[Ascolti_Pietre Miliari] John Cale – Music For A New Society (ZE/Island, 1982)

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Un persistente sentore di morte.

Un decennio finito prima di iniziare. Le Nuove Onde sempre più stanche. I cyber-amanti di “Crash” sulla Torre di Babele.

Tracollo. Tabula rasa.

Bianco panna, il colore dei pomeriggi irrisolti. Pupille aliene affacciate da un negativo. Il nome pennellato al centro, bello grande: l’unica certezza rimasta. Non si torna indietro.

Una stanza spoglia. Un piano elettrico, un sintetizzatore, una chitarra acustica. No, niente viola. Mai più Musica Eterna. Via gli Angeli Neri e i Figli Europei. Niente Tirapiedi, Cavalli e Spiagge Deserte. Tanti saluti alle Chiese di Antrace, alle Accademie in Pericolo, a Parigi. La Paura sì, quella rimane. Tempi nuovi, canzoni nuove. Canzoni per la fine delle canzoni.

Canzoni, ma pochi ritornelli. Frammenti di discorsi, aloni di volti accavallati. Echi di storie e di Storia. Messaggi d’amore e timore. Melodie abortite, strumenti a guinzaglio lento: post-rock pre-investitura, ma già oltre. L’unica musica possibile, nel cono d’ombra schivato/schifato dal sole morente. Musica per i sopravvissuti, dall’ultimo laboratorio rimasto in piedi.

Musica-profezia. Oscura (= ermetica, ≠ torva). Destrutturata, prosciugata. Opprimente, impotente. Consolante, pacificante. Commovente. Epica. Una sonda spaziale in cui immagazzinare la memoria residua, già irrimediabilmente compromessa. Macellare per poter tornare a divorare.

Formazione a 10, il solo numero pari del lotto.

Una mano calda nella notte gelida. Cercare vita nei timbri più artefatti: un nuovo umanesimo. Sapore di phaser e palm muting, miraggi di slide guitar e autoharp. Quarto Potere e Il Grande Quaderno. Gli uomini in uniforme salutano e sorridono, la madre si sforza di nascondere le lacrime. Tutto brucia, anche l’aria. I bambini rimarranno, lei non tornerà. Non finisce né bene né male: non finisce, anzi forse non è mai iniziata.

Industrial da camera. Più ci stanchiamo dei nostri amici, più mitizziamo i ricordi condivisi con loro. Badiamo al buio piuttosto che alla luce dentro quegli occhi: occhi che non dicono nulla, come ferite dell’immaginazione. Pianti e risate. Le scogliere del Galles scolpite dalle cornamuse. Scott Walker prende nota.

Una nota di tuba e finalmente l’epifania percussiva. Piano preparato, organo da cattedrale, chitarra flamenco. Aveva paura, si vergognava. Un coro di angeli sputava gloria sulla polvere di stelle del suo fallimento. Finestre chiuse, ostetriche ignare. Un matrimonio in una tomba, la ricerca del fiume prosegue. Un forte, duro, adorabile mondo in cui morire, magari sulle note di Nino Rota.

Bordoni e colpetti. Martin Rev e Vini Reilly. Se fossi ancora qui ti urlerei nelle orecchie. Ti strapperei la paura di dosso in mille stelle filanti. Ti farei assaporare il vento. Apriresti la bocca alla vita, se fossi ancora qui.

Ballatona (vecchia). Sì, di quelle che si aprono e si concludono allo stesso modo. Più o meno. Non c’è niente da guadagnare e niente da perdere, ma le cose non sono uguali. Sento ancora la tua voce di notte, quando spengo la luce. Rullo di tamburi, la fucilazione è servita. Ma non preoccuparti, saprò badare a me stesso.

Nebbia orrorifica. Sentiva tutto quello che le accadeva intorno, come un uccello rotto. La sua felicità svanì al crepuscolo. Il pesce e l’airone. Le stelle brillano anche su di te. Valzer per clavicembalo e scie sintetiche. Wendy Carlos e John Carpenter.

12 corde anemica, orchestra dissanguata, inflessioni dylaniane. Era una principessa esperta di niente che parlava di cose che non importavano, e infatti non la ascoltavano. Avremmo perso tutto se non fosse stato per Richelieu e i suoi cortigiani. Intanto il delegato cinese se ne è tornato nella sua pagoda dal cuore spezzato. L’unica vera canzone.

Glam rock nell’era dei carnevali banditi. Quando finisce l’inverno non senti subito la brezza estiva: devi prima passare per la primavera. Archi strappati, scoppi di piatti, la chitarra avvelenata dei Blue Öyster Cult. Un inatteso mulinello velvettiano. Vivo troppo dentro di me, dovranno cambiare molte cose.

Inno alla Gioia Spenta. L’Europa è affondata da un pezzo. A cosa serve questa dannata vita? Ti mangeranno vivo. Phil Spector su Marte. Lei ormai l’ho persa, non sa nemmeno se è giorno o notte. Ma nulla riuscirà a ferirmi. Raccogli quello che semini, chi cerca trova.

Parole filtrate. Conoscevo un chitarrista innamorato delle voci della radio, sognando una terra promessa a onde corte. Tasti e fanfare, Sam Shepard e Rimsky-Korsakov.

Undici anni dopo, l’undicesimo comandamento. I conti non potevano tornare.

Brividi digitali. Uccidiamo nel mondo in cui viviamo, ma tu sorridi mentre la casa arde in nome di Dio. I libri cadono dagli scaffali e si leggono, ti leggono. Guglielmo il Conquistatore si rovescia dalle pagine passate. Bastonato, saccheggiato, lapidato, è l’ultimo giorno del linguaggio. Un colpo di rivoltella, in un pallido Chiaro di Luna.

Trentaquattro anni dopo, tutto come previsto. Il remake è pura formalità.

Eppure, checché ne dica la Signora, la Società esiste ancora. La Musica anche.

alle cose perse nel fuoco

Tracklist
1. Taking Your Life In Your Hands
2. Thoughtless Kind
3. Sanities
4. If You Were Still Around
5. Close Watch
6. Broken Bird
7. Chinese Envoy
8. Changes Made
9. Damn Life
10. Risé, Sam and Rimsky-Korsakov
11. In The Library of Force

[lo trovi anche su Ondarock]

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