[Ascolti_Pietre Miliari] Blue Cheer – Vincebus Eruptum (Philips, 1968)

Slower, deeper, harder. C’è una rombante differenza tra “duro” e “pesante” e per inquadrarla dobbiamo risalire alle origini del suono estremo. Per diventare heavy, il blues ha dovuto rinnegare se stesso. Curiosamente (ma il passaggio è in realtà del tutto logico), questo salto carpiato è potuto avvenire solo nel paese da cui tutto è partito. L’hard rock che allagherà le radio e gonfierà gli stadi, ovvero quello britannico, ha ancora mani e piedi legati alla tradizione. I Black Sabbath introdurranno sì un intorbidamento delle tematiche, un incupimento delle atmosfere e una semplificazione delle strutture (motivo che li rende più seminali per il punk che per il metal, checché se ne dica), ma parliamo sempre di musica nera suonata da bianchi, per quanto cadaverici. Sul suolo da cui quella tradizione è germogliata, al contrario, le sequoie vengono estirpate come erbacce. Mountain, Montrose, Blue Öyster Cult e soprattutto i Carneade eterni Sir Lord Baltimore: ecco, lì il discorso cambia. Per essere cattivo, in America, devi dimenticarti di essere un figlio bastardo di quel blues che tutti ha allattato. Non devi essere duro, ma pesante. La vera rivoluzione copernicana, comunque, precede di almeno un anno la riscossa dei barbari.

Ci troviamo a San Francisco negli anni in cui sarebbe criminale trovarsi altrove. Svelato il mistero: il trucco non è un inasprimento del blues, ma una dilatazione della psichedelia (che qui sarebbe più appropriato ribattezzare sickedelia). L’accento non è sui riff, ma sul sound in quanto tale: torrido. Siamo oltre l’afa lisergica: questo è lo stato mentale di una persona che ha la febbre alta, senza bisogno del pusher che gli Steppenwolf vorrebbero tanto accoltellare. Il nome, che accomuna un popolare detersivo e una varietà di LSD, non può che essere programmaticamente bipolare: Blue Cheer. Un power trio come ne reclama la moda, ma a cantare stavolta è il bassista Dickie Peterson (scomparso nel 2009). Indizio rivelatore: il fulcro va cercato in basso, sin nelle profondità dell’inferno.

Non che i sodali siano da meno: il batterista Paul Whaley (già nel leggendari quanto misconosciuti Oxford Circle) impugna con appositi guanti delle bacchette accorciate; quanto alle chitarre di Leigh Stephens, raramente arrivano integre a fine concerto. La potenza della loro amplificazione, forte di sei Marshall con ventiquattro casse, non ha eguali su nessuna delle due coste: “Suonano così forte che trasformano l’aria in fiocchi di latte”, avvisa il manager nonché ex-Hells Angel Allen “Gut” Terk. Si dice che Stephens sia diventato quasi sordo a causa dell’esposizione prolungata a quel frastuono. Vi piacerebbe stare a bocca aperta davanti a un tubo di spurgo? Se la risposta è sì non avete che da accomodarvi, ma badate: più che sporca questa brodaglia è calda, tanto rovente da squagliare il piatto del giradischi. Sarà proprio un raffreddamento del blocco di lava, nelle mani di fabbri più spregiudicati, a forgiare l’heavy metal.

Le rivoluzioni, però, devono spesso partire da un compromesso che funga da esca. Non fosse per la premonitrice assenza di colore e gli sguardi omicidi dei padroni di casa, la copertina di Vincebus Eruptum (registrato nel ’67 e pubblicato il gennaio dell’anno dopo) potrebbe ancora rimandare ai figli dei fiori. Ma è il primo brano la mossa più diabolica. L’idea di attaccare con Summertime Blues è geniale per almeno tre motivi: è un classico del rock’n’roll che cancella l’idea stessa di rock’n’roll; nel nome contiene la parolina magica, ma di 12 battute e blue note qua non c’è traccia; ci sono di mezzo l’estate e la tristezza, tutte e due interpretate in modo per nulla spensierato o malinconico. La direzione dei colpi è di chi ha infierito su un cadavere. Poche altre cover hanno sfigurato con tanto accanimento l’originale, al punto che se la voce cantasse altre parole sarebbe impossibile risalire alla matrice.

