[Ascolti] Liturgy – H.A.Q.Q. (YLYLCYN, 2019)

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Quanti avrebbero scommesso che una sbobba indigesta come il black metal potesse diventare spezia tra le più apprezzate nella gastronomia musicale? Quella che sembrava una baracconata buona giusto per qualche morboso cronista di nera, da circoscrivere a reietti alienati in terre fredde e buie, è oggi un lessico diffuso in ogni angolo del globo nonché in costante evoluzione. Il segreto sta proprio nella sua natura contraddittoria: estrema e senza compromessi da un lato, curiosa e aperta alla contaminazione dall’altro. Chiunque voglia ragionare sui destini della musica contemporanea non può non fare i conti con un genere che, da più di trent’anni, combatte in prima linea nell’arena dell’innovazione senza remore.

Sussistono pochi dubbi sulla statura artistica di Hunter Hunt-Hendrix, tra i più radicali intellettuali del rock contemporaneo, sulla scorta di sperimentatori tormentati come Justin Broadrick o Trent Reznor. Mentre il suo intricatissimo sistema filosofico si fa sempre più strutturato e inquietante, la sua musica continua a dimenarsi in ogni direzione, con spasmi così mostruosi da annichilire anche il più navigato degli ascoltatori. Rilasciato a sorpresa lo scorso novembre, H.A.Q.Q. si pone sin dalle prime battute come schizoide summa del suo onnivoro ingegno, punto di arrivo di un art-avant-metal ormai a un passo dalla musica colta, come forse solo Igorrr (e, più alla lontana, Tom Gabriel Fischer) è riuscito a fare.

A quattro anni dal clamoroso spartiacque di The Ark Work e a tre dal lancio del side project elettronico Kel Valhaal con New Introductory Lectures on the System of Transcendental Qabala, forte di una sezione ritmica nuova di zecca, HHH non intende indugiare oltre nel palesare quella che definisce la propria “visione marxista e psicanalitica di Dio”, nonché “una lotta rabbiosa su temi come la salute mentale, la sessualità e la religione” (per approfondire queste e altre teorie non possiamo che rimandarvi al suo famigerato “Trascendental Black Metal Manifesto”). Entra in scena a gamba tesa, con il titolo che è un acronimo per “Haelegen Above Quality and Quantity” (ma gioca anche con il termine arabo “Haqq”, uno dei novantanove nomi di Allah, traducibile con “Verità”) e la copertina a riepilogare i punti salienti della sua imperscrutabile weltanschauung, raggrumata nei macro-blocchi “Assiologia” – “Metafisica” – Cosmogonia” – “Escatologia”: giusto Sun Ra era arrivato ad elaborare un belief system altrettanto denso. E se tutto ciò vi dovesse disorientare, aspettate di premere play…

E’ un’autentica tempesta speedcore a trascinarci dentro “HAJJ”, versione accelerata di Mekanïk Destruktïw Kommandöh in cui il disumano scream di Hunter annega in una piena torrenziale che travolge pure pianoforte, ryteki, hichiriki e cori esoterici, cambiando umore con ciclotimica volubilità: è il prog del futuro, più imparentato con un reparto psichiatrico che con una favola pastello. Una cinica manipolazione elettronica dirotta anche l’interlocutorio bozzetto di “EXACO I”, due minuti e mezzo di martellare pianistico, quasi un Wim Mertens in versione digital hardcore. Se nulla si salva dalla deflorazione in VERGINITY (di sicuro non quell’arpa trapanata a sangue da una chitarra supersonica), PASAQALIA tocca vette di maestà classicheggiante nella sua ascesi di archi, vibrafono e glockenspiel, mentre lo sdrucciolevole scampanellio di EXACO II si concede il lusso di tirare in ballo addirittura Ligeti (che in questo caso, tuttavia, tutto suona men che “mesto, rigido e cerimoniale”).

Ma è arrivati a GOD OF LOVE che l’Hendrix-pensiero può dispiegarsi in tutta la sua aberrante magnificenza: intro orchestrale cinematico, blast beat da orda di orchi, algebrico contrappunto math, sospiri blackgaze alla Alcest, in un crescendo malinconico da stalattiti lacrimali. Di fronte a brani simili non è inopportuno scomodare la categoria dell’incredulità. EXACO III torna ad avventarsi su Ligeti (ma anche su Chopin) laddove la title track sradica un organo giocattolo con una belluina onda d’urto napalmeggiante, rischiarata in una coda per piano e campane che sfuma in quattro, afasici puntini di sospensione, l’unico commento che può rilasciare un sopravvissuto a una strage e l’unica traccia semiotica a persistere nella nostra mente elettroconvulsa, spegnendosi in un avviluppante tumore chitarristico.

Tripudio di rime interne in perenne dissonanza cognitiva, H.A.Q.Q. è la difforme consacrazione del massimo outsider metallico vivente, un manifesto di genialità visionaria e uno dei dischi dell’anno.

Tracklist
1. HAJJ
2. EXACO I
3. VIRGINITY
4. PASAQALIA
5. EXACO II
6. GOD OF LOVE
7. EXACO III
8. HAQQ
9. . . . .

[lo trovi anche su Ondarock]

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