This Is Ascoli Revisited

Il 23 settembre 2008, fresco di maturità e appena congedatomi dalla cittadina che mi diede i natali, scarabocchiai su un mio defunto blog un impressionante “manifesto” dalle sedicenti pretese antropologiche: si intitolava THIS IS ASCOLI (l’ammiccamento era a This Is England dei Clash) e veniva pomposamente presentato come “indispensabile manuale di sopravvivenza nella giungla sud-marchigiana […], risultato di un mio lungo e certosino studio sulla vita suburbana della nostra adorata provincia […], un elenco rigorosamente alfabetico delle principali tribù/logge/sette/caste individuabili a grandi linee tra le maglie della popolazione indigena, con annesse descrizioni essenziali volte a svelarne caratteristiche, fenomenologia, riti ed evoluzione, […] ciascuna corredata da una valutazione in decimi”.

Nonostante il tutto fosse mosso più da affetto che da rancore, contro ogni mia previsione si scatenò un putiferio di dimensioni colossali, come in epoca pre-Facebook era piuttosto raro vederne: un’arena virtuale che vide fronteggiarsi quasi un centinaio di persone con bava alla bocca & occhi iniettati di sangue, spaccata in due tra chi (probando in toto quanto volevo dimostrare) invocava il mio squartamento sulla pubblica piazza e chi, invece, intravedeva in quell’arringa un coraggioso smascheramento del mefitico squallore della provincia, doveroso attentato all’impalcatura piccoloborghese di certa Italia marginale. L’escalation surreale finì per mettermi contro buona parte dei miei presunti “amici” e, in una concatenazione di passaggi che continua tuttora a sfuggirmi, arrivò a coinvolgere addirittura la DIGOS (allego a fine pagina delirante articolo di quotidiano locale).

Quel leggendario blog è ormai offline da tempo, ma io ho conservato una copia del famigerato trattatello. Nel corso degli anni più persone, tra il serio e il faceto, hanno rispolverato la querelle rammaricandosi di non poterlo più consultare, così ho deciso di ripubblicarlo. Eccettuato un superficiale lavoro di editing, non ci ho praticamente rimesso penna, per preservarne il valore filologico di testimonianza.

Rileggendolo adesso, non posso che sorridere di fronte alla ridondanza della prosa e alla spudorata parzialità delle analisi, e senz’altro sarei propenso ad alterare/aggiornare più di un paragrafo; credo, tuttavia, che questi fattori non ne minino validità, efficacia e godibilità. D’altronde, già all’epoca commentavo in calce, con piglio da sondaggista: “sebbene il fenomeno vada circoscritto per lo più nelle fasce giovanili della popolazione, trovo sia abbastanza esemplare e sconcertante, al di là della validità delle mie analisi, la visceralità con cui la tipica mentalità secondorepubblicista-p2ista (logica dei blocchi e delle alleanze, spirito di appartenenza utilitarista e fine a se stesso, fittizio sentimento di comitiva-classe, distinzione di determinati personaggi-chiave nell’ambito della cerchia definita, ecc…) abbia attecchito nei confini delle Cento Torri, paesino massonico per eccellenza, per quanto forse inconsapevolmente.”

N.B. per i più giovani: all’epoca gli hipster non esistevano ancora, almeno loro…


ABRUZZESI – Considerati alla stregua di immigrati indesiderati, sempre squadrati con sospetto e spocchia tutta campanilista, sono organizzati in piccoli branchi nomadi oppure vivono in solitudine investendo il proprio tempo in attività illecite e deprecabili di cui usufruiscono un po’ tutti. Caratterizzati da un accento marcatissimo e da una parlata monotona e ronzante che periodicamente rinnova i propri temibili intercalari (da segnalare l’inspiegabile contagiosità dei loro dialetti, che si appiccicano irrimediabilmente sulla lingua di chiunque li frequenti per più di un pomeriggio), trovano il loro fattore identitario in un’impressionante omologazione: tutti infatti paiono avere gli stessi interessi (si prenda ad esempio il loro comune pantheon musical-cinematografico, che annovera una dozzina al massimo tra film & dischi che costituiscono in pratica l’unico patrimonio dei singoli) e compiere le stesse azioni, addirittura gli stessi gesti. Altri elementi distintivi salienti sono il pessimo gusto nell’assortire il vestiario, la passione per i motori, l’abituale consumo e spaccio sottobanco di stupefacenti rigorosamente leggeri, la volubilità dei loro atteggiamenti (che spesso li porta a scatenare risse furibonde guarnite da minacce di rappresaglia in stile malavitoso, specie se inerenti a questioni di onore infangato o illibatezza muliebre offesa, creando situazioni imbarazzanti), la totale apatia e insensibilità nei confronti di tutto e tutti, i pareri quantomeno discutibili riguardo il dipanarsi dei rapporti umani (certe manifestazioni d’incoerenza, specie da parte degli individui di sesso femminile, rimangono eloquenti, specie se riferite a situazioni di coppia), la fosca ombra che li accompagna ad ogni passo. Vengono alternativamente apostrofati come “teramani”, anche se il termine va piuttosto assimilato all’insulto razziale che considera qualunque persona ostentante un look tarpano o particolarmente fuori luogo come natio delle brulle colline del posto. Da citare infine una nota perversa che caratterizza soprattutto gli esemplari più immaturi della specie: un culto morboso, inverosimile, filo-nazista o filo-omosessuale a seconda dei pareri, del nerbo fisico, della capacità di combattere e di difendersi, del computo delle cicatrici corporee, e il conseguente disprezzo per chiunque non soddisfi questi canoni di virile carisma, sintomi evidenti di una velleità pusillanime ai limiti del parossismo congenita ad ogni abruzzese purosangue. Dopo il cambio di gestione del Ballanti si sono insediati a frotte nel centro città minacciando addirittura di conquistare Piazza: avranno l’accoglienza che si meritano. VOTO: 5

ALTOLOCATI – Sono la quintessenza della bella società ascolana, i rampolli delle ataviche stirpi nobiliari che hanno fondato la città, gli eredi di fortune inimmaginabili, i membri delle più potenti famiglie di imprenditori o semplicemente degli esibizionisti con la passione per il lusso sfrenato. Considerati creature pure e perfette, da prendere a paradigma, si permettono abusi e soprusi ai limiti della decenza e della legalità, protetti dal loro status di padri fondatori della “cultura” comune e di instancabili procacciatori di reddito. Controversi e mai chiariti i loro legami con l’estrema destra suburbana, con cui spesso vengono identificati. Hanno come epicentri del loro universo luoghi esclusivi come il Circolo Cittadino e il BB, nei quali sono liberi di sfogare la loro passione per la danza sfrenata e di esibire i loro prestigiosi capi d’abbigliamento. Onnipresenti in occasioni salottiere che coinvolgano la mondanità che conta. VOTO: 4

ANCONETANI – Assai poco diffusi nel territorio cittadino, per lo più studenti, non particolarmente benvoluti a causa di spiccate rivalità calcistiche ma nemmeno così insopportabili come vengono sovente dipinti. VOTO: 6.5

CINEFILI – Pur non godendo di un’identità strutturale e del riconoscimento altrui, possono anch’essi essere considerati una piccola nicchia a sé stante. Le loro cerchie annoverano personaggi bizzarri e rimarchevoli, accomunati dalla passione per la celluloide da espletare nei periodici raduni del cineclub con sede al Piceno. Non mancano discutibili posers e impostori, ma nel complesso la loro categoria può vantare un’autenticità (oltre che una cultura e una passione) davvero rara. Tuttavia, a causa della loro abitudine agorafobica che li porta a rintanarsi e della loro difficoltà a comunicare con l’esterno, sono di solito etichettati come reietti disadattati, e odiati quando non semplicemente ignorati dalla comunità. Non bisogna trascurare il fatto che in città vige uno strano luogo comune in base al quale il cinema sia una disciplina ignobile e minore da aborrire con tutta l’anima, particolare che rende non facile la vita ai pochi cinefili rimasti ancora attivi. Ultimo, (si spera) inaffondabile barlume di coscienza culturale, scampolo di scenari ben più rosei, e tra le poche persone con cui vale ancora la pena di parlare. VOTO: 8.5

FASCISTI – Potrà sembrare superflua come categoria, data la schiacciante e radicatissima presenza di un certo annacquato credo politico nel bieco panorama cittadino. Sotto questa definizione possono essere inglobati diversi gruppi etnici: gli ultrà dell’Ascoli Calcio in qualche modo connessi con il movimento hooligan “Estremo Sostegno”; i reduci della leggendaria “Farmacia” sopravvissuti alle scosse della cocaina e alla diaspora che ne ha smembrato le fila; i membri di trascurabili movimenti parlamentari post-MSI; certa borghesia industriale dal doppio volto (apparentemente innocua nella vita quotidiana, esasperatamente violenta sotto le spoglie notturne); giovanotti scontenti e frustrati. Xenofobi, idiosincratici, retrogradi, semi-analfabeti, educati (?) con sode razioni quotidiane di rabbia fine a se stessa e odio ecumenico, cultori della fisicità e della velocità, costantemente impegnati a migliorare e temprare i loro corpi possenti, sempre alla ricerca di situazioni in cui poter far baldoria, disprezzano chiunque non la pensi come loro anche senza provocazione o diretta interazione con i malcapitati, oppure semplicemente si divertono a sopprimere chi possa apparire troppo debole/povero/insignificante ai loro occhi. Ambivalente e volubile l’atteggiamento nei confronti delle classi alte, esecrate da alcuni come inaccettabile compromesso con la vita civile, esaltati da altri come fiore all’occhiello della classe dirigente-produttrice, fonte della ricchezza cittadina e modello comportamentale di volgare eleganza e classe. Quando meditano assalti pre-organizzati nei presunti covi dei loro “nemici” si presentano sempre in plotoni sconfinati, armati, corazzati e imbottiti di slogan aberranti, iniziando a massacrare indiscriminatamente chiunque capiti loro a tiro, anche loro simili. Nonostante questa apparente invincibilità, è curioso notare come il più delle volte siano proprio loro a rimetterci e a uscire malconci dalle risse da loro sobillate, nonostante il vantaggio numerico e l’attrezzatura contundente, dimostrando quanto sia fanfarona la loro indole combattente. Presi singolarmente sono del tutto innocui, e anzi tendono ad avere una fottutissima paura quando si trovano in disparte, comprendendo la loro vulnerabilità al di fuori del branco. In situazioni goliardiche e festaiole sono soliti alternare pose perbeniste a rigurgiti di scurrilità e vandalismo, con una particolare propensione per tutto ciò sia inerente al fuoco e alla cenere, emblemi vitalistici oltre che stemmi politici. Minaccia permanente e invisibile per il quieto vivere degli altri abitanti che nulla hanno a che vedere con le loro farneticazioni, più che delle semplici persone sono delle pietre angolari umane, alla base dell’instabile struttura sociale del paesotto. VOTO: 3

FERMANI – Dopo i mambruschi politici che hanno segmentato i confini tra le due province, da sempre rivali riguardo la contesa dei territori, il rapporto con la popolazione intestina si è fatto abbastanza teso, senza però mai sfociare in violenza diretta, al di là delle rivalse di alcuni integralisti. Poche note le loro abitudini e i loro costumi. VOTO: 6

