[Visioni] Cinema Ritrovato 2021

426 film x 10 schermi (2 dei quali all’aperto, tra cui l’immancabile presidio a Piazza Maggiore), con il supporto di 89 istituzioni da 27 paesi: i numeri del massimo festival mondiale dedicato al restauro cinematografico suonerebbero colossali anche in tempo di pace, ma alla luce delle burrascose contingenze c’è da gridare al miracolo. “Viste le circostanze avremmo dovuto fare un piccolo festival, quindi abbiamo deciso di fare un grande festival”: la solennità nelle parole di Gian Luca Farinelli è scavalcata solo dall’orgoglio nelle sue pupille. Un interregno in cui Bologna si è tramutata in un sontuoso Eldorado cinefilo, letteralmente invasa da sportine di Romy Schneider e badge di Tyrone Power, con facce di tutte le età a commentare le visioni sin nel più infimo bar. Un regalo smisurato che ha visto sfilare classici inossidabili e autentiche perle oscure, con particolare attenzione per cinematografie lontane dall’orbita occidentale e maschile. Vi proponiamo una selezione di titoli sotterranei anche per i segugi più temerari, bastevoli a decretare il valore inestimabile di questa edizione.

Bhuvan Shome (Mrinal Sen, India, 1969)

bhuvan

L’arte foraggiata con danaro pubblico tende a essere malvista dai puristi dell’indipendenza a ogni costo, sempre pronti a tacciarla di compromesso con il potente di turno. Spesso hanno ragione, ma non stavolta: prima pellicola sovvenzionata dalla Film Finance Corporation voluta da Nehru, l’opus #9 del “marxista privato” Mrinal Sen non è certo un panegirico dei suoi mecenati, ma nemmeno uno di quei vademecum per educare le masse su cui tanto hanno puntato molti paesi decolonizzati. Ad essere sinceri rimane ostico stabilire cosa sia: incentrato sulla figura di un enigmatico villain à la Charles Foster Kane, è un road movie così sperimentale da risultare anomalo anche nello scatenato panorama di fine anni 60. Immagini destrutturate con furore agit-prop, deliranti inserti di animazione e una colonna sonora sorprendentemente avanzata nel miscelare raga tradizionali e rudimentale elettronica sanciscono la nascita del cosiddetto “parallel cinema”, la clamorosa anti-Bollywood a cui è dedicata una delle più preziose retrospettive del festival.

Araya (Margot Benacerraf, Venezuela, 1959)

araya

Se credete che i documentari di Luigi Di Gianni abbiano toccato il fondo nella raffigurazione apocalittica dei dannati della terra, probabilmente non avete visto questo caposaldo del cinema venezuelano. Il tono predicatorio della perpetua voice over, che tanto rimanda alle crude litanie del maestro italiano, finisce con l’indebolire un’opera a tratti ridondante, eppure di grande effetto nel denunciare il neoschiavismo dei minatori di sale nell’omonima località. Ebrea di origini marocchine, la regista dà il meglio quando sublima la durezza militante in un allucinato lirismo, impregnandosi del sudore di centinaia di corpi nudi all’ombra di grottesche piramidi di oro bianco. Era dai tempi di Terra e mare di Carl Schmitt che i due elementi alla base della vita non venivano contrapposti con tanta potenza. Glauber Rocha ne ha sottolineato la profonda influenza sul Cinema Novo, e se lo dice lui c’è da fidarsi. Premio Internazionale della Critica a Cannes ex aequo con Hiroshima Mon Amour: scusate se è poco.

