[Visioni] No. 7 Cherry Lane (Yonfan, 2019)

locandina

Poche storie: è Yonfan il vero trionfatore di questa discussa premiazione veneziana. Per due ragioni: innanzitutto, l’essersi imposto in un’edizione a trazione filo-hollywoodiana con il film più strambo fra quelli in concorso (unica pellicola orientale insieme all’ottima spy story Saturday Fiction del connazionale Lou Ye); e soprattutto, l’aver vinto il premio alla miglior sceneggiatura con un prodotto che, di sceneggiatura, a malapena può denunciarne una.
Certo, un’ossatura di partenza non manca, e addirittura modellata su canoni classici: quanti ne abbiamo visti, a partire da evergreen come Lolita o Il Laureato, di triangoli amorosi giovanotto di belle speranze-madre emancipata-figlia un po’ svampita? Non fosse per la cornice storico-geografica (il quartiere “Little Shangai” della Hong Kong di metà anni 60, in cui è localizzato l’indirizzo del titolo), il plot potrebbe essere tra i più riconoscibili. Il punto è che il primo film d’animazione del visionario cineasta contiene molto altro, in un gioco di scatole (ehm) cinesi che potrebbe dare le vertigini, se non si adagiasse su un ritmo placido fino alla narcolessia.

E la prima anomalia a saltare all’occhio è proprio la peculiare consistenza dell’animazione: un pastello terso e cremoso, più Ocelot che Miyazaki, ispirato all’arte erotica dell’Estremo Oriente quanto ai dipinti di Gauguin ma debitore pure di Three Monks, caposaldo dell’animazione nazionale datato 1981. Se il disegno incanta per il tratto fine e sensuale, i movimenti delle figure (umane e, soprattutto, animali) sono qualcosa di decisamente straniante: trascinate quasi contro la propria volontà, spaesate come i personaggi dentro uno spazio scomposto e ricomposto all’infinito, assecondando le libere associazioni di una scrittura automatica che non sarebbe dispiaciuta al buon Breton.
Ma un prestigiatore come Yonfan non può certo accontentarsi di questa pur spiazzante sonnolenza. Ed ecco allora che, a metà esatta del metraggio, si scatena un putiferio di invenzioni visive da lasciare con un palmo di naso: un trionfo di vischiosa sessualità zoofila; un intermezzo musicale con tanto di canzoncina stile anime; un inceppamento della pellicola che, forse, cita tra le righe l’impennata metacinematografica di Persona. L’incredulità un po’ demenziale che ha regnato in Sala Darsena durante queste allucinate sequenze rimarrà, per chi c’era, uno dei ricordi più esilaranti della kermesse.

Insomma, come si spiega l’esaltazione della giuria presieduta dalla pasionaria Lucrecia Martel per un film tanto bizzarro, che di solito finirebbe riposto senza patemi nello scatolone delle eccentricità? Dove non arriva l’estetica, si sa, può tutto la politica. Già, perché in tanta oppiacea confusione i riferimenti all’agitata attualità cinese sono trasparenti. La tesi del regista è abbastanza chiara: se in piena Rivoluzione Culturale ad Hong Kong non è giunta che una smorzata eco del furore maoista, evidentemente il conteso ex-protettorato britannico ha una storia a sé e, di conseguenza, ne ha ben donde di reclamare la propria controversa indipendenza. Figlia della stessa strategia è pure l’insistente sottolineatura del legame tra la città-stato e l’Occidente, esemplificato nelle lunghe discettazioni su Proust (autentico tormentone di un film alla costante ricerca di un tempo mai esistito, più che perduto) e nei gusti cinematografici nouvellevagueschi dei protagonisti. Inutile puntualizzare, infine, quanto le truppe di Londra chiamate a reprimere le rivolte ricordino quelle di Pechino…

Sia come sia, a Yonfan va riconosciuta un’invidiabile leggerezza nell’affrontare l’impegnativo tema, evitando il drammone storico alla Zhang Yimou e preservando tenacemente il clima astratto della sconclusionata vicenda. Saper scrivere per il cinema vuol dire anche questo.
Il regista è accreditato come co-autore delle musiche. Tra i doppiatori originali figura nulla meno che Fruit Chan, nel ruolo di uno dei tanti gatti che scorrazzano sullo schermo (!).
Opera tridimensionale a dispetto nella sua smaccata artigianalità, con un sapore agrodolce a riscattare l’ombra dell’esercizio di stile, No. 7 Cherry Lane rimane la sorpresa più imprevista di un festival che, nonostante la tramontata era-Müller, non intende rinunciare del tutto alla propria vocazione orientalistica.

REGIA/SCENEGGIATURA: Yonfan
PAESE: Hong Kong, Cina
TITOLO ORIGINALE: Jìyuántái qīhào
DURATA: 125′
PRODUZIONE: Far Sun
MONTAGGIO: Wang Haixia
MUSICHE: Yonfan, Yu Yat-yiu, Chapavich Temnitikul, Phasura Chanvititkul

[lo trovi anche su Ondacinema]

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