FREAKKETTONI – Sottile ma non trascurabile la distinzione che si può delimitare tra loro e le semplici e più detestate “zecche”: si tratta infatti di giovincelli apparentemente normali, ben vestiti e composti, provenienti da ottime famiglie ma legati ai circuiti della sinistra (ultra)moderata rotante intorno alla sede del PD, ai mercatini dell’Equo & Solidale, alle feste dell’Unità e ad ogni sorta di sagra della polverosa nostalgia da annegare dell’etanolo. Appunto l’alcool, oltre all’amore per la musica folk e la danza popolare e una convinzione politica millantata più che reale, è l’elemento coagulante di questa eterogenea e contraddittoria categoria umana, che si vanta di letture raffinate e professa nobili ideali di tolleranza e democrazia ma non lesina un’alterigia sfociante in un molle razzismo contro i veri “diversi”. Imbarazzante la banalità dei loro ideali e la schietta somiglianza tra i loro punti di vista, che raramente sono in grado di argomentare. Altra loro importante sede è la mesta biblioteca cittadina, in cui è facile incontrarli quasi tutti i pomeriggi assorti tra le pagine di volumi di cui probabilmente ignorano anche il titolo. Nel loro rigido alternativismo finiscono con l’essere i più conformisti di tutti, nemici numero 1 di qualsiasi rivoluzione. VOTO: 4,5

FUSIONARI – In parte sparpagliati anche tra metallari e musicisti semplici, hanno come unica ragione di vita lo studio e il conseguente sfoggio di un’ossessiva tecnica strumentale appresa mediante terrificanti manuali e altrettanto condannabili scuole profumatamente pagate. Per il resto sono poco più che ascolanetti da quattro spicci, pieni di paranoie e ansie da prestazione e tendenti allo sputazzo su coloro che ritengono non paragonabili con la loro inarrivabile capacità. Una filosofia che fa decisamente acqua da tutte le parti, ma in fin dei conti c’è di peggio. VOTO: 6

HIP HOP – Altra classe difficilmente inscatolabile in un preciso agglomerato umano. Sono ascrivibili a questo circuito rappers, writers, skaters, gangster, sessisti. Molti di loro convivono con le fasce disagiate della popolazione abitanti la porzione di città compresa tra il Moderno e il Jolly, ma le loro ramificazioni sono incalcolabili, arrivando a toccare certo Abruzzo e molte zone del litorale. Importante sede delle loro produzioni grafiche è situata a Polombare, da considerarsi loro territorio d’elezione, sebbene tracce del loro passaggio siano individuabili ovunque. Godono di incredibile popolarità e rispetto, per quanto le loro proposte non brillino certo per originalità. La maggior parte di loro si accontenta di vivere in disparte, quasi ai margini della società, dedicandosi alle attività tipiche della cultura da ghetto e al consumo della droga sopravvissuta alla vendita, ma non mancano minoranze che applicano alla lettera i precetti del gansta world, producendosi in atti violenti e facendo guerra di strada alle cricche rivali. Musicalmente parlando, sono tra i più attivi e seguiti della provincia, nonché tra i pochi in grado di sopravvivere grazie all’autoproduzione serrata. VOTO: 5

HARDCORE – Fazione estremista dell’universo punk orbitante intorno al Moderno, dal quale peraltro prendono decisamente le distanze, sono orgogliosi portavoce di ideali nichilisti e anti-istituzionali, equamente divisi tra fomentazione anarchica e posizioni stataliste. Ignorando i dettami anti-sballo dello stile musicale col quale s’identificano, si autodistruggono senza tregua e senza ragione, perdendo per strada la loro apprezzabile energia militante. Loro caratteristica saliente è l’apparente incompatibilità tra la smunta struttura fisica e la spropositata forza fisica che spesso sfoderano in difesa del loro piccolo tempio. VOTO: 7.5

ICONOCLASTI – Qualcuno potrebbe scambiarli per dei freakkettoni qualunque, ma il loro è un caso che merita un’analisi a parte. Trattasi di una ridotta congrega di giovanotti ben vestiti, quasi tutti musicisti (pagatissimi), tutti provenienti da famiglie di stampo smaccatamente medio-borghese, figli per lo più di medici o feudatari, alcuni parecchio ricchi, autoproclamatisi sinistrorsi a dispetto delle loro origini e dei loro modi di fare, appassionati in modo addirittura grottesco della modaiola musica popolare e del profondo sud in cui spesso si recano in comitiva (l’appropiazione indebita di una cultura altrui, fino all’assimilazione, non viene a quanto pare considerata una forma d’incoerenza con le proprie sempre difese origini…), dediti ad attività che pretendono di essere intellettuali senza troppa convinzione ma servono solo a mascherare un atteggiamento di fondo che è la summa dell’ascolanismo: accento spinto e affettato, termini declinati in uno slang quasi incomprensibile, volgarità spicciola, passione calcistica becera, costumi sessuali disinibiti e promiscui (dei quali non smettono mai di vantarsi), pseudo-demenzialità da bar sotto casa, presunzione e arroganza più uniche che rare, profonda convinzione di essere onniscienti e intoccabili, aggressività da sfoderare non appena si scalfisce minimamente il loro carapace di costruzioni mentali. Identici e intercambiabili come automi, finti amici di tutti, in realtà astiosi e ostilissimi, si atteggiano da persone vissute che nulla più hanno da apprendere, ironizzano e motteggiano qualsiasi cosa non li aggradi, insultano con veemenza chi considerano “ridicolo” (= chiunque non corrisponda del tutto ai loro sacrosanti canoni morali), pontificano su qualsiasi argomento e tacciano chiunque non la pensi come loro di ignoranza e presunzione, con modi derisori da caserma, volti all’umiliazione, allo scherno, non accettando critiche di alcun genere. Il sorriso altezzoso che hanno cotidie stampato in volto è il vaglio a cui qualunque creatura viene sottoposta e il più delle volte respinta, messa alla berlina con l’ironia di chi è troppo indaffarato per prendersi sul serio. Sono quasi tutti felicemente fidanzati (tra loro, manco a dirlo…) e massimamente appagati dal loro stile di vita, spalleggiati e protetti dalle loro famiglie ma nonostante ciò detestano con tutto il cuore chiunque non considerino indipendente e autonomo, incapace come loro di guadagnarsi ogni giorno il pane senza gravare sulle spalle di nessuno, fascia di umanità malamente bollata come “incapace”, “inetta”, fallita”, “omosessuale”. La loro costante esaltazione del lavoro (come anche della forza fisica, della virilità, del numero e di tutto quanto fa “tosto”, “vincente”) li porta inoltre a nutrire un particolare rancore verso i liberi pensatori e le anime perdute, colpevoli di avere idee e di credere in qualcosa, peccati imperdonabili in quanto distanziano l’uomo dal pragmatico realismo indispensabile per fare i conti con la quotidiana esistenza, della quale sono disillusi e vigorosi avversari. Non è un caso che proprio loro siano i promotori principali della bombardante campagna elettorale del PD, partito nella cui inconsistenza hanno intravisto un punto di riferimento per il loro economicistico pressappochismo e il loro incontenibile bisogno di rapportarsi con la Società e la Vita. Tuttavia, la presunta maturità che vogliono lasciare ad intendere come per magia scompare non appena si trovano di fronte a qualsiasi minima difficoltà: basta una piccola crisi sentimentale o un cicchetto di riciclato male di vivere per abbattere la loro inaffondabile tempra, e guai a non venire loro incontro per compatirli, si rischia di venire accusati di ingratitudine (perché sanno anche essere vendicativi, e tenere il muso prolungato se necessario). Bravissimi ad etichettare, un po’ meno ad incassare possibili colpi.  Incapaci di rimanere da soli per più di 10 minuti poiché privi di personalità e spina dorsale, terrorizzati dalla possibilità di rimanere senza amici, si arruffianano nei modi più insolenti la simpatia altrui ma sortiscono l’effetto contrario. Il mondo potrebbe esplodere alla loro spalle e loro rimarrebbero senz’altro voltati: in compenso pretendono la massima considerazione delle loro questioni personali. Concupiscono il verbo “volere”, proferito con toni sempre autoritari e imperativi, come se tutto gli fosse dovuto e la buona educazione (della quale si ritengono adepti e in nome della quale censurano ogni comportamento possa traviarla in pubblico) non fosse loro prerogativa. A tratti vengono travolti dal bisogno di dimostrarsi saggi ed assennati anche in ambiti più allargati, ed eccoli improvvisamente tutti radunati intorno a un tavolo a borbottare sottovoce discussioni di insostenibile qualunquismo su massimi sistemi riletti in chiave provinciale, temi su cui sono sempre e comunque d’accordo. Un bambino di quattro anni potrebbe senza troppi sforzi ribaltare qualsiasi loro opinione. Frequentano scuole/università di costoso prestigio a spese dei facoltosi parenti, nelle quali poter approfondire tutte quelle mirabili discipline che sono ormai divenute punti fermi della cultura di destra nazionale. Ci tengono ad apparire impeccabili sin nei più piccoli particolari: l’igienismo patologico che decantano come prassi quotidiana pare riempirli d’orgoglio, negli altri invece genera solo qualche sguardo perplesso. Sono in soldoni persone noiose, scontate e per nulla stimolanti, che anzi mettono tensione, fanno sentire a disagio. Se volete farli contenti parlate loro di fica e pallone, batteranno le mani gongolando come foche ammaestrate. Forse in assoluto, nel mucchio, i peggiori di tutti: e ce ne vuole… VOTO: 1 (e solo perché lo zero non è da considerarsì né un vero numero né una valutazione ufficiale)

LAMENSI – Forse la tipologia che può vantare più personaggi folkloristici e leggende rionali, sempre presenti in ogni loro discorso. Di solito rimangono reclusi nei loro inospitali territori, quando si fanno vivi in città costituiscono una presenza discreta ma non superflua. VOTO: 7.5

MACERATESI – Umili e simpatici agricoltori amanti del lavoro a contatto con la natura e della loro piccola vita paesana. Inoffensivi. VOTO: 7

METALLARI – Vanaglorioso e diffuso stereotipo comportamentale che ha fatto la fortuna dei venditori di cianfrusaglie e dischi di dubbi qualità. Sempre foderati dalle tipiche magliette griffate, appesantiti da un’impensabile quantità di monili, imbronciati e sedicenti cattivi, si aggirano un po’ ovunque ostentando le loro discutibili pose, specie ai concerti di qualsiasi genere nei quali si presentano sempre in condizioni di nulla lucidità scatenando gratuiti poghi. Difficile stabilire se costituiscono un’unica grande banda oppure tutt’al più una federazione di gruppetti isolati. Checché ne dicano loro, non hanno mai fatto del male a nessuno (a meno che non si voglia considerare l’offesa al buon senso e al buon gusto come un reato…), motivo che li rende tutto sommato non del tutto spregevoli. VOTO: 6