Zwischengleis (Wolfgang Staudte, Germania, 1978)

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La più bella sorpresa del festival è forse questo fuligginoso, lancinante melodramma di un grande rinnegato del Nuovo Cinema Tedesco, oggetto di un’esaustiva retrospettiva curata dall’abbondante Olaf Möller (sorta di Slavoj Žižek della Settima Arte). L’inquieta Anna e la sua tragica fine, intorno alla cui indagine si aggrovigliano i continui salti temporali della narrazione, diventa la metafora di una Germania in crisi d’identità, ancora straziata dagli orrori della guerra e oppressa in un presente interminabile come l’inverno tedesco e infelice come le storie d’amore della protagonista (interpretata da un’indimenticabile Pola Kinski, figlia di). Superbe immagini di Igor Luther, avvolte nelle brume di una Monaco densa di sensi di colpa. Ignorato all’epoca, dimenticato oggi: è un film che non fa sconti a nessuno, d’altronde. Dello stesso autore consigliamo anche il bressoniano Das Lamm (1964), presentato pochi giorni dopo e altrettanto splendido.

Eltávozott Nap (Márta Mészáros, Ungheria, 1968)

eltazovot

Non lasciatevi ingannare dalla locandina: a dispetto del look parisienne della nerocchialuta Erszi, di nouvellevaguesco da queste parti c’è relativamente poco. Una bella storia di emancipazione e ricerca, invece, contesa tra una campagna immobile come i suoi paesaggi e una città che si apre timidamente al nuovo. Al netto di una diffusa incertezza registica si segnalano almeno due sequenze memorabili: l’allegorica sessione di tiro con l’arco iniziale e i due balli speculari e contrapposti, cornici di altrettante fasi di questa liberatoria presa di consapevolezza (nazionale?). Kati Kovács, rockstar all’epoca giù affermata, dà un gradevole tocco pop alla protagonista. Pioniera del cinema femminile ungherese, la Meszàros è ricordata anche per essere stata la seconda moglie di Miklós Jancsó.

Sambizanga (Sarah Maldoror, Angola, 1972)

sambizanga

Primo film diretto da una donna di colore – e che donna! Sarah Maldoror è stata moglie di Mário Pinto de Andrade (fondatore del Partito Comunista Angolano), assistente di Gillo Pontecorvo per La Battaglia di Algeri e ha scippato il nom de plume a sua maestà satanica Lautréamont: vi basta? Manifesto di ammaliante compattezza stilistica e raro coraggio politico, finanziato dal Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola e interpretato in un turbinoso multilinguismo da molti suoi militanti (tra cui l’incantevole Elisa Andrade, dignitosissima Madre Coraggio), ma girato in Congo a causa della guerra coloniale ancora in corso con il Portogallo. Anche nei momenti più drammatici (l’allontanamento della protagonista dal commissariato) e violenti (la tortura a morte del marito-martire) la regia ostenta un passo dolce e sinuoso, tutto africano, punteggiato da acute pennellate etnografiche ed esaltato da un restauro a regola d’arte. Il titolo fa riferimento al quartiere di Luanda tristemente noto per la prigione che ospitava i rivoluzionari indipendentisti. La Maldoror è scomparsa l’anno scorso a 90 anni dopo aver contratto il Covid e alla proiezione hanno presenziato le sue due preparatissime figlie.

Fluchtweg Nach Marseille (Gerhard Theuring e Ingemo Engström, Germania, 1977)

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Ben quarantun anni prima di Christian Petzold, qualcun altro ha provato a tradurre in immagini il tormentato Transit (1944) di Anna Seghers, dedicato ai profughi tedeschi in attesa dell’agognato visto per lasciare il porto di Marsiglia, durante l’occupazione nazista della Francia. Se il regista di Hilden sceglie di trasporre la vicenda ai giorni nostri, Theuring e Engström intagliano un complesso mosaico in due puntate tra ricostruzione pseudo-teatrale, video/foto d’archivio e interviste a vari personaggi vicini all’autrice (tra cui Alfred Kantorowicz). Più che dal e un film sul romanzo, punto di partenza per infinite (e qua e là prolisse) divagazioni nel segno di Walter Benjamin, a cui le tre e ore e mezza sono implicitamente dedicate. Opera alluvionale, estenuante, inebriante, che in questi tempi di nuove migrazioni negate dà parecchio da pensare.

