[Ascolti_Soundtrack] Silvano D’Auria – La Mano Lunga Del Padrino (Four Flies, 1972/2019)

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Bonomi mi contattò per una richiesta piuttosto insolita: scrivere le musiche di un film non ancora terminato, intitolato Sortilegio. Me lo raccontò a voce e mi fece vedere qualche scena: me ne ricordo una in cui comparivano donne nude e uomini mascherati su una scalinata, un’altra in cui Marco Ferreri spiava la moglie da dietro gli alberi. Un film davvero molto strano, per il quale composi praticamente alla cieca. La registrazione andò a buon fine, ma il film si arenò definitivamente e non ne seppi più nulla. Non uscirono mai né il film né la colonna sonora

Beh sì, come richiesta è decisamente insolita. Non che il Maestro fosse disabituato a destreggiarsi tra le stravaganze altrui: la lunga gavetta jazzistica e il salto oltre la barricata come assistente musicale alla RCA Italia lo avevano già attrezzato per situazioni al limite del paradosso (provateci voi a gestire dalla console un Piero Ciampi già al decimo Campari). Tuttavia, scrivere le musiche per un film inesistente poneva l’asticella un paio di passi più in là.
Già, perché Sortilegio, di fatto, è un non-film. Lo stesso coinvolgimento di D’Auria, d’altronde, muove da un antefatto lacunoso: fu interpellato dal regista nel 1974, a ben quattro anni dall’ipotetica conclusione delle riprese. Il mistero che lo avvolge è pari solo a quello di Maldoror di Alberto Cavallone e, come in quel caso, a nulla sono valse le ricerche degli infaticabili segugi di Nocturno, ormai rassegnati a bollare il secondo e ultimo film di Nardo Bonomi come irreperibile lost movie del cinema di genere italiano.

Un fato meno arcigno ha arriso al patito di colonne sonore d’annata Pierpaolo De Sanctis, boss della Four Flies Records, tra le rare reissue label capaci di mettere d’accordo cinefili e musicofili. Rovistando alla ricerca di reperti appetibili, si è imbattuto in un frammento del commento musicale e, dopo averne contattato l’autore, nel 2016 è riuscito a riportarlo alla luce per intero. Oltre alla sceneggiatura di Brunello Rondi (ispirata, a suo dire, dalle “Memorie” del garbato Aleister Crowley) e a qualche foto di scena, quelle note costituiscono gli unici tasselli di un mosaico destinato a rimanere incompleto, confermando però quanto era già evidente: quel film, un horror esoterico dalle marcate implicazioni psicanalitiche, era davvero molto, molto strano (e a occhio e croce, più che a Rosemary’s Baby da cui trarrebbe le mosse, sembrerebbe una premonizione del cult di Roger Watkins Last House On Dead End Street.
Facendo di necessità virtù, l’eclettico pianista ascolano ha trasformato il suo legittimo spaesamento in una partitura infestata da spiriti quantomai biechi, puntellata dalle grasse chitarre fuzz di Silvano Chimenti e dai penetranti vocalizzi del quartetto vocale Baba Yaga. Ora trasognata e psichedelica, ora tirata e funkeggiante, sempre baciata da un felice tocco progressivo (a tratti nei dintorni dei Black Widow), restituisce senza bisogno di immagini il senso di orrore e minaccia che la pellicola voleva evocare. Una delle colonne sonore più ipnotiche e conturbanti che il nostro cinema (non) abbia mai osato, né più né meno.

La collaborazione tra Bonomi e D’Auria, in ogni caso, era già approdata ad esiti meno travagliati con La Mano Lunga Del Padrino (1972, appena vinilizzato per la prima volta dalla stessa Four Flies), ipercinetico noir con Adolfo Celi e Peter Lee Lawrence. Se il film non ha scompaginato la storia del cinema (pur presentando più di una pennellata originale, specie nell’inusuale ambientazione mediorientale e nell’angoscioso finale aperto), le musiche confermano l’ineffabile talento del compositore, perfettamente a suo agio tanto in folate di vento morriconiane (con Alessandro Alessandroni e Edda Dell’Orso a imprimere l’inconfondibile marchio della scuderia spaghettata), quanto in esotismi lounge in odor della trinità Umiliani-Piccioni-Ortolani, con un frizzante sapore spy a pepare il tutto. Meno frastornante rispetto all’inarrivabile capolavoro, non sfigura per nulla a fianco di tanti altri prodotti più blasonati. Nota di colore: il film in origine doveva intitolarsi “Raffica”, dal soprannome del protagonista, ma la produzione decise di rinominarlo per cavalcare l’onda dell’appena licenziato “Il Padrino”.
Dopo la disastrosa esperienza, D’Auria lascerà perdere il cinema per concentrarsi sul suo stellare percorso di deus ex machina musicale, prima proseguendo la scalata all’interno dell’RCA, poi diventando direttore artistico della Numero Uno e infine avviando una propria casa di produzione, senza mai trascurare l’amore giovanile per il pianoforte jazz: una carriera di quelle che non si ottengono nemmeno con un sortilegio

Tracklist
1. Raffica – M1 – Titoli
2. Raffica – Seq. 1 – Suspense Psichedelica
3. Fuga In La Minore (scat)
4. Sabina
5. Porto Cammelli
6. Raffica – Seq. 3 – Hammond Bossa
7. Streap
8. Raffica – Seq. 4 – Strong Beat
9. Raffica – M45 – Beat Psichedelico
10. Raffica – M9 – Giallo Bossa
11. Raffica – Seq. 5 – Suspense
12. Sabina #2
13. Largo Triste
14. Mare
15. Sabina #3

[lo trovi anche su Ondarock]

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