MILITANTI – Striminzitissima coalizione di giovani politicamente consapevoli, storicamente dotti e socialmente insoddisfatti. Non costituiscono un partito vero e proprio ma a tutti gli effetti sono l’unico possibile punto di riferimento per la minata sinistra locale. Privi di una reale organizzazione interna, hanno tutte le carte in regola per costituire un movimento ad alto tasso destabilizzante e sovversivo, non fosse per la proverbiale penuria pecuniaria. In grado di mettere al tappeto il medio-parlatore grazie a non comuni doti di erudizione ed eloquenza, raramente s’immischiano in discussioni di scarso valore, preservandosi dalla contaminazione con il populismo parassita dilagante. E’ difficile vederli in giro, e quando ci sono non si notano, tanto sono anonimi e discreti nel loro rifiuto di qualsiasi facile tentazione ideologica. Forse eccessivamente chiusi con l’esterno e radicali fino al midollo, ma ce ne vuole. Come biasimarli. Quando si dice pochi ma buoni. VOTO: 9

MINOLLI/E – Il più delle volte prodotti in cancrena plasmati da genitori iperprotettivi e iperpresuntuosi, diretto parto decadente della mentalità altolocata (vedi sopra), sono ragazzini & ragazzine che individuano la fonte delle loro certezze e sicurezze nel bruciare le tappe congenite al percorso di crescita, sfruttando i patrimoni familiari per migliorare la propria public image. I primi, rude boys fuori tempo massimo, amano o fingono di amare il rischio, tendono a sperimentare prima del dovuto sballi sconsigliati, guidano mezzi che le norme vigenti in teoria precluderebbero loro, millantano avventure sessuale ai limiti del BDSM, cavalcano pose bullistiche e sfacciate, trattano con snobistica noncuranza le donnine che vogliono impressionare; le seconde venerano lo shopping come rito ieratico, sono informatissime su gossip e ultimissime varie, adoperano un vestiario ed un make up impropri per la loro età effettiva, provocano gli individui dell’altro sesso con ammiccamenti di ogni genere, fanno spargere voci discordanti ma sempre leggendarie sulla loro eclettica versatilità erotica, si esprimono in modo scurrile e con un tono di voce sempre fuori luogo, disprezzano le istituzioni e tutto ciò che possa ostacolare il loro benessere e divertimento. Sono in linea di massima delle esasperazioni consumistiche in salsa inacidita, ridicoli ma in fondo consapevoli di esserlo, anzi contenti di interpretare la maschera grottesca che si sono dipinti da soli o (peggio) gli è stata affibbiata da qualcuno. Frequentano i posti giusti al momento giusto, appena compaiono trovano il modo di farsi notare e si considerano di conseguenza i veri padroni della città, ma la comunità è solita metterli ai margini, se non calpestarli. Minacciano, ma finiscono quasi sempre per prenderle loro. A sentirli sembrerebbe che ogni singolo sanpietrino dell’urbe sia di loro conoscenza, in realtà sono profondamente soli, ignorati. Caratteristi pirandelliani e nulla più, dunque, mediocri e fieri di esserlo: sarebbe ingeneroso giudicarli con troppa intransigenza, anche perché sono meno nocivi di quanto si possa credere. Si confida comunque in una loro possibile maturazione futura, non sarebbe un cattivo proposito… VOTO: 5

MONTICELLIANI – Da non confondere con la marmaglia di eroinomani con cui il piccolo quartiere viene solitamente identificato, costituiscono un isolato nucleo d’individui che poco hanno a che spartire tra loro, se non la comune origine. Per lo più gente a posto, simpatica e spontanea, relativamente socievole. VOTO: 7

MUSICISTI – Il nome fornisce le informazioni necessarie a comprendere la loro ragion d’essere: una ridotta congrega di amici, proveniente per la gran parte dal liceo scientifico e ora sparpagliata tra università varie, con un sana passione per la buona musica, senza pretese megalomani, con classe e gusto. Parecchio goliardici e amichevoli, fanno perno su un umorismo tagliente e demenziale come motore dei loro rapporti sociali. Li unisce anche un notevole bagaglio di esperienze (Bove Finto Offidano, ormai di loro gestione) e conoscenze comuni, inesauribile fonte di argomenti per discussioni che possono protrarsi anche per giorni interi. Li si potrebbe accusare di essere un po’ troppo disimpegnati e legati ai contesti di comitiva, ma forse è meglio così… VOTO: 8

NERDS – Pacifici sfigatelli brufolosi e occhialuti, abbigliati come damerini ottocenteschi o malamente incartati in stracci di fortuna, elusivi e sessualmente ambigui, elementi umani ricorrenti in quasi tutte le comunità occidentali contemporanee. Seriamente vicini alla realizzazione dell’ideale kraftwerkiano dell’uomo-macchina, vivono (o meglio, esistono) rintanati nelle loro camerette tappezzate di poster e modellini in scala, con le pupille incollate ai monitor dei loro pc, attorniati da un denso corredo di marchingegni sinistri di ogni genere e funzione. Collezionisti cronici per indole o per vizio, possiedono sconfinati archivi di fumetti, videogiochi e materiale audiovisivo, gelosamente custoditi con piglio feticista. Ogni tanto sovviene loro l’appartenenza (solo ontologica) al genere umano, per cui si vedono costretti a soddisfare i propri istinti più reconditi (spesso scalpitanti, a causa dell’astinenza monacale) servendosi del loro studiatissimo materiale pre-onanistico. Sono citati, spesso a sproposito, come prototipo del non-ideale da non seguire, e anzi da rigettare come malattia contagiosa: eppure viene molto più spontaneo simpatizzare per loro piuttosto che per gli stizzosi che li diffamano. Si fanno i cazzi loro e paiono pure divertirsi, criticarli solo perché poco convenzionali è pratica sterile. A loro modo, dei martiri anarchici, degli eroi del nostro tempo, benché del tutto fuori dal nostro tempo. Una scelta non facile, onore alla tenacia. VOTO: 7

OFFIDANI – (…superfluo ogni genere di commento in questo caso…) VOTO: 6

PIAZZAROLESI – Cittadini neo-medioevali e sagra-dipendenti, amanti della roccia e del legno, sono una delle poche realtà “da borgo” sopravvissute alla globalizzazione cittadina. Non hanno interessi particolari o abilità di spicco, solo un’onesta volontà di vivere tranquilli senza arrecare eccessivo fastidio. Ospitano nei loro territori gli illustri cancelli del Villaggio Rozzi. Da ricollegare a loro anche la zona dell’Annunziata e dintorni. VOTO: 6.5

POGGIODIBRETTESI – Tipacci temuti ed evitati dai più, conducono una vita isolata e misteriosa nella loro roccaforte di paese. Risaputo il consumo spesso quotidiano di stupefacenti, la predilezione per le grosse cilindrate e la diffusa grezzura, meno nitidi i rapporti di gemellaggio che li legano a posti a dir poco malsani come Martinsicuro e Stella Di Monsampolo. La loro aura di ragazzi di strada senza peli sulla lingua & assicurazione sulla vita ha attratto molte ingenue fanciulle nei loro regni, da cui poche hanno fatto ritorno… VOTO: 5

PORTAMAGGIORESI – Flagellati dalla pianificazione urbanistica più incoerente di sempre che complica incredibilmente ogni loro minimo spostamento (il numero di rotonde spartitraffico per abitante è da guinness dei primati), sono figure schive e abbastanza oscure, dedite ad un’esistenza casalinga. Da taluni nemmeno considerati ascolani con tutti i crismi. VOTO: 7

PORTACAPPUCCINESI-SPINETOLIANI – Due tra i popoli + buffi dell’entroterra marchigiano correlati da un altrettanto bizzarro legame di affinità. Da un lato le facinorose genti dell’Ascoli periferica, dall’altro i chiassosi paesani sinistrorsi: una miscela insolita ma non del tutto da buttare. Non enumerabili i personaggi leggendari che annoverano tra le proprie fila. VOTO: 7.5

PUNK – In realtà si tratta di un’etichetta riduttiva che include una gran varietà di schieramenti differenti: dai darkettoni agli emo, dai settantasettini ai corporate, con sparute propaggini che toccano zone anche più estreme. Si disprezzano senza remore tra di loro, ignorando forse di essere leggerissime sfumature dello stesso sbiadito colore. In prevalenza ragazze accomunate da una serie di riti largamente sperimentati, quasi canonici: l’ascolto di musica elementare e diretta, da loro definita “rumore”; l’abitudine di fabbricarsi da sole variopinti vestitini di toppe e pezza, di colorarsi capelli e scarpe, di traforare la propria pelle con oggetti metallici di ogni genere e di sfoggiare feticci dall’ambiguo significato; la venerazione per la trash culture con annessi & connessi; un corredo abbastanza omogeneo di film cosiddetti “cult”; l’avversione nei confronti di qualunque altra weltanschauung non asservita al punk, specie ciò che considerano “commerciale”; il fascino dello sballo facile che possibilmente naufraghi nel vomito, metafora totemica della filosofia “acida” condivisa; l’odio per chi maltratta gli animali; la facilità e volgarità gratuita con cui sviscerano réclames  ampiamente trite e ritrite; le pose aggressive contro non si sa bene chi/cosa; la totale mancanza di (auto)ironia. Prendersela con loro ha senso fino ad un certo punto, trattandosi di un universo simbolico che trova filiazioni in buona parte del globo: se non ci credete, fatevi una capatina nella fittissima rete di blog di queste discutibili comunità, peraltro tutti pedissequamente speculari. Piuttosto verrebbe da chiedersi cosa possa scatenare un simile bisogno di sicurezza a portata di mano. A vederle in giro o pigramente stravaccate sulle scalette del Moderno sale sempre un groppone di disgusto in gola, ma accanirsi su di loro equivarrebbe a sparare sulla croce rossa. La loro è pura esibizione senza sostanza, assolutamente irrilevante, e anche il volersi a tutti i costi spacciare come disadattati incompresi e rifiuti martirizzati di una società conformista finisce col dar più fastidio che altro. Fanno pena più che tenerezza gli individui di sesso maschile che si lasciano affascinare se non addirittura coinvolgere in questo perverso gioco al massacro sinaptico, menti magari promettenti bruciate come fiammiferi. Su certi presuntuosi interessi cine-musical-lettarari che esulano dalle loro abituali “competenze” è meglio tacere. VOTO: 4.5

SANBENEDETTESI – Null’altro che una patria in comune, un comune credo calcistico e un rapporto a tu per tu con l’acqua marina. Uno dei pochi legami a doppia mandata con la nostra città è il covo di punkettine associate con i circoli oriundi. Tendono a trattarci meglio di come noi facciamo con loro, non è poco. VOTO: 7

URBINATI – Universitari irascibili e brontoloni, sempre pronti alla contestazione del prossimo, risentono del clima di chiusura ermetica del loro borgo in salita e faticano ad integrarsi con i loro vicini. A volte si ha l’impressione che siano per principio contrari al divertimento sia proprio che altrui, tanta è la collera con al quale censurano ogni svolazzamento di mosca. Inutile cercare di discuterci, non li convincerete mai delle vostre ragioni, loro in compenso faranno di tutto per portarvi dalla loro parte. Forse si tratta semplicemente di persone tristi e incomprese, che però certo non danno grandi spunti di interesse. VOTO: 6