Kumatty (Govindan Aravindan, India, 1979)

kumatty

Lo stregone che arriva da lontano, evocato dagli adulti come spauracchio per i bambini che però poi ci fanno amicizia; il mostro come reietto, l’incontro come esperienza di maturazione: in quante fiabe ci siamo imbattuti in questo schema archetipico? E proprio di una fiaba si tratta, e delle più colorate e melodiose. Nel vero senso della parola: il regista è infatti co-autore degli adorabili stacchetti musicali che inframezzano il racconto, trasportandoci in un mondo fuori dal tempo dove animali e umani si scambiano magicamente i ruoli. Tra infantile meraviglia e rigore antropologico, una delizia per occhi e orecchie. Portavoce del cinema malayalam, prima di dedicarsi alla regia Aravindan è stato anche apprezzato fumettista.

De Cierta Manera (Sara Gómez, Cuba, 1974)

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“Soy Cuba”: a 12 anni dal tentativo di Kolatozov, un altro film urla forti e chiare le ragioni di un’isola martoriata ma a testa alta. Primo e ultimo lungometraggio della Gómez (morta poco dopo la conclusione del montaggio), girato con attori per lo più non professionisti, è tante cose (documentario di montaggio, indagine sociologica, fiction romantica) e di tante cose parla (miseria, analfabetismo, razzismo, maschilismo). L’entusiasmo è quello di una giovane idealista che difende a spada tratta la rivoluzione castrista ma sente di dover fare la sua parte per non disperderne i frutti, impegnandosi in prima persona a fianco dei più svantaggiati. Un saggio esuberante, vitale, profumato di squisita utopia, con i due amanti litigiosi a incarnare le contraddizioni di un paese non ancora rassegnato. Curiosa la storia distributiva: pare che il film sia stato presentato in anteprima al Festival di Pesaro, ma per qualche strana ragione di ciò non è rimasta traccia nei cataloghi.

Ostatni Etap (Wanda Jakubowska, Polonia, 1948) 

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Sopraffino o grossolano che sia, il reenactment rimane una delle strategie narrative più efficaci a cui può far ricorso un documentario. Se oggi siamo ormai abituati a operazioni del genere (pensiamo a film tanto acclamati quanto controversi come S21 o The Act Of Killing), a fine anni 40 si trattava di un azzardo enorme – specie se il set è il campo di concentramento di Auschwitz, i costumi le vere divise degli ex-prigionieri e gli attori tutti sopravvissuti alla disumana ferocia nazista, inclusa la stessa regista (la prima della cinematografia polacca). Dramma interamente al femminile, appesantito da qualche eccesso melodrammatico ma riscattato dalla forza d’urto del suo messaggio, doloroso invito a non dimenticare e non ripetere. Un’esperienza catartica per l’autrice e conturbante per lo spettatore, invecchiata non benissimo ma ancora capace di sollevare questioni mastodontiche, anche e soprattutto sulle possibilità del cinema.

L’Impero del Sole (Enrico Gras, Mario Craveri e Giorgio Moser, Italia, 1955)

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Ferraniacolor: dice niente? Trattasi di uno dei tanti procedimenti cinematografici che “non ce l’hanno fatta”, tutto italiano e che ha comunque fruttato quasi una cinquantina di film tra l’inizio degli anni 50 e la metà del decennio successivo (molti dei quali con protagonista Totò). Tra di essi spicca un documentario oggi obliato ma incredibile, visionario e soprattutto animato da un’etica quantomai rara al tempo. Girato in Perù, documenta usi e costumi di varie popolazioni indigene senza ricorrere a nessun cliché esotico ma lasciandosi irretire dal fascino di quelle terre misteriose: processioni sincretiche sopra a zattere galleggianti, corteggiamenti a base di specchietti riflettenti, donne che partoriscono appese ai rami degli alberi, per tacere dell’impressionante corrida/rodeo finale con il toro-condor trasformato in una mostruosa chimera, sfottò anticoloniale da far concorrenza ai riti hauka di Rouch-iana memoria. Una lezione di rispetto che è il contraltare del sensazionalismo dei mondo movie. “Ferraniacolor al suo massimo splendore”, assicura Farinelli, e ce la sentiamo di dargli ragione.

[lo trovi anche su Ondacinema]

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