E che voce: un urlo, ma come attutito. Un big bang trattenuto, una saponetta di Semtex che non esplode ma minaccia a ogni istante di farlo: quello dei Blue Cheer è il suono di una miccia che brucia all’infinito, la cinica cristallizzazione di una possibilità spiacevole. Gli strumenti vengono spremuti al limite, con la batteria ridotta a un gorgoglio tribale, la chitarra a eiettare pus come un brufolo maturo e il basso che prova a tendere le braccia verso le due menadi epilettiche, ma viene scaraventato fuori tempo dalla prima e fuori pentagramma dalla seconda. Nemmeno il testo viene lasciato in pace: alcuni versi risultano arbitrariamente espunti, generando un menomante non-senso di vuoto. Tutto sembra barcollante e stonato, anche nel senso di alterato. Più che alla musica rock, questa orgia di fauvismo miasmatico si ricollega a qualche ancestrale pratica pagana. Nota per chi sostiene che certe epoche non vadano rimpiante: pubblicato come singolo, fu uno dei successi della stagione.

Il depistaggio prosegue imperterrito con un’altra cover a sorpresa: davvero credevate di poter scuotere i fianchi al ritmo di Rock Me Baby? Brucerete vivi, invece, tartassati da corde vocali già lacere su tamburi che pestano come cannoni. Hendrix almeno ci prova a scindere le parti soliste da quelle cantate, qua si fatica a capire quale sia la testa e quale la coda. Nessuna visceralità in queste vampate, solo ipnotico supplizio. Con le ustioni di quarto grado, che si fa? Si chiama il dottore, ma il soggetto improbabile che si presenta pare uscito da un horror: non c’è Doctor Please che tenga, le vostre preghiere non lo rabboniranno e vi medicherà con il lanciafiamme in mano, applicando il motto “chiodo scaccia chiodo” in un inno morfinomane che redime il dolore del mondo.

E a proposito di visite mediche, un titolo per una volta onesto: nel mondo distorto dei Blue Cheer tutto è Out Of Focus. Questi brani non hanno contorni definiti, somigliano a una melma informe e così si autopercepiscono (“Tell me, what’s wrong with me?”), ma il loro impatto è netto come un dito in un occhio. La confusione evocata dal Grande Timoniere deve avere una consistenza simile. Quella scala discendente atonale, carica di una tensione da rito propiziatorio, ha l’insostenibilità di un lutto in famiglia, ma è comunque preferibile al reattore/trapano che affossa l’acidissimo finale. Le sguaiate invocazioni al Signore, ancor più che il greve snuff sullo stupro dell’angelo, confermano il carattere profondamente religioso o blasfemo, a discrezione, della loro arte.

Dopo Eddie Cochran e B.B. King, ora tocca a Mose Allison (e Bukka White) farsi infettare. Tra barriti selvatici e dissolvenze a nero, la pergamena di Parchment Farm è trattata come carta igienica ed è solo l’efferatezza del conato successivo a ridimensionarne la malevolenza. Spintoni alla cieca, un solo di batteria da montagne russe manomesse, poi il collasso della volta celeste: siamo appena alla Second Time Around, eppure già esausti. Questa robaccia mette sete come una maratona nel deserto durante una tempesta di sabbia. Se ne accorgono anche loro e decidono di risparmiarci, unico atto compassionevole da mezz’ora a questa parte, staccandosi la spina da soli con uno strattone inconsulto. Il biglietto d’addio, tuttavia, non promette niente di buono: “It’s the end of the line/I don’t know what to say/I don’t know what to do/All I know, cannot leave with you/I’m so sorry/I’m bringing you down/Well, I’ll make it up next time I’m around”. Si salvi chi può. Stoner, doom, sludge e post-metal, come ci ricordano gli enciclopedisti col mignolino in cancrena proteso, sono già scappati dall’incubatrice.

Alzi la mano chi ha ascoltato un altro loro album. Non il sottoscritto, di certo. Quale appendice potrebbe reggere all’attrazione gravitazionale di questo bolide incendiato? Vincebus Eruptum ha la pretenziosità di attribuirsi un nome scientifico inventato, ma nessuno ai tempi avrebbe scommesso sul suo ingresso in un manuale serio. Ora che gli effetti di quella sbornia non sono ancora svaniti possiamo a maggior ragione ringraziarli per aver osato tanto. Quel suono terribile è ancora qua, più massiccio che mai, e continua a irrobustirsi. Più lento, più profondo, più duro. Più pesante.

Tracklist
1. Summertime Blues
2. Rock Me Baby
3. Doctor Please
4. Out Of Focus
5. Parchment Farm
6. Second Time Around

[lo trovi anche su Ondarock]

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