VILLAPIGNESI – Ragazzi di vita pasoliniani, ficomani e spesso tossici, in sintonia con lo sport e i tubi di scappamento, vivono praticamente per strada e prevalentemente nei ristretti confini della loro zona natia, specie nei tellurici paraggi di Segà. I profughi ascolani si sono subito integrati con i frequentatori del Jolly, con i quali condividono le abitudini insalubri e la vita errabonda. Non hanno idee proprie praticamente su nulla ma sono meno tonti di quanto diano a vedere. Caratteri scostanti e spesso non del tutto comprensibili. Discreto tasso di musicisti. VOTO: 6.5

ZECCHE – Volendo essere più sinottici possibile, tutto il complesso di ragazzi, spesso impuberi, faticosamente orbitanti intorno ai pilastri ascolani della vita stradaiola e cagionevole, cui fanno capo il Moderno e il Jolly. Pur non esistendo vere e proprie gerarchie all’interno della peraltro variabile e molto eterogenea combriccola, sono facilmente distinguibili dei decani e delle giovani leve, che guardano ad essi come a guru senza macchia e senza paura. Demotivati e abbrutiti dai loro stravizi (che essenzialmente si limitano alla canapa e ai bicchieri) e da una routine di non-attività di gruppo che si ripetono con quotidiana iterazione, non hanno il benché minimo slancio vitale che possa riscattarli, e non paiono nemmeno infastiditi dalle male lingue che serpeggiano ovunque e da sempre sul loro conto. Imperturbabilmente tranquilli perché perennemente storditi, intorpiditi da un cronico vuoto cerebrale più che dalle sostanze cancerogene che sfoderano in ogni occasione, vestiti in maniera indecorosa e quasi sempre muniti dell’inseparabile skate reliccato, si spacciano per pacifici filantropi senza riserve ma a un’analisi più attenta risultano smaccatamente individualisti, gretti, indirizzati per indole più a farsi i cazzi propri nel loro colorato mondo inesistente che a relazionarsi con l’umanità verso la quale declamano un amore viscerale: in sostanza se ne fottono di tutto e di tutti. Le poche volte che tentano di comunicare tra loro il tutto si risolve in un’indicibile accozzaglia di insulsaggini proferite a mezza voce e occhi semi-chiusi, fattore che deve averli non poco sconfortati riguardo alle proprietà organolettiche del mondo: grazie al cielo invece non siamo tutti come loro. Alcuni s’identificano con l’ideale freak-acido degli scatenati sixties, altri ammiccano alla cultura rastafari, altri ancora frequentano circuiti rap, certi toccano addirittura il misticismo orientale, tutti bene o male non paiono molto convinti dei passi che intraprendono in qualsiasi direzione. A dispetto di questa immagine non esattamente virile, riescono a strappare sospiri a destra e a manca facendo leva sui lineamenti scabri da belli&dannati e una calcolatissima spontaneità gestuale/verbale: poco importa se la loro disinibita spensieratezza relazionale possa essere cagione di problemi anche gravi per chi mai ha osato interferire con la loro dimensione fatata. Sono individui a loro modo pericolosi, in quanto devianti anche per coloro che, incolpevoli, si trovano nelle loro vicinanze. Di sicuro la loro arrendevolezza rimane un fattore di non indifferente fastidio estetico per chi è costretto a contemplarli, beati nella loro incoscienza psicotropa. Alla lunga si fanno odiare senza volerlo, ma in fin dei conti è l’antipatia a pelle quella che resta più impressa nei neuroni (noi che ancora li possediamo…). In caso di rivoluzione di massa è molto probabile che siano le prime possibili vittime di un pogrom su larga scala, e nessuno certo li rimpiangerà. VOTO: 4

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(ancora oggi ignoro chi sia stato a stampare e affiggere in giro per la città la mia umile filippica…)

The Great Lost Xayra Interview

La scorsa primavera, con gli Xayra ormai virtualmente dissolti ma ancora un filo di determinazione nel voler valorizzare in ogni modo quell’esperienza, mi fu proposta un’intervista via mail da una webzine che non menzionerò. Per qualche ragione che non ho voluto indagare, la suddetta non è mai stata pubblicata, e mi piace ovviamente pensare che si sia trattato di un’imperscrutabile forma di censura ai danni miei e della mia ex-band: grama consolazione, ma vuoi mettere il palpitante carisma del prigioniero politico…

In ogni caso, eccola qua:

Dove è nata la tua musica? A cosa o chi si è ispirata?

E’ nata come rielaborazione artistica di un’esperienza traumatica. Il desiderio era quello di esorcizzare un periodo davvero brutto che ho passato, in una forma efficace ma curata, in cui il bisogno di sfogarmi andasse di pari passo con la qualità della realizzazione. Io e gli altri abbiamo cambiato più volte idea riguardo all’impostazione da dare al lavoro (inizialmente pensato come un’opera molto più estrema, musicalmente parlando), prima di approdare all’eclettica sintesi di sonorità che si è rivelata l’alchimia più funzionale (per l’espressione) e godibile (per la fruizione).

C’è una canzone che racconta di te o deve essere ancora scritta?

Tutto il disco racconta di me, dall’attacco del primo pezzo alla coda dell’ultimo, ma penso che quasi chiunque possa rispecchiarsi in ciò che racconto. Tuttavia il disco può essere apprezzato anche ignorando il contenuto dei testi: il nostro obiettivo primario è stato costruire qualcosa di musicalmente valido e accattivante. L’universalità della proposta è una cosa che abbiamo molto a cuore: scrivere materiale che possa essere recepito a qualsiasi latitudine (uno dei tanti motivi per cui cantiamo in inglese) e  resistere al fluire turbinoso delle mode. Quando parliamo di “Large Important Rock” ci riferiamo proprio a questo, ed è innegabile la volontà di prendere le distanze dall’asfittico provincialismo che troppo spesso soffoca l’arte made in Italy, soprattutto in ambiti sedicenti “indipendenti”.

Che rapporto hai con il web e cosa pensi della musica in rete?

Non starò certo qui a blaterare le solite ovvietà su quanto la rete sia al contempo una risorsa & una gabbia, un progresso & un’involuzione, and so on…Come quasi tutte le persone della mia generazione ho un rapporto piuttosto simbiotico con la tecnologia, ma ne riconosco anche limiti e danni.

E’ innegabile che il web abbia facilitato enormemente la diffusione della musica, grazie alla semplicità di utilizzo e ai costi quasi azzerati sia in fase realizzativa che nel successivo accesso universale, per non parlare poi di quanto sia diventato comodo costruirsi una cultura musicale, avendo pressoché tutto a portata di mano e già organizzato su degli appositi scaffali virtuali; l’effetto collaterale è stato però una spaventosa saturazione del panorama (stavo per scrivere del mercato), a livelli già insostenibili. Dall’altra parte della barricata ci sono strutture di divulgazione (siti di streaming e download), selezione (webzine) e discussione (social network) che anziché accettare la sfida del contemporaneo si limitano a mutuare i preistorici meccanismi dell’industria culturale, in maniera sempre più pateticamente inattuale, creando un cortocircuito. In questo caos scriteriato chiunque si sente in diritto di concretizzare la prima idea che gli passa per la testa e di darla compulsivamente in pasto alla collettività: è come se non esistessero più l’amatorialità e il dilettantismo pre-carriera, tutto diventa subito “serio” e “ufficiale”. Più che il riuscire ad emergere, il problema è la possibilità stessa di essere notati nella mischia, figuriamoci di monetizzare la propria posizione (in uno scenario così prossimo al collasso è ormai inverosimile anche solo il non andare in perdita, sebbene la dimensione gratuita dell’offerta debba senz’altro rimanere una priorità etica).

L’unico antidoto a questa plausibile catastrofe (che sta bene a molti e può star bene anche a me, essendo l’anonimato intrinsecamente rassicurante, per quanto non soddisfacente) è l’autocritica individuale, una forma edulcorata di quella che un tempo sarebbe stata definita coscienza: bisognerebbe realizzare quanto ciascuno di noi può nuocere in un quadro così affollato e “scendere in campo” solo quando si ha tra le mani qualcosa di realmente potente e necessario, non solo per approfittare di una possibilità offerta o per l’egoistico gusto di farlo. Io sono stato anni senza suonare, ho dissotterrato l’ascia solo quando sono stato sicuro di avere qualcosa di urgente da dire, e di poterlo fare in maniera interessante.

Insomma, a conti fatti i contro sembrerebbero sopravanzare abbondantemente i pro. Tuttavia, questo orizzonte possiede un suo fascino nichilista: una realtà totalmente anarchica, frammentata a livello atomico, è senza dubbio un terreno stimolante, se non altro più inafferrabile e meno permeabile a speculazioni, soprattutto non vincolata dall’eterno ricatto del successo commerciale. Un mondo in cui ognuno è autore, esecutore, proprietario ed esercente (anche se a titolo principalmente gratuito) della propria musica è potenzialmente un mondo più libero e democratico: siamo minuscoli e invisibili, ma lo siamo tutti, quindi in teoria la concorrenza è leale.

A ridimensionare queste illusioni è però, anche qui, una constatazione spietata: è evidente che la possibilità di acquistare spazi di visibilità (un tempo potevano essere i passaggi in radio o la pubblicità sulle riviste, adesso magari sono i domini dei siti o le inserzioni a pagamento sui social) rimarrà un fattore determinante anche nel “democratico” web. Maggiori le disponibilità economiche (e perché no, le “conoscenze influenti”), maggiori le possibilità di emergere. Chi è potente nel mondo reale lo sarà anche in quello virtuale (e anche più di prima), chi invece non lo è mai stato rimarrà presumibilmente tale. Ho insomma l’impressione che la rete, lungi dall’aprire nuove reali opportunità, bene che vada si limiti a confermare con zelo lo status quo: una grande occasione mancata. E non parlatemi di libero mercato: questa è pura e semplice legge della giungla…

Quanto a me, lo stare nell’ombra non mi turba affatto, anzi mi ci trovo a mio agio. La maggior parte delle persone però sembra più interessata a lamentarsi, senza nemmeno ipotizzare delle possibili soluzioni…

Cosa pensi della musica di oggi e tu dove ti collochi?

Trovo che parlare di “musica di oggi” abbia poco senso, data la sterminata moltitudine di scene organiche e di altrettanti mine vaganti, in un mosaico talmente vasto da renderne ardua un’esatta mappatura.

Dovendomi per forza collocare, penso che mi scaraventerai in qualche angolo in cui possa ancora essere lecita una terza via tra la sperimentazione e la comunicazione, la complessità e l’immediatezza, il rumore e la melodia.

Questa improbabile campana di vetro del sempre a sproposito invocato indie rock è ormai un ecosistema a se stante dentro alla biosfera del mainstream (di cui in realtà, a ben vedere, non fa altro che riprodurre in piccolo gli stessi meccanismi deleteri, se possibile peggiorandoli) in cui, pur col portafoglio sgonfio, si può relativamente prosperare sfamando la propria autistica nicchia. O forse solo il proprio ego…

Quale sarebbe lo scenario, il luogo ideale per fare conoscere la tua musica?

