[Creazioni] ASAP

Qualche anno fa un amico musicista mi invitò a scrivere un testo che, opportunamente ricucito, sarebbe finito nell’artwork del suo album in uscita. Mi diede un’unica indicazione: tra le righe si doveva respirare l’espressione “as soon as possible”, pur senza menzionarla esplicitamente. Alla fine non se ne fece nulla e la paginetta (un’amara riflessione post-amorosa dopo una serata di eccessi) rimase spiaggiata in un cassetto: perché, dunque, non portarla alla luce?

in sostanza è stata l’ennesima occasione sprecata, il che non è necessariamente un male.
della situazione in sé me ne fregava e me ne frega ancora poco, mi rammarico giusto di non aver potuto verificare la fondatezza di una fantasia che avevo foraggiato per così tanto tempo. non che sia particolarmente interessato a comprovare a tutti i costi la consistenza dei miei voli pindarici: l’esaltazione e la delusione mi spaventano quasi allo stesso modo.
poi certo, l’irripetibilità dell’evento, il fatto che forse non ci incontreremo mai più, colora il tutto di una sfumatura languida, che però non ha nulla di romantico, mi sembra solo sciocca e un po’ triste, sarà anche per quella pioggia scrosciante che faceva tanto cliché disperato.
ad essere realmente tragiche forse sono solo le modalità in cui ho messo in scena il mio turbamento: quell’accanimento feroce contro me stesso e quella violenta leggerezza verso gli altri sono la quintessenza dello sbandamento gratuito, e il riconoscerne la voraginosa banalità aggiunge sconforto.
una sola certezza, uno dei pochi flash nitidi che il buco nero ha voluto risparmiare, poco compassionevole come tutti i buchi neri: in quell’occhiata traboccante di commiserazione (o di disprezzo?) ho intravisto la mia definitiva capitolazione. il punto è che la lugubre visione non mi ha incentivato a riprendere in mano il discorso, magari con maggiore consapevolezza: mi ha
annichilito e basta. bella fregatura.
ma d’altronde, te ne fotte forse qualcosa?
 per un po’ dovrò accettare la persecuzione di quello sguardo inutilmente tridimensionale: sognante, ma nell’accezione più spensierata e meno sperduta del termine, nessun altrove vagheggiato, 
ingenuo fino alla superficialità; eppure penetrante, indagatore, ma anche qui in maniera quasi stupida, infantile.
non c’è davvero nulla di profondo in te, questa è la verità.
 che tu ti piaccia è evidente, l’unica cosa su cui non posso darti torto: lo dimostrano non tanto gli esibizionismi a cui ti presti quanto l’immaginario truculento in cui ti ostini ad ammantarli, che anziché sconfessarne l’autocompiacimento lo smascherano in tutta la sua tenue velleità.
l’unica cosa che mi impensierisce è questo mio pedissequo impantanarmi nelle stesse paludi, incompatibili col nodo di disgusto che, giusto venerdì sera, stava per suggellare una svolta nel mio odi et amo con certe sostanze logoranti, costose ma altamente cinematografiche. nulla di cui vantarsi, c’è poco da fare i loser incorreggibili: attardarsi in certi rituali avendo ben presenti le catastrofi che si portano dietro è solo idiota. e io non ho più diciott’anni.
ma forse, tanto per cambiare, la sto facendo troppo lunga: ed ecco che fanno capolino i soliti due versi di Sad Song ad assistermi, rassegnati ma con una punta di rancore che non guasta.
sì, sarà il caso di dare un taglio netto a questo arrancare controproducente, e alla svelta: basta vaneggiamenti decolorati, e stop anche a quel nichilismo a buon mercato più pestilenziale dei malesseri che vorrebbe neutralizzare, due facce della medesima indolenza/indulgenza tardo-adolescenziale.
lo stesso motivo per cui, pur avendone il coraggio, non verrò a strillarti queste stronzate sotto casa, anche perché i soldi per venire a Milano li ho bruciati l’altra sera, mentre tutto si appannava tranne quel turbine di fuoco che ti sventolava in testa come una corona di lame ancora calde di forgia.
urge una riforma draconiana del mio stare al mondo e del mio convivere con me stesso, i due più ingombranti ostacoli davanti alla mia serenità. non ci credo più nemmeno io, ma enunciarlo non mi costa nulla.
in fin dei conti, questo stato di cose non sono stato io a crearlo, ma i miei antidoti li ho proposti lo stesso, e non sono serviti a nulla: che colpa posso averne?
di sicuro mi sono rotto il cazzo di lanciarmi in lodi sperticate di gruppi mediocri e derivativi solo perché voglio scoparmi qualcuno dei componenti, inizio a farmi pena da solo.
nel frattempo, sarà bene farsi una doccia strategica, così almeno posso sognare un’ultima volta di bere dai tuoi capelli fradici mentre il resto dell’universo ci annega dentro.

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