[Ascolti_Reissue] Pip Proud – De Da De Dum (Half A Cow, 1967/2020)

I was tremendously lonely as a child. I was slightly spastic, couldn’t write properly, couldn’t catch balls… I never understood why my peers rejected me. I had no close friends. I was a near-failure at English, and used to get someone else to do my poetry for me. But I matriculated, just to prove to my parents I could do it

La dichiarazione di guerra al mondo di qualche slacker della Generazione X? Ebbene no: a pronunciare queste amare ma risolute parole fu, in tempi non sospetti, il decano delle teste bruciate. Proprio così: quando degli ancora integri Syd Barrett, Skip Spence e Bruce Palmer stavano muovendo i primi passi con le rispettive band, un piccoletto australiano aveva già dato alle stampe il primo stoned outsider album di sempre. Ma è un po’ tutta la vicenda di Philip John “Pip” Proud a profumare di eroismo art brut: apprendista elettricista, fratello del pittore-prodigio Geoffrey, è afflitto sin da piccolo da problemi di coordinazione motoria – come se non bastassero un lavoro poco gratificante e un ingombrante paragone familiare ad annichilirlo! Fedele al suo cognome parlante, Pip ha un moto d’orgoglio e fa di necessità virtù: se le mani non vogliono saperne di mettersi d’accordo con la testa, le costringerà lui con il terapeutico tramite di una chitarra. A dire il vero non riesce troppo bene nell’impresa, e meno male: quelle pennate incerte, strimpellate su un’accordatura improbabile, lo porteranno a sviluppare uno stile (col senno di poi) rivoluzionario. Prova anche a cantare e i risultati si attestano su quelle stesse latitudini: l’intonazione traballa quanto quella dello strumento. Ci sono i testi, poi. Pip ama la poesia, ma preferisce non leggere quella degli altri “per non esserne influenzato”: per tutta risposta, s’incaponisce in accozzaglie di versi ipermetri che non vogliono saperne di star dentro le strofe, mormorandoli come se parlasse solo a se stesso. Gli amici lo prendono in giro, ma lui procede dritto per la sua strada. Quelle sbilenche filastrocche assumono presto un tono apatico e spettrale, se non fossero addolcite da un sentore di innocenza tutto infantile.

Pip però non intende morire in cameretta e mostra anzi una spiccata determinazione ad affermarsi. A modo suo, s’intende: refrattario ai percorsi convenzionali, si chiude in casa con la ragazza (che si limita a qualche occasionale rintocco di campanaccio) e incide l’esordio De Da De Dum; soddisfatto, stampa una cinquantina di copie a sue spese per la fittizia etichetta Grendel. Il titolo riprende quello di una sua cantilena, la copertina lo propone come impossibile anello mancante tra Alan Wilson e Joey Ramone, ma il vero motivo di interesse è la data di uscita: 1967. Intendiamoci, la musica rock ha già assaporato qualche pietanza simile (vedi il cabaret al vetriolo dei Fugs o il pow-wow lisergico degli Holy Modal Rounders), ma qua non parliamo né di politica né di acid test: Pip Proud è il primo grande fanciullo autistico degli anni 60. Anche nell’idiosincratica modalità autoproduttiva, pur con tutta la prudenza del mondo, è difficile non scorgere incontrovertibili avvisaglie di lo-fi ante litteram. In qualsiasi altra epoca, un simile giochino sarebbe finito prima di iniziare, ma non nell’annata più fertile della musica popolare: da sempre a corto di modelli da lanciare, la stampa australiana si affretta a decretarlo “la risposta nazionale a Bob Dylan” (…) e gli procaccia addirittura qualche apparizione televisiva, salvo disinteressarsene poco dopo. Se il mainstream lo scarica, l’underground lo adotta volentieri: Garry Shead, disegnatore della storica rivista Oz e membro del collettivo Ubu Films, gli cucirà addosso il corto De Da De Dum.

Pip ci prende gusto e l’anno dopo ha già pronto Adrenaline And Richard, che ripropone gran parte del repertorio e la medesima copertina ma stavolta esce per la Polydor, zelante nell’appiccicare a molte tracce un accompagnamento apocrifo (viziaccio comune ai produttori anni 60). Su A Bird In The Engine (1969) ci sono invece dei veri turnisti, che non riescono però ad accordarsi con il suo personalissimo modus operandi: ancora una volta sussurrerà quasi tutte le tracce in solitudine. In quelli stessi mesi esordiscono le Shaggs: difficile possano averlo ascoltato, ma ci piace immaginare la coincidenza come un simbolico passaggio di testimone. Per Pip, difatti, sono gli ultimi pallidi fuochi: si trasferisce a Londra dove suscita interessi trasversali (dalla Apple a John Peel) ma la carriera non ingrana. Se ne torna con le pive nel sacco in Australia, barricandosi in un silenzio alla Greta Garbo protrattosi per trent’anni. Si dedica alla scrittura di poesie e racconti che, tuttavia, non vedranno mai la luce. Come da manuale, due antologie lo riportano alla luce in quegli anni 90 che tutto gli devono, anche grazie all’interessamento di Alastair Galbraith. Da lì la voglia di riprovarci con tre nuovi album tra il 2000 e il 2002, cui dà manforte il discepolo Tom Carter. In quello stesso anno viene colpito da un ictus che lo lascia cieco e semi-paralizzato. Muore nel 2010 per un cancro alla gola, sessantaduenne. Sconfessando la sua aura asessuata, aveva trovato il tempo di mettere al mondo ben cinque figli, da due donne diverse.

A 10 anni dalla scomparsa, la simpatica label australiana Half A Cow (che nel 1996 aveva già compilato il meglio dei primi due lavori su “Eagle-Wise”) rispolvera il vagito di questo poco citato naïf idol. Se il ruolo di antesignano punkeggiante è ormai acclarato, a riascoltarlo adesso ci si trova dentro molto altro: un riverberato teletrasporto tra la generazione dei Velvet Underground e quella di Jesus And Mary Chain e Spacemen 3, con una voce fantasmatica che precorre quella di Alan Vega. Quanto a Syd Barrett, ha dichiarato fino all’ultimo di non sapere chi fosse. Una cosa è certa: chi all’epoca lo sfotteva ora ha ben di che rodersi il fegato.

Tracklist
1. Latin Version
2. We Crossed The Atlantic
3. Into Elizabeth’s Eyes
4. I Love You Best When You’re A Deaf
5. The Sun Was Yellow
6. De Da De Dum
7. Purple Boy Gang
8. Adrenaline And Richard
9. The Tennis Player
10. When Each Descends
11. An Old Servant
12. Laughter And Laughter

[lo trovi anche su Ondarock]

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