Le ispirazioni degli Xayra provengono quasi esclusivamente dagli Stati Uniti in generale e dal Midwest in particolare, quindi se dovessi dipingermi da qualche parte di sicuro mi immagino in quei dintorni. Certo, il periodo a cui ci riferiamo (a cavallo tra fine’80 e inizio’90) ormai ha quasi esaurito il suo ciclo vitale, e lì comunque avremmo una concorrenza fin troppo agguerrita a scoraggiarci…Alla fin fine è il solito discorso: conviene rimanere a casa propria con la possibilità di ritagliarsi una posizione in un ambiente incongruente o inseguire i propri sogni rischiando di venire sepolti da gente troppo più brava e motivata?

A cosa stai lavorando? Cosa c’è nel futuro della tua musica?

Bella domanda…Gli Xayra al momento sono in stallo forzato, dato che il batterista sta studiando all’estero e l’altro chitarrista lavora fuori Roma. Il gruppo è nato fondamentalmente per realizzare il disco e lo scopo è stato portato a termine, di continuare non se ne è mai parlato con troppa determinazione. Io al momento tengo in vita il progetto con delle sporadiche date solitarie e continuo a scrivere materiale in quello stile, ma collaboro anche con altre band e ho ambizioni di varia natura, quindi ora come ora non so dire che fine faremo…

Spero senz’altro che ricapiti di fare qualcosa insieme agli altri, che oltre ad essere cari amici rimangono tra i musicisti più talentuosi con cui abbia mai lavorato.

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(foto di Alessandro Messina)

Non tutti ci hanno rifiutato: gli Xayra intervistati da The Freak

I Wilco sono la più grande live band del pianeta

Non pago di essermi appena gratificato i timpani con i King Crimson, a Roma giusto la sera prima, rieccomi subito in pista per un’altra avventura concertistica. A Milano stavolta, e di nuovo assieme a mio padre: ci tenevo a capire che tipo di impatto potesse avere su un sessantenne un gruppo assolutamente contemporaneo eppure assolutamente classico come i Wilco, e lui si è fatto trascinare volentieri.
Non che possano sussistere dubbi sull’universalità lessicale dei Chicago Six, memori tanto della tradizione folkeggiante a Stelle&Strisce (sulle orme degli Uncle Tupelo, la band precedente di Jeff Tweedy, indimenticati profeti dell’alt-country) quanto della babilonia ’60/’70, il tutto riletto con le sonorità sporche dell’alternative rock, una sfrenata fantasia arrangiativa e un approccio sperimentale che trova sul palco la sua dimensione ideale, sull’esempio dei maestri Grateful Dead. La cifra per comprendere il loro universo lirico-musicale è l’Epica: qualsiasi cosa esca dai loro amplificatori ha la potenza stratificata di una grande narrazione o il respiro dilatato di un paesaggio senza orizzonte, anche quando sussurra una confessione o si imbruttisce di proposito con il veleno atonale e l’elettronica lo-fi, in barba a qualsiasi lagna postmoderna. In questo senso i Wilco sono non solo gli ultimi grandi classic rockers, ma una fondamentale nuova voce del Grande Romanzo Americano, e la loro arte è più prossima a Steinbeck e Faulkner che all’alternative nation post-Lollapalooza. Ma sarebbe ingeneroso circoscrivere il loro perimetro ai soli scenari statunitensi: Tweedy & soci potrebbero far ballare abbracciati un eschimese e un masai, un’impresa che ha del miracoloso data la complessità del mondo in cui viviamo, e che con ogni probabilità non ha eguali nel panorama internazionale. Il loro è un costante inno ad
un rock totale, enciclopedico ma non citazionista, che non deve rendere conto a nessuno (nel senso letterale del termine: in quanto proprietari sia del loro studio che della propria etichetta, i Wilco sono tra le poche band davvero “indipendenti” in circolazione) ma vuole accontentare tutti, capace di coniugare con la stessa energia Hank Williams & i Neu. Nonostante i mille cambi di formazione e gli innumerevoli voltafaccia stilistici, la proposta dei Wilco (profondamente radicata nell’humus creativo di una città da sempre in bilico tra recupero e innovazione) rimane una scialuppa di salvataggio inaffondabile per tutti gli appassionati di Grande Musica.
Li avevo già ascoltati a Ferrara l’estate scorsa (in quell’occasione aperti da un gradevole ma forse troppo monocorde Kurt Vile), e la mia reazione immediata dopo l’esibizione è stata procacciarmi il biglietto per il prossimo appuntamento a portata di mano. Non sono il tipo che si fissa con una band e inizia a pedinarla in ogni suo spostamento, ma quel concerto mi ha lasciato così sconvolto da volerne ancora, e al più presto.
Il Fabrique è strapieno, il pubblico impaziente, l’atmosfera elettrica, e con una puntualità tutta midwestern eccoli materializzarsi alle nove in punto sul palco. Tweedy è al solito un adorabile antidivo, con la sua mise da cowboy fuori tempo massimo e i chili di troppo in alcun modo mascherati.
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Attaccano senza troppe cerimonie, e l’apertura è davvero da pelle d’oca: Ashes Of American Flags, polverosa ballata tratta dall’ultra-cult Yankee Hotel Foxtrot (nonché titolo dell’omonimo, indimenticabile documentario sulla vita on the road della band) è solenne come un western di Peckinpah, e alla luce di quanto accaduto pochi giorni prima negli States si colora di un significato ulteriore, profondo, sinistro. La voce sull’orlo del pianto, un basso caldo e avvolgente, la chitarra acustica a scandire malinconicamente gli accordi con l’impeccabile contrappunto della Jazzmaster di Nels Cline, che nell’impressionante crescendo finale si concede un assolo sofferto come una marcia funebre, quasi un requiem per tutti i diseredati d’America, il resto della band ad accompagnare con coinvolta discrezione. Per quanto mi riguarda potrebbe anche concludersi qua, credo di avere le lacrime agli occhi, e la commozione di tutta la platea è palpabile: è anche solo per banali colpi di teatro simili che i Wilco sono la più grande live band del pianeta.
A ribadire il concetto arriva l’acquerello impressionista di Normal American Kids, tratta dall’ultimo Schmilco, splendido esercizio di folk-pop intarsiato di bizzarrie noisy. Suonano solo Tweedy & Cline, una parentesi raccolta che dà voce allo spaesamento del testo. Chi, dopo due brani palesemente ammiccanti, si aspetta un comizio in piena regola è presto accontentato: un Tweedy insolitamente loquace interromperà per ben due volte il concerto con un sermone asciutto e appassionato, degno di un Pete Seeger d’altri tempi: “Ce la caveremo. Saremo sempre più di loro, ci sarà sempre più Bellezza nel mondo, e stasera considerateci come ambasciatori della Bellezza” “Elaboreremo questo lutto. Ora più che mai è importante essere attivi”. “In questo momento tutti in America si guardano e si chiedono ‘cosa posso fare?’ E’ una buona cosa”. “E’ stato un errore catastrofico, ma tutti adesso si stanno chiedendo come impegnarsi per proteggere la parte più debole della società”. Cos’altro aggiungere?
Si prosegue con altri due brani freschi di pubblicazione, If I Ever Was a Child (il singolo di punta) e Cry All Day (il mio preferito della raccolta), impreziosite da un ammirevole gioco di armonie vocali, per poi sfoderare l’artiglieria pesante: I Am Trying To Break Your Heart rimane uno degli anthem metafisici dei sei, un perfetto concentrato di tutte le loro virtù, in bilico tra la linearità della rock ballad e le sottili tentazioni avantgarde dell’arrangiamento (influenzato dal produttore/complice Jim O’Rourke, fantasma sempre aleggiante sulla loro musica), oltre che un piedistallo per il talento di Glenn Kotche, tra i migliori drummers sulla piazza. YHF è stato l’ultimo classico tradizionalmente inteso del rock contemporaneo, ne sono sempre più persuaso. Tanto per insistere sull’incudine anticonvenzionale arriva Art Of Almost, fantasia astratta e destrutturata con un tripudio di crepitazioni elettroniche e una coda da vertigini, che accelera a mille giri al minuto come una droga potentissima che sale senza curarsi delle conseguenze.
Una botta di satura energia garage con Pickled Ginger (dal penultimo Star Wars, gustoso psycho-pastiche regalato in free download) e poi si torna sui terreni più squisitamente wilcoiani di Misunderstood, che a metà ’90 fu uno dei loro primi brani importanti, con tanto di intermezzo rumorista e finale da stadio.
Someone To Lose, altra puntata sul più leggero repertorio recente, lascia subito il posto ad un immancabile appuntamento per i fan del gruppo: Via Chicago è il tipico brano che solo loro avrebbero potuto scrivere, schizofrenica coesistenza tra il passo lento del lamento country e la detonazione apocalittica dell’improvvisazione free, un testo che pare uscito dalla penna di un autore noir e una ragnatela di dinamiche interne che scuote mente & corpo.
Reservationsè una perla inattesa, una stasi lirica cantata con il cuore in mano su un pregevole arrangiamento country-gospel, con un organo quasi liturgico e senza batteria. Poi l’aria inizia ad avere un altro sapore, si respira una tensione a fior di pelle e si fa carne il momento più vagheggiato: Impossible Germany è il manifesto assoluto dei Wilco, uno dei brani più sottilmente psicologici della storia del rock, un deliberato giocare con i nervi dell’ascoltatore rimanendo costantemente sul filo del rasoio. E’ spasmodica l’attesa, e dopo due strofe eccolo, l’assolo più iconico degli ultimi vent’anni, tra gli ultimi grandi artefatti chitarristici di questo secolo: Nels grana le due note iniziali come se affilasse delle lame, cita la prima porzione a memoria col trasporto di chi si stupisce ad ogni risveglio e poi si lascia andare ad una lunga e insolita improvvisazione, quasi tutta giocata sul registro basso con occasionali sortite jazzistiche, senza la visceralità blueseggiante sfoggiata in altre occasioni, un esercizio pittorico difficile e intensissimo; gli altri lo sostengono come dei leali commilitoni, accompagnandolo passo passo nella fluida evoluzione armonica quasi prog, fino a scaricare tutte le scorie nell’esplosione finale, necessaria catartica infinita. Nel complesso durerà più di otto minuti, una delle versioni più pazzesche che mi sia capitato di ascoltare, vetta mozzafiato della serata. Il pubblico è in delirio, almeno quattro applausi di differente intensità si sono sovrapposti al brano. Esiste forse un’altra band al mondo che, nel 2016, riesce ad incantare una platea di giovani smaliziati con un assolo, rudere da archeologia rock per eccellenza, senza risultare neppure per un secondo passatista, retorica o autocompiaciuta?
Jesus, Etc è ideale per rimettere in circolo la serotonina dissipata dal brano precedente, tutti in coro a scandire versi semplici eppure criptici, un saggio critico sull’inafferrabile poetica tweedyana, tutta dentro e tutta fuori il proprio tempo.
Altri due brani da Schmilco, peraltro riuscitissimi (Locator e We Aren’t The World) e poi un ironico tuffo nel passato con Box Full Of Letters, dal loro primo album, ricca di umori jingle jangle e vivificata da un’inattesa tonicità. Il ritmo rimane sostenuto con Heavy Metal Drummer, con Kotche bestiale nel sostenere il ruolo del titolo, una galoppata nostalgica tutta da ballare.
Tweedy inizia a lisciare il pelo della sua mitica SG con lente note imbottite di fuzz, e il brano risultante non può che essere I’m The Man Who Loves You, sghembo rock’n’roll che ricorda tutto ma non somiglia a niente. A riaddolcire gli animi ci pensa la beatlesiana Hummingbird, luminoso gioiello dal monumentale A Ghost Is Born, col suo pianoforte tintinnante da operetta vaudeville e Jeff ispiratissimo a menar le danze senza la chitarra a tracolla.
The Late Greats, sentito omaggio a tutti i dimenticati senza riscatto, chiude trionfalmente un set al cardiopalmo.
Si torna presto alla carica con i bis: la band è un unico organismo nel forgiare il riff martellante di Random Name Generator, pare siano incollati insieme, non c’è mezza battuta fuori griglia. La tabula rasa definitiva arriva però con Spiders (Kidsmoke), un’ipnotica, ossessiva cavalcata kraut di oltre dieci minuti guidata dai ronzii epilettici della chitarra di Tweedy e spezzata dalle impennate muscolari dei colleghi, con l’inarrivabile fantasista Kotche a trasformare ogni stacco in un brano a sé.
Altra breve pausa e poi il commiato con un breve set acustico, Cline alla slide guitar e l’instancabile polistrumentista Pat Sansone al banjo: California Stars (tratta da Mermaid Avenue, il celebre album-tributo a Woody Guthrie in collaborazione con Billy Bragg) è dolce e rilassata come una favola della buonanotte. Poi War On War, riflessione fatalista, delicatissima nella sua tensione. La chiusura è emozionante quasi quanto l’incipit: A Shot In The Arm è un inno che ha senso solo se urlato a squarciagola, e il pubblico non se lo fa ripetere due volte, un coro compatto tra sconosciuti che per una sera sono tutti fratelli, così coordinato da sembrare concordato.
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Felici, ci facciamo strada tra la calca fuori dal locale. Mi accorgo di non avere voce e di essere uno straccio di sudore, con la pungente aria meneghina a solleticarmi i capelli zuppi. Mio padre pare deliziato quanto me: missione compiuta.
Nel complesso è stata una performance più concisa e meno ruvida rispetto a quella estense, più coesa, forse meno trascinante ma di sicuro più struggente. Certo, mi sarebbe piaciuto cantare tantissime canzoni mancate all’appello (ancora una volta nessun ripescaggio dall’ottimo Wilco (The Album), e anche il mio favorito Sky Blue Sky semi-ignorato), ma d’altronde nei concerti le assenze contano sempre più delle presenze, e riassumere oltre vent’anni di esaltante carriera in poco più di due ore non è compito facile. Non mi sarebbe dispiaciuto nemmeno un omaggio all’appena scomparso Leonard Cohen, ma in fondo meglio così: sarebbe suonato furbetto, e i Wilco ruffiani non lo sono mai stati.
Mi guardo intorno e vedo solo facce soddisfatte, distese, sorridenti: ognuno dei presenti avrà senz’altro avuto i suoi grilli per la testa e i suoi problemi domestici più o meno irrisolvibili, ma per due ore si sono presi una vacanza dalla propria vita e adesso conta solo questo, rigustarsi le belle sensazioni assaporate prima di mettersi a letto, al resto semmai si pensa il giorno dopo: se non è questo il potere vivificante del rock’n’roll…
Prima di andare via capto un coetaneo di mio padre che esclama sguaiato: “sono stato anni in apnea per non sopportare cose come la disco music e il rap, finalmente un gruppo che rispolvera l’energia del rock come era una volta!”. Non concordo necessariamente con le premesse, ma il messaggio mi sembra chiaro. I Wilco sono forse l’unico gruppo sulla crosta terrestre capace di mettere d’accordo le età anagrafiche e le provenienze geografiche più disparate, semplicemente facendo ciò che gli riesce meglio: della grandissima musica senza frontiere.

Setlist:

1. Ashes Of American Flags
2. Normal American Kids
3. If I Ever Was a Child
4. Cry All Day
5. I Am Trying To Break Your Heart
6. Art Of Almost
7. Pickled Ginger
8. Misunderstood
9. Someone To Lose
10. Via Chicago
11. Reservations
12. Impossible Germany
13. Jesus, Etc.
14. Locator
15. We Aren’t The World (Safety Girl)
16. Box Full Of Letters
17. Heavy Metal Drummer
18. I’m The Man Who Loves You
19. Hummingbird
20. The Late Greats
Encore 1:
21. Random Name Generator
22. Spiders (Kidsmoke)
Encore 2:
23. California Stars
24 War On War
25. Shot In The Arm

Vi racconto Resilience Blues

 

Front

Gli Xayra sono un quartetto Large Important Rock che suona “musica adolescenziale per adulti”, nato a Roma nel 2014 e formato da Gian Mario Bachetti, Italo Ragno, Costantino Ragno e me. Resilience Blues è un concept album autobiografico registrato quasi interamente in presa diretta presso Gli Artigiani Studio di Roma, prodotto da Fabio Grande con l’assistenza tecnica di Pietro Paroletti e masterizzato da Carl Saff a Chicago (città in cui ho scattato le due foto che compaiono sul fronte e sul retro, poi elaborate nell’artwork curato da Marco Claudio Trecca). Gian Mario ha suonato il basso, Italo la batteria, Costantino le chitarre elettriche. Io ho suonato le chitarre elettriche, la chitarra acustica, il pianoforte, il sintetizzatore, l’armonica, ho cantato tutte le canzoni e ho composto tutti i testi e buona parte della musica. Fabio ha contribuito anche suonando il pianoforte e il sintetizzatore e facendo i cori, e in due canzoni compaiono Lorenzo Autorino ai cori e Jimmy From Ohio al sintetizzatore. Lo trovate praticamente ovunque, tra cui qui, qui, qui, qui, qui e qui. Quella che segue è una particolareggiata guida all’ascolto, che analizza la trama del racconto svelandone i retroscena.

01 – RESILIENCE BLUES

La title track segna un’uscita dal tunnel inattesa proprio quando tutto sembrava perduto: in un dialogo quasi schizoide con se stesso, il protagonista ritrova la sua “parte sana” e la accusa di averlo abbandonato quando più avrebbe avuto bisogno di lei; ma la rabbia lascia subito il posto al sollievo per la riconciliazione e alla speranza per le nuove possibilità che potrebbero aprirsi, con il fermo proposito di “non tornare mai più nel limbo”. E’ l’approdo ad una nuova consapevolezza e maturità che verrà poi ulteriormente focalizzata su “Looking For An Aeroplane Full OF Hope”. Nel concept originale sarebbe dovuta essere la penultima traccia del disco, subito dopo la premonizione di rinascita suggerita nel finale di “Endless Aeon”: è stato il nostro produttore a consigliarci di metterla in apertura, facendone così una potente “sigla” dell’opera. Questa scelta trasforma radicalmente la materia trattata: il finale viene subito svelato e tutto il lavoro può essere letto come una reminiscenza, rendendo più accattivante la narrazione. L’ingenuo ottimismo del testo si riverbera anche sulla musica, sferzata da una trionfale frase di organo, mai così vigorosa e positiva nel corso del disco. Tuttavia, rimane qualche perplessità sull’effettiva “guarigione”: parlare da soli non è esattamente un segno di lucidità ed equilibrio…

02 – BIPOLAR LAMENT

L’inizio del viaggio, tratteggiato con poche pennellate, astratte quanto rigorosamente autobiografiche: reduce da un devastante esaurimento nervoso che lo ha spinto al suicidio, il protagonista si aggira spaesato per le strade di New York, evocando una figura femminile (una persona amata, una raffigurazione del suo senno ormai smarrito o un’allegoria dell’America stessa) che pare dominare la sua mente già inevitabilmente deteriorata; mentre la realtà perde a mano a mano consistenza, affiorano foschi sentimenti auto-annichilenti. La lunga suite strumentale insegue sinesteticamente questa discesa nel delirio, ma con i suoi repentini cambi d’atmosfera cerca anche di restituire le vertigini umorali causate dal disturbo del titolo, fino al crollo che prelude alla definitiva perdita della propria identità. Nel finale, ormai dissociato e costretto ad osservare impotente la propria disintegrazione, l’unica soddisfazione deriva dall’infantile speranza (affidata ad un interlocutore indefinito e forse inesistente) che tutto il mondo possa conoscere e riconoscere la propria disperazione, mentre un ipnotico susseguirsi di loop chitarristici sfuma in un silenzio sinistro, da morte cerebrale.

03 – I MIGHT BE HAPPY

E’ stato in assoluto il primo brano ad essere composto, quando l’architettura generale non era ancora ben definita. Il crollo è consumato, la luce non s’intravede e il suicidio si è già dimostrato una strada impraticabile: non resta che cercare di sopravvivere nella maniera più dignitosa possibile. L’affannosa ricerca di ciò che si è perduto lascia il posto all’interrogarsi sulle ragioni profonde della propria condizione, di cui si coglie l’aspetto patologico senza tuttavia riuscire a scavalcarlo, arrivando alla paradossale conclusione declamata nel ritornello (l’angelica seconda voce è fornita dal nostro produttore Fabio Grande): nulla è fuori posto, è la testa a non funzionare più come dovrebbe. Sullo sfondo si staglia costante il timore di impazzire, esemplificato dalla metafora dell’uomo primitivo che ha paura di chiudere gli occhi perché “la mia notte ingoierebbe il vostro giorno”. Nella seconda parte, l’apparente assenza di vie d’uscita si concretizza nella rabbia verso un “parassita spirituale” contro cui sfogare la propria frustrazione, aggravando il senso di scissione emotiva che è alla base della paralisi. La musica scorre semplice e diretta, un inno all’adolescenza ormai tramontata, fino ad un’improvvisa esplosione di rumore che raffigura quel frastornante caos mentale che impedisce al protagonista di “ascoltarsi” e riprendere in mano la propria vita come vorrebbe.

04 – BYE BYE, MYSELF

Uno dei pochi brani del disco in cui testo e gran parte della musica sono stati scritti da due persone differenti in due momenti diversi e poi accorpati, senza che ciò nuocesse alla coerenza e all’efficacia. Nel draft originale era inserita tra “Bipolar Lament” e “I Might Be Happy”, e rappresenta difatti una fase intermedia tra i due momenti: il crollo si è appena verificato e il protagonista contempla inebetito le macerie fumanti di ciò che è stato. In questo intorpidimento anestetico, in cui tutto pare insensato, l’unica sensazione che riesce ancora ad avvertire è lo stupore per la nuova condizione, mai provata prima. La rassegnazione delle strofe (rese ancora più oppiacee dalla voce fantasmatica del nostro amico Lorenzo Autorino) si tramuta nei ritornelli in un tormento più vivido, in cui ci si chiede cosa sia accaduto e stia accadendo, concludendo che forse non resta che salutare simbolicamente la propria identità perduta. Ci si può solo rassegnare quando “il proprio cervello decide di spegnersi da solo”. Mentre la confusione non stenta a placarsi e ogni soluzione (si riaffaccia, velata, anche l’ipotesi del suicidio) pare inefficace, nel finale si tenta per l’ultima volta e senza successo un autoriconoscimento, preludio alla resa di fronte alla psicosi ormai incontrastata.

