deliziose quanto la musica: “Thanks for being so lovely”. Una solitaria Titles Under Pressure, unica concessione dall’esordio, chiude magnificamente questi tre quarti d’ora di pura magia.

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A contraddire la sua natura schiva, Jessica si affaccia fuori appena il grosso del pubblico ha iniziato a transumare, autografando qualche disco ai volenterosi rimasti ad aspettarla. Sbircio la sua firma, le somiglia molto: le sue iniziali fuse in una sorta di stemma antico, solenne senza essere arzigogolato. Io mi limito a stringerle la mano, che pare di una consistenza immateriale. Provo a dire due parole ma mi perdo nei suoi occhioni assenti e un po’ tristi: meglio tacere.

Difficile individuare pecche in una serata senza una sbavatura, anche grazie a un suono inappuntabile. Poco da dire: siamo al cospetto di una fuoriclasse, da cui aspettarsi altre grandi cose. Un lago di delicatezza, mosso dal giusto vento, diventa una fortezza inespugnabile. Me ne vado con una strana sensazione addosso: con che diritto ho profanato tanta bellezza?

Setlist
1. Wrong Hand
2. Greycedes
3. Poly Blue
4. Opening Night
5. As The World Turns
6. Here My Love
7. Crossing
8. This Time Around
9. Silent Song
10. Moon Dude
11. Oyola
12. Titles Under Pressure

[lo trovi anche su Ondarock]

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