05 – HUGE EMPIRE OF NONSENSE TUMBLING DOWN VERY POLITELY

Il protagonista annega sempre più dentro se stesso: stordito, se ne sta a guardare in disparte mentre il suo mondo continua a cadere a pezzi, ripetendo ossessivamente un verso a metà tra un mantra e una ninna nanna, che pare rimbombare nella voragine scavata dallo scarno arpeggio della chitarra. Nel finale parlato accenna ad una festa che si sta svolgendo da qualche parte, lontano dalla sua impenetrabile solitudine, ostentando indifferenza per l’occasione perduta dato che ormai nulla ha più alcuna importanza, mentre un dissonante loop di e-bow accompagna la sua discesa nella follia attorcigliandosi nel vuoto.

06 – …AND THEN, THE SACRIFICE

In un momento di maggiore lucidità, il protagonista torna a riflettere sulla sua condizione, ma lo fa nel modo peggiore: da un lato si colpevolizza senza pietà per essersi comportato in maniera sconsiderata, dall’altra cerca di discolparsi prendendosela con un fattore esterno (poco importa se sia la sua mente malata o un’entità soprannaturale cieca di fronte ai destini dell’umanità), accusato di non perdonare nessuna distrazione e di impedire così l’apprendimento da un’esperienza che si rivela subito invalidante, rendendo inefficace qualsiasi contromisura. La sensazione di aver “perso il proprio treno” a causa dei suoi errori si accompagna ad una paura crescente per ciò che sta vivendo, sfogata in un reiterato mea culpa che si accompagna allo straziante desiderio di poter tornare indietro per correggere ciò che si è sbagliato. L’andamento fuorviante della musica, che parte come una ballata pianistica volutamente melensa e precipita di punto in bianco in un martellante inferno noise (in origine pensato come un semiserio brano a sé stante), ben rappresenta questa lacerante disperazione senza uscita.

07 – WORRIES+FAULTS

Proseguono le sconsolate riflessioni del protagonista, conteso tra una malinconia sempre più languida e lampi quasi allucinati di speranza: la depressione seguita all’esaurimento (e i farmaci che è costretto a prendere) lo hanno indebolito a tal punto che riesce a mala pena a stare in piedi, costretto a passare giornate intere fissando il vuoto, rimuginando e avendo l’impressione di “rimpicciolirsi” giorno dopo giorno. Non mancano le solite, feroci autoaccuse, qui mosse dalla vergogna per la condizione che si sta vivendo piuttosto che dalla rabbia per averla provocata. La sensazione di non avere le forze per farcela da solo lo spinge a chiedere aiuto ad una presenza lontana non meglio circostanziata, pregandola di essere paziente, di sostenerlo e tirarlo fuori dalla palude in cui sta inesorabilmente sprofondando, mentre rispunta la sagoma sfumata dell’America a rappresentare un vaneggiato orizzonte di fuga. La voce, spremuta sul più alto registro possibile, è quella di un bambino impaurito, e nei ritornelli c’è posto solo per un trasognato vocalizzo in falsetto, come se le parole (e la razionalità) non potessero più nulla. L’immobilità del brano viene scossa dalla tesa invocazione finale, ma la speranza rimane flebile: le immagini inquietanti del terremoto in arrivo e del soffitto che sta per crollare evocano scenari non rassicuranti, e l’enigmatica figura femminile attesa in una delle ultime strofe potrebbe essere null’altro se non una personificazione della morte. La situazione sta per precipitare.

08 – USELESS ESCAPE FROM MY SWEET TERRIBLE NOWHERE

Viene descritta la faticosa routine quotidiana del protagonista: alzarsi la mattina diventa sempre più difficile, tutto pesa più del dovuto e le giornate paiono una la fotocopia dell’altra, dominate da meccanismi ossessivi sfibranti quanto ineludibili. Contesa tra abbandoni lirici e metafore militaresche, prosegue intanto l’autoanalisi, che per quanto lucida sembra sempre più sterile e solo funzionale ad alimentare il malessere. Al senso di colpa si è sostituita una sensazione di impotenza totale di fronte alla perversione autodistruttiva della malattia (in cui si è al contempo ostaggi e carcerieri, bersagli e cecchini), che quantomeno funge da assoluzione per le proprie presunte colpe. Le metafore apocalittiche evocate nel brano precedente si fanno ancora più minacciose (il sole spento, il meteorite in arrivo, “l’ultima notte”). L’andamento sostenuto del brano (il cui riff cristallino è oppresso dalla robustezza dell’accompagnamento) viene spezzato a metà da un turbine psichedelico, una fuga forse immaginaria dal dolore in cui si torna ad evocare un aiuto salvifico dall’esterno. Nel finale torna l’amara consapevolezza che “le cose purtroppo vanno bene” e l’unico problema è dentro la sua testa, concludendo con un’autoironica citazione loureediana che suona quasi come una beffa.

09 – NO PLEASURE AT ALL

In un’atmosfera misticheggiante dipinta dal sintetizzatore si fa strada un monotono lamento a cappella, in cui viene espresso il proprio senso di alienazione, al contempo causa e conseguenza del disagio. Dopo una lunga introduzione strumentale a base di chitarre riverberate si approda ad una constatazione che non concede scampo: se si è condannati all’infelicità, ricattati tanto da se stessi quanto dallo schiacciante peso della “gravità”, la lotta è impari e dunque vana. L’assunto viene presentato come una una condizione ineluttabile e assume contorni cosmici, come se questa sorte implosiva accomunasse in fin dei conti tutti gli esseri umani. Curioso come uno spiraglio di luce vada ad insinuarsi proprio in un contesto così plumbeo: provare piacere è ormai impossibile, ma il protagonista nonostante tutto “continua a cercarlo”.

10 – AN ENDLESS AEON OF SILLY SILLY SORROW

Il brano più lungo, complesso, pesante, disperato dell’intero lavoro. Gran parte del testo è ricavato dal diario personale di chi scrive, in un estremo tentativo di esorcizzare i propri demoni, mettendosi a nudo senza mediazioni. Si tocca il punto di non ritorno: il protagonista ha visto fallire tutti i propri tentativi di risollevarsi e ha perso qualsiasi speranza e pulsione vitale. Tornano più violenti che mai l’autocolpevolizzazione, il rimpianto per un’energia ancora vicina nel tempo eppure lontanissima nella percezione, lo svuotamento di senso che priva la realtà del proprio valore. L’unica debole consolazione è la consapevolezza della difficoltà obiettiva della missione che ci si è posti. Se non si è più se stessi, se si è smarrita quella “luce senza la quale si è meno di niente”, continuare a vivere è una tortura che non giova a nessuno. Il suicidio (annunciato da un assolo quantomai acido e contorto) si prospetta come l’unica possibile via di uscita rimasta, poco importa se è una strada che ha già mostrato i propri limiti (e che anzi ha largamente contribuito a rendere il danno iniziale irreparabile): per giustificare la propria decisione, vengono elencate quasi in trance le proprie contraddizioni e manchevolezze, l’essere stato di volta in volta troppo serioso o troppo superficiale, troppo prudente o troppo avventato, troppo accomodante o troppo intransigente, suggellando lo strazio con una frase così terribile da scatenare una serie di epilettiche evoluzioni strumentali, che rappresentano altrettanti momenti di lotta con se stessi; tuttavia, se in un primo momento le progressioni atonali e le sfuriate metalliche lasciano presagire una netta sconfitta, l’ultimo atto della suite vira improvvisamente su un’armonia più solare e ariosa, con una liquida frase di e-bow a dettare nuovamente la danza della vita: proprio quando i giochi sembravano chiusi, il protagonista ritrova un senso a cui aggrapparsi e la forza per farlo. L’outro pianistico, che armonicamente riassume le varie fasi del conflitto, è il definitivo congedo dall’incubo e il proemio di una possibile rinascita.

11 – LOOKING FOR AN AEROPLANE FULL OF HOPE

L’unico brano a non aver vista mutata la propria posizione rispetto all’idea su carta è anche l’unico ad essere stato eseguito da una sola persona, con il solo ausilio di chitarra acustica e armonica, al servizio della canzone più sinceramente pop della raccolta. Si ritorna al presente, con il protagonista ancora confuso ma sollevato, riscopertosi saggio dopo essere sopravvissuto alla tremenda esperienza, quantomai desideroso di condividere riflessioni tanto ovvie quanto (proprio per questo) catartiche. Non ha più importanza capire cosa sia accaduto esattamente, la realtà si autogiustifica e spesso non è sviscerabile in maniera lineare. Torna fugacemente l’afflizione per il tempo che si è sprecato, ma ci si rasserena di fronte al dato di fatto che l’avventura è finita bene. Si avverte un forte bisogno di leggerezza e positività, con il principio zen della soluzione insita nel problema a fungere da ombrello. Forse è vero che più siamo felici più tendiamo a lamentarci. Il percorso di maturazione si chiude con la certezza che “un giorno tutto risulterà chiaro”, e che si verrà in qualche modo ricompensati per la sofferenza patita.

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Gli How Beats Why hanno demolito la mia autostima (e ne sono felice)

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Avviando la riproduzione di Blunk (termine slang che, non a caso, può voler dire sia “sbronzo” sia “strafatto” sia “tutte e due le cose insieme”) si ha l’impressione di essere scaraventati dentro un caleidoscopio rotante a velocità variabile le cui pareti vengono fatte saltare in aria con delle mine giocattolo facendo piovere coriandoli glitter su uno strato di colla vinilica aromatizzata alla frutta avariata: e la cosa pazzesca è che questo frenetico zibaldone di visioni accavallate riesce anche ad essere molto, molto sexy.

Ambizioso nella scrittura, fantasioso negli arrangiamenti, rigoroso nelle esecuzioni, pregevole nella produzione, l’atteso sophomore della band romana è una dichiarazione di guerra alla banalità che non rinuncia mai alla piacevolezza dell’ascolto, in un’esaltante miscela di complessità e fruibilità. Dall’attacco del primo brano allo sfumare dell’ultimo, questo disco targato New Sonic Records è irrorato da un’eccellenza rara su tutti i fronti: vasta cultura musicale, impeccabile competenza degli strumentisti, ammirevole consapevolezza nell’uso dello studio di registrazione, misurato gusto anche quando si esagera con gli effetti e si preme sull’acceleratore della stravaganza ritmico-armonica. La miriade di riferimenti che lo abitano denotano un’onnivora tentazione enciclopedica quanto una profonda appartenenza alla contemporaneità, e la quantità/qualità della carne al fuoco è tale da dare le vertigini (il titolo ci aveva avvisati, d’altronde…).

Una possibile chiave di lettura della loro musica si può rintracciare proprio nel fascino perversamente allitterante del loro nome (prima fuso in un mostruoso agglomerato consonantico, adesso distribuito in tre più gestibili moncherini): il “come che batte il perché” è in fin dei conti il principio che regola la scienza moderna (dedita ad indagare i meccanismi più che le cause), ma è anche una splendida dichiarazione di anarchia estetica, che trasuda l’insopprimibile bisogno di non porsi argini che anima chi mette in atto i propri obiettivi senza fornire troppe giustificazioni.

Non limitandosi a modificare la targa della macchina, l’estroso leader Posho (ex-Dispo) ha deciso di fare tabula rasa anche dei passeggeri: i sintetizzatori imbizzarriti di Nicoletta Nardi al posto della seconda chitarra, i saporiti sassofoni Morphine-iani di Sabrina Coda a solidificare le frequenze basse, il morbido drumming di Francesco “Pit” Pitarra ad amalgamare i frammenti del mosaico, e uno scatenato dispiego di doppie o addirittura triple voci che donano godibili venature rétro al già stratificato pastiche. Il non-discorso avviato col notevole predecessore Pink Pigeon viene così instradato su nuovi binari, arrotondando certe nodosità math (ancora avvertibili, specie nelle aspre corde dell’istrionico timoniere) ed enfatizzando invece quell’approccio ironico, surreale, quasi metafisico al pop che è il vero asso nella manica di questo effervescente progetto. Il risultato è un’opera che guadagna in maturità (e concisione: poco più di 40 minuti, contro gli oltre 50 del precedente) ciò che perde in effetto sorpresa.

Le strategie messe in atto per perseguire lo scopo sono innumerevoli e splendidamente contraddittorie nella loro coerenza di fondo: un mastodontico crossover in cui si rincorrono a perdifiato vagiti avant-prog (il jazz-rock di Canterbury e i King Crimson più sanguigni come riferimenti immediati, ma la lista sarebbe lunga), echi dal post-rock più sofisticato (Tortoise e Stereolab in prima linea) quanto da quello all’arma bianca marchiato Touch and Go (dai June Of 44 ai Don Caballero), sontuosità acid jazz (magari più quello “orginal” dei maestri americani, Stevie Wonder e Roy Ayers su tutti, che le innumerevoli derive dei discepoli inglesi), un pizzico di fusion (tra Herbie Hancock e gli Steely Dan), tantissima black music (della specie più imparentata col rock bianco: andiamo quindi dagli irrinunciabili Sly Stone e George Clinton fino all’ultimo D’Angelo, passando per forza di cose attraverso il compianto Prince), la new wave più nobile (obbligatorio citare almeno Talking Heads e XTC), la parola Psichedelia nella sua accezione più vasta. E poi Jim O’Rourke, Beck, Flaming Lips, Battles, Dirty Projectors, Animal Collective, Hot Chip, Deerhoof, Cibo Matto, High Llamas, Fiery Furnaces, Acoustic Ladyland e chissà quanta altra roba frullata senza timore in una gommosa cornice pseudo-fantascientifica, da laboratorio clandestino, un fumetto stralunato a base di colori così saturi da abbagliare, ma ispirato più dall’alcool che dall’acido, in cui a dominare è una divertita passione piuttosto che un freddo intellettualismo. Se il termine zappiano non fosse così fastidiosamente abusato nelle circostanze più inopportune forse l’avrei sfoderato prima: di certo rimane il più efficace riassunto possibile per quella “libertà assoluta” di cui i quattro (che oltre a suonare vivono anche insieme in una sorta di casa-comune simpaticamente ribattezzata “HouseBeatsWhy”) sono quantomai voraci.

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E’ proprio la title-track ad aprire le danze, dinoccolata e sbilenca, un R’n’B cubista con i nervi a pezzi che detona in una polifonia anfetaminica proprio quando scommetteresti in un infarto secco, mentre l’acidula voce di Posho si inerpica ad altezze siderali. Poi arriva Inspiration Radio: un accordo sgranato in odor di Calexico mette in scena un isterico bozzetto caramellato in una glassa ancora calda, prima di sciogliere l’ossessione delle strofe dentro ad un vocoder irresistibilmente sardonico (alcune settimane fa infilai di soppiatto questo pezzo a metà di uno dj set più contestati di sempre, e i pochissimi che stavano ballando abbandonarono perplessi la pista: difficilmente una canzone potrebbe ricevere un’investitura migliore…).

Wait, Wait, W vomita romanticismo al vetriolo sospinto da un sax baritono che pompa sangue come una pressa industriale (la lezione dei concittadini/amici Zu è stata recepita a dovere), spezzandosi di tanto in tanto in siparietti per voce, cori & sottili percussioni: nell’arte degli HBW i vuoti contano quanto se non più dei pieni, li completano e illuminano di un senso nuovo, quasi mistico.

Segue Vacuum Queen, che prende per la collottola una progressione à la Karate annegandola in un elegante profluvio di fiati e sintetizzatori, dipingendo un’atmosfera via via più onirica a sottolineare le desolate allucinazioni del testo, per poi atterrare nella sincopata tensione di Standing Wave, che nel suo costante impennarsi verso il nulla smarrisce lucidità come una macchina impazzita prossima al collasso. Lo spigoloso chitarrismo del leader, tra carezze e cazzotti, si immedesima in tutte le grandi corde “affilate” del rock, da Tom Verlaine a Greg Sage passando per Andy Gill e (ovviamente) Steve Albini, senza la benché minima smania di protagonismo.

On Jealousy si apre con un lamento gotico preso a martellate per infilarlo dentro un sarcofago deforme, con un sax furibondo a duellare con la chitarra in una spirale contrappuntistica in cui diventa gradualmente impossibile distinguere se stessi dall’immagine riflessa in uno specchio in frantumi, e la batteria Wilco-flavoured sullo sfondo come unica scialuppa di salvataggio dall’apocalisse atonale conclusiva. In un altro contesto, non sarebbe musica troppo distante da quella che fu dei Pop Group o della No Wave newyorchese.

La struggente Mangroves dipinge l’inevitabile limbo in cui si riordinano gli eccessi del baccanale, giocando con la galleria di chiaroscuri creati da due voci galleggianti a pelo d’acqua su un brodino di chitarra e sintetizzatore, come se Arto Lindsay per dispetto avesse nascosto la drum machine a qualche band nu-soul per farle fare i conti con se stessa.

Se il dada-pop di I Want A New Dance azzarda un compromesso tra il delirio della febbre e il languore del sogno ad occhi aperti in una scarica di singhiozzi quasi beefheartiani, This Song Is Not Mine si srotola vischiosa in un soliloquio schizofrenico, un doo-wop con una croccante pralinatura ipercalorica, per poi sganciare un’esplosione corale di impressionante tridimensionalità, un’armonia West Coast ricreata in CGI, con una coda in bilico tra il baccano bandistico e il vaudeville sottovoce. E’ forse in assoluto la mia preferita della raccolta, imprescindibile sottofondo di memorabili jogging-sessions negli scalcinati parchi di Roma Est, solo come un cane ma tutto sommato felice.

Chi storcerà il naso di fronte a certe soluzioni produttive smaccatamente pop (soprattutto a livello di compressione del suono) sta solo fraintendendo la missione dei quattro, dichiaratamente più prossimi ai Beatles e ai Beach Boys che ai Minutemen o ai Mission Of Burma.

C’è una trasognata dolcezza, già a partire dal titolo, nelle trame in penombra di Sugar Lumps, con il suo cristallino arpeggio di chitarra rinfrescato da un rugiadoso gocciare di synth e i fiati a mantecare l’intruglio come cremosissima besciamella. La ghost track Sleep pare, infine, un impossibile atto quarto della bowiena/eniana Trilogia Berlinese, un oceano di magmatico silenzio a tessere trame ambient di sinistra spiritualità dove meno te le saresti aspettate (inteso che fosse ancora plausibile aspettarsi qualcosa in un disco che muta pelle con la rapidità di un’eiaculazione precoce).

Lo sperpero di paragoni a cui si è fatto ricorso non può che testimoniare un’unica cosa: Posho & co assomigliano solo a se stessi, e alla luce di questo disco non è poi così sacrilego parlare di uno stile “alla How Beats Why”.

Come tutti i lavori davvero radicali, questo album (realizzato grazie ad un fundraising a cui ho avuto il piacere di partecipare) ha felicemente disintegrato la mia autostima di musicista senza tuttavia annichilirmi, costringendomi anzi a confrontarmi con i miei limiti e stimolandomi a rimettermi in gioco nella maniera più salutare possibile: sono brividi che capitano di rado, e di cui bisogna essere grati.

La settimana scorsa ero in prima fila al loro release party e, tanto per cambiare, non hanno fatto una grinza, tutto ineccepibile come da disco ma ulteriormente potenziato dalla dimensione-palco, e con uno show collaterale da far invidia a una compagnia di cabarettisti: anche qua, grossa rosicata, ma me la gestisco volentieri.

In una fase storica in cui parole come “contaminazione”, “esperimento”, “rischio” vengono troppo spesso riposte nel cassetto e si preferisce distendersi sulle praterie della retromania più rimasticata, innocua e provinciale, la impossible music dei nostri eroi suona come un fulmine a ciel sereno, lo squillo di tromba di una riscossa che verosimilmente non avverrà mai ma la cui carica elettrizzante è un pungolo quasi erotico per chiunque abbia a cuore la qualità dell’aria che respira.

Sono dischi come questo a restituirmi un pizzico di fiducia in una scena (?) che si ostina a sprecare le sue indubbie potenzialità, e a ricordarmi che la Roma musicale che conta è sempre stata e sempre sarà quella dei più isolati bassifondi dell’Impero, inconciliabili con qualsiasi mondanità. La speranza che quest’Opera possa rimbombare da ogni stereo anche solo del mio condominio ha subito ceduto il passo alla consapevolezza che potremmo non essere in tanti a godercela, ma mi sta bene così: una tavolata di militanti coscienti varrà sempre più di uno stadio stracolmo di passanti anonimi.

“Pss, wake up!”, sussurra Posho con piglio da sciamano poco prima che l’ultimo schiocco della puntina ci faccia ridestare dall’ipnosi. Sinceramente avrei preferito non dovermi svegliare da questo sogno frastornante e bellissimo, ma accetto senz’altro l’imbeccata: finché ci sono gli How Beats Why in circolazione nessuno può concedersi il lusso di sonnecchiare, e sarà il caso che mi rimetta alla svelta dietro al pianoforte se voglio ancora accaparrarmi qualche briciola della torta…

Tracklist:

01 – Blunk

02 – Inspiration Radio

03 – Wait, Wait, W

04 – Vacuum Queen

05 – Standing Wave

06 – On Jealousy

07 – Mangroves

08 – I Want A New Dance

09 – This Song Is Not Mine

10 – Sugar Lumps

11 – Sleep (hidden track)

Ascolta/scarica/acquista “Blunk” su